Indonesia

IL TEMPIO DI BOROBUDUR

Day 7 – Yogyakarta

Oggi arriviamo in Indonesia con un volo da Singapore a Yogyakarta. Non riusciremo a visitare questa città eccezion fatta per il quartiere Prawirotaman, punto di riferimento per molti turisti e backpackers. In questa zona ristoranti, locali e Guest houses si alternano lasciandovi l’imbarazzo della scelta e le numerose agenzie turistiche presenti potranno prenotarvi escursioni in tutta l’isola di Java.

 

Noi scegliamo di passare la notte a Borobudur, distante circa 45 km da Yogya, per essere vicini il giorno seguente e poter vedere il rinomato tempio alle prime luci del sole. Chiamiamo un taxi e ci immergiamo nel disordinato traffico indonesiano. La guida è a sinistra, ma a colpirci sono soprattutto i tantissimi motorini che occupano intere corsie ai semafori e sfrecciano tra gli altri mezzi in un caos che sembra regolato da consuetudini ormai consolidate.
Dopo circa un’ora e mezza di strada finalmente arriviamo.

Siamo a Elo Progo Art House e consiglio vivamente a tutti coloro volessero vedere il tempio di soggiornare qui, dove la quiete è disturbata solamente dallo scorrere di due fiumi che si incontrano, i fiumi Elo e Progo. Le camere sono immerse nella natura, pulite, colorate, piene di dipinti e oggetti particolari. Diversi gruppi di meditazione e yoga ogni anno scelgono di trascorrere intere settimane in questa favolosa location che pare senza tempo.

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Il proprietario Sony è un artista, un personaggio eccentrico che gira a piedi nudi e porta al collo un suo dred come fosse una collana. Ogni cosa all’interno della tenuta, ogni oggetto di arredamento, ogni scultura è stata creata da lui e sembra avere la giusta collocazione in base a un progetto più ampio, incompiuto e mutevole, come ci confessa lui stesso.

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Sony ci mostra la sua personale galleria di quadri e ci coinvolge a tal punto che potremmo rimanere ad ascoltarlo per ore, così fiero e orgoglioso di condurre una vita in totale armonia con gli elementi. Ci parla di ogni singola pianta, ogni singolo fiore, come se tutto qui avesse una sua storia o una sua leggenda, come se la vicinanza a un tempio così antico avesse caricato di spiritualità ogni pezzetto di terra donandogli incanto e magia. Quella con Sony e la sua famiglia si rivela essere una delle conoscenze più belle e inaspettate della vacanza. Inoltre sua moglie cucina divinamente e la cena è un trionfo di pietanze tipiche, meglio di qualsiasi altro ristorante. La compagnia, le chiacchiere e i racconti fanno il resto rendendo la serata indimenticabile. L’unica cosa ad impensierirci è un gigantesco ragno nero e giallo, ma che non dovrebbe essere velenoso.

 

 

Day 8 – Borobudur

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Alba e tramonto sono i momenti migliori per vedere il tempio, poichè il gioco di colori esalta gli enormi blocchi di pietra. Ci sono tre opzioni per farlo: dalla collina Setumbu Hill, dal punto panoramico del Manohara Hotel o all’interno del tempio stesso.

Noi scegliamo la prima e puntiamo la sveglia alle 4.10. Prendiamo le biciclette messe a disposizione dal nostro alloggio e seguiamo la cartina con le indicazioni tracciate a penna da Sony. Non è così semplice seguire il percorso al buio e ci affrettiamo appena vediamo il cielo schiarirsi. La salita fino a Setumbu Hill è impegnativa e purtroppo il monumento si vede solo in lontananza. Non voglio togliere nulla alla magnifica vista sulla vallata, ma, in base ad alcune foto di altri viaggiatori e col senno di poi, mi sento di consigliare di recarvi già all’interno del tempio prima del sorgere del sole, il che è possibile pagando un sovrapprezzo rispetto al normale biglietto d’entrata. Diverse persone invece ci avevano sconsigliato il punto panoramico del Manohara Hotel perché troppo costoso.

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L’alba da Setumbu Hill

Una volta scesi dalla collina entriamo al tempio pagando 450.000 Rupie Indonesiane (circa 25 euro) e iniziamo il vero e proprio tour. Quando ci si trova in questi luoghi grandiosi viene spontaneo farsi delle domande sul nostro passato o ripensare alle civiltà antiche, e, nonostante la folla di visitatori, c’è spazio anche per le nostre riflessioni più intime.

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Il tempio di Borobudur è il monumento buddhista più famoso e più visitato dell’Indonesia ed è situato nell’omonima regione, che i locali chiamano “il giardino di Java”. Costruito tra il 750 e l’850 d.C., l’edificio sacro fu presto abbandonato e riscoperto solo nel 1815. Questo colosso presenta dieci terrazze su tre livelli e simboleggia il cammino spirituale verso il raggiungimento del nirvana. Partendo dal basso e procedendo in senso orario i bassorilievi raffigurano il mondo del desiderio con sculture riguardanti il kamasutra (ora non più visibili perché nascoste da delle pietre), scene di vita quotidiana della Java di mille anni fa, fino ad arrivare al sogno premonitore della regina Maya e all’illuminazione di suo figlio Siddharta. In questo modo il buddhista medita, abbandonando la mondanità per liberarsi delle sofferenze. Il tempio contiene 504 statue di Buddha, 72 all’interno delle nicchie o stupa sulla sommità, mentre la piattaforma superiore allude a un nirvana senza fine.

 

Poco distanti da Borobudur raggiungiamo in bicicletta i due templi minori di Candi Pawon e Mendut, quest’ultimo contenente una statua di Buddha alta tre metri e affiancato da un monastero accessibile per la preghiera e la meditazione.

La visita a Borobudur è spesso associata a quella di un altro imponente tempio, quello induista di Prambanan, raggiungibile in un’ora di auto e con una storia simile poiché anch’esso riscoperto dopo molti secoli. Noi preferiamo fermarci qui, ma siamo certi che sarebbe un’esperienza altrettanto affascinante.

Il resto della giornata lo trascorriamo rilassandoci in riva al fiume nel nostro adorato alloggio, gustando un altro pranzo indimenticabile a base di zuppa, tempeh fritto e altre leccornie poco identificabili avvolte in foglie di banano. Assaggiamo per la prima volta lo snake fruit, un piccolo frutto con la buccia simile alla pelle di un serpente e dal sapore dolcissimo simile a quello di una caramella.

 

Il momento dei saluti arriva troppo presto e saremmo voluti rimanere di più. E’ proprio Sony a dire che noi facciamo solo “kiss kiss” tra un posto e l’altro, però purtroppo dobbiamo procedere. Ci facciamo accompagnare in auto a Yogyakarta, nuovamente nel quartiere Prawirotaman, da dove organizziamo il nostro prossimo spostamento. Dormiremo in uno dei tanti ostelli prima di metterci in viaggio verso la Java orientale e il suo meraviglioso Monte Bromo.

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Con lo staff di Elo Progo Art House

 

LA MAGIA DEL MONTE BROMO

Day 9 – Il viaggio infinito

 

Altra tappa obbligatoria nell’isola di Java è il Monte Bromo. In tanti ci avevano suggerito di fare un pacchetto in qualche agenzia turistica di Yogyakarta e, nonostante ci vengano i brividi al solo sentire le parole “pacchetto” e “agenzia turistica” vicine, sembra la scelta più semplice ed economica.

Tale pacchetto comprende (1) il trasporto in mini van fino a Cemoro Lawang, (2) la notte in hotel, (3) l’escursione per vedere il vulcano all’alba e persino (4) lo spostamento successivo in pullman fino a Bali Denpasar. Prezzo totale di circa 90 euro a persona.

Il mini van viene a prenderci al mattino e le ore previste sono almeno 12 per giungere a destinazione. A bordo insieme a noi ci sono tre ragazze americane, una austriaca e una coppia di ragazzi spagnoli. Purtroppo il viaggio si allunga notevolmente perché l’autista sbaglia strada proprio all’inizio, accorgendosi solo due ore dopo dell’errore e facendoci perdere complessivamente 4 ore. A turno ci proviamo tutti ma nessuno dei passeggeri riesce a comunicare con il driver o ad avere aggiornamenti poiché non parla una parola di inglese. Dopo quasi 15 ore arriviamo nella cittadina di Probolinggo. 

Una volta scaricati i bagagli, alcuni ragazzi indonesiani controllano le nostre ricevute, ci spiegano come sarà organizzato il giorno seguente e ci accompagnano con un altro mezzo fino alla frazione di Cemoro Lawang. Ci dividiamo nei vari hotel che è già l’1 di notte e la jeep verrà a prenderci alle 3.30 per l’escursione. Fa freddo, non c’è acqua calda e la pulizia lascia a desiderare, per cui non possiamo fare altro che vestirci più che possiamo e riposare un paio d’ore. Parlando con altri viaggiatori scopriamo che non è così raro che il viaggio in mini van si prolunghi di molto per svariati inconvenienti.

Sembra piuttosto che il modo migliore per raggiungere il Monte Bromo da Yogyakarta sia il treno della durata di 8 ore (Yogyakarta-Probolingoo) oppure l’aereo fino a Surabaya per poi proseguire in autobus fino a Probolingoo.

Day 10 – L’escursione al Monte Bromo

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In piena notte ci “infiliamo” in 6 in una jeep che ci porta in un punto panoramico molto affollato sulla vetta del Gunung Penanjakan. Ci facciamo spazio e cerchiamo di resistere al freddo, nonostante siamo vestiti con i nostri indumenti più pesanti. Ci sono anche altri punti da cui osservare l’alba, come la King Kong Hill, raggiungibile a piedi camminando a lungo oltre il nostro punto panoramico. Tutti cercheranno comunque di indurvi a scegliere il tour classico che, vi assicuro, non vi deluderà.
Il cielo stellato fa compagnia alla nostra attesa finché, ad un tratto, è come se qualcuno accendesse delicatamente una candela su un panorama surreale. Nonostante siano mesi che abbiamo fra le mani la Lonely Planet dell’Indonesia con in copertina proprio questa immagine, la meraviglia provata è indescrivibile. Il rosa, l’arancione e il turchese si mescolano alla foschia del più alto Gunung Semeru e al fumo continuo del Bromo. In particolare c’è un attimo, brevissimo, in cui l’armonia tra gli elementi e i colori raggiunge l’apoteosi. Provo a rimanere aggrappata a quell’attimo, pervasa da un senso di gratitudine nei confronti del pianeta terra che mi sta regalando questo spettacolo, sentendomi fortunata come non mai di potervi assistere.

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Il Gunung Bromo è uno dei tre vulcani emersi dall’antico cratere del Tengger, il quale con le sue dimensioni impressionanti raggiunge un diametro di 10 km e crea un paesaggio unico e suggestivo. Il Bromo si riconosce per il suo cono fumante ed è affiancato da altre due vette più alte, il Kursi e il Batok. Oltre il cratere in lontananza si vede invece il Gunung Semeru, che con i suoi 3676 m è la vetta più alta di tutta Java, nonché uno dei vulcani più attivi.

 

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Verso il Monte Bromo attraversando il Laotian Pasir
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la salita
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253 scalini per arrivare sul cratere

Riprendiamo la nostra jeep e scendiamo verso il Laotian Pasir (mare di sabbia), una distesa pianeggiante che si può percorrere a piedi o a cavallo fino alle pendici del Bromo.  Inizia poi la salita lungo un sentiero di sabbia vulcanica che si conclude con 253 scalini di pietra. L’aria è pervasa dall’odore di zolfo, il rumore è spaventoso man mano che si sale e, una volta in cima, ci si sente inermi davanti a una “bocca” della terra così impressionante. Passeggiando sul bordo del cratere rimaniamo in contemplazione dei movimenti del magma che si intravede tra la nube di fumo. Non ci sono recinzioni, per cui bisogna fare attenzione! Un’esperienza inimmaginabile, che giustifica e ripaga il viaggio lungo e snervante del giorno prima.

 

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Una volta tornati all’hotel facciamo colazione e, mentre aspettiamo l’autobus per tornare a Probolingoo, notiamo che qualche bambino sta giocando a pallavolo nel cortile di una scuola vicina. Inganniamo l’attesa nel modo che ci piace di più, facendo qualche scambio IMG_3131con loro che ci sorridono stupiti. Aspettiamo ancora a Probolingoo finché, verso mezzogiorno, saliamo sul nostro pullman per Bali. Impieghiamo quasi 9 ore per arrivare al porto, dove il traghetto tarda a partire a causa del mare grosso, e poi altre 4 ore nell’isola di Bali fino a Denpasar. Durante il tragitto riusciamo a contattare il nostro alloggio a Ubud per farci venire a prendere alla stazione e finalmente alle 2 di notte arriviamo a destinazione.

 

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BALI E LE ISOLE GILI


Day 11
– Ubud

Iniziamo da Ubud, una cittadina immersa nel verde delle risaie, ricca di cultura e caratterizzata da una cucina ricercata e prevalentemente biologica. Un vero gioiellino di Bali, un luogo di cui innamorarsi, dove ci si può coccolare e prendersi cura del proprio benessere fisico e spirituale. Molti turisti lasciano un pezzetto di cuore qui e hanno voglia di ritornarci per l’atmosfera distesa e serena che incontrano. Perfetta per chi pratica yoga.

Il nostro alloggio “Eden Estate” è uno splendido luogo di quiete circondato da una vegetazione rigogliosa. La nostra casa è su due piani ed è elegantissima, ben arredata, con una finestra grande come tutta una parete della sala. Ci sono diverse piscine all’interno del residence e un ristorante aperto a qualsiasi ora della giornata.

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la nostra casa a “Eden Estate”

Ci svegliamo tardi, concedendo al nostro corpo il tempo per riprendersi dai viaggi lunghissimi degli ultimi due giorni. Iniziamo la giornata con un brunch a base di caffè balinese, frutta e semi, centrifugati detox, porridge e pollo in salsa di cocco.

Decidiamo di uscire nel pomeriggio e di recarci in taxi fino alle risaie di Tegalalang, 10 km a nord di Ubud. Appena arriviamo inizia a piovere, ma la nostra passeggiata tra i terrazzamenti si rivela ugualmente piacevole anche se completamente sotto l’acqua. Nel giro di un’oretta si porta a termine comodamente il percorso e ci si può rilassare in uno dei locali o bar che si affacciano su questo incantevole panorama.

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Tegalalang Rice Terrace

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Il taxi ci aspetta e ci riaccompagna in centro fradici di pioggia. Con grande rammarico non facciamo in tempo entro l’orario di chiusura a visitare il tempio indù Pura Tirta Empul, distante circa 30 km, nelle cui sorgenti sacre la gente del posto compie rituali di purificazione. Altra meta molto gettonata ma che noi evitiamo è la Monkey Forest. Dopo la bellissima esperienza nel Borneo a distanza ravvicinata con scimmie nasiche, orangutan e macachi, questa rischierebbe per noi di essere un po’ riduttiva.

Il centro città è trafficato, pieno di negozi per lo shopping, botteghe artigianali, templi e spa. La scelta di ristoranti è ampia tra cucine tipiche balinesi e fusion, cucine vegane e crudiste con tanto di chef di altissimo livello. Noi ci fermiamo senza troppe pretese dove ci ispira di più, ma per cenare nei locali più eleganti e rinomati vi consiglio di prenotare in anticipo. Dopo cena assaggiamo il caffè Luwak, uno dei più costosi al mondo, la cui IMG_3161produzione avviene attraverso il recupero di bacche ingerite e poi defecate dallo zibetto comune delle palme, un piccolo mammifero che vive sugli alberi. In passato agli indigeni veniva proibito di raccogliere le bacche per preparasi il caffè, per cui iniziarono a raccogliere gli escrementi dello zibetto, scoprendo una bevanda unica. Nella zona si trovano molti negozi per l’acquisto di questo prodotto.

Day 12

 

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La mattinata è fresca, mi butto in piscina per una nuotata rigenerante prima di raggiungere gli altri per colazione. Un giorno e due notti non sono assolutamente sufficienti per apprezzare Ubud e dintorni. Abbiamo trovato qui il luogo ideale per “fermare gli orologi” e ci rimarremmo volentieri ancora, ma dobbiamo già ripartire. In taxi, direzione sud verso la penisola di Bukit.

Abbiamo affittato due camere proprio sulla spiaggia di Balangan, una delle più apprezzate dai surfisti. Il “Santai Warung” è una guest house in legno che offre stanze semplici con bagno in comune, una buona cucina e la possibilità di prendere lezioni di surf oppure solo di affittare tavole. Il proprietario è gentilissimo con noi e con tutta la clientela molto giovane che spesso sceglie di fermarsi qui anche per lungo tempo per fare pratica sulle onde. Il prezzo? Circa 15 euro a notte per una camera doppia!

Finalmente realizziamo di essere al mare e subito prendiamo la decisione di allungare il nostro soggiorno rispetto al programma originario, sacrificando gli ultimi due giorni di vacanza a Lombok, la vicina di Bali più selvaggia e incontaminata. Io e Nina ci godiamo la vita da spiaggia mentre i ragazzi iniziano a prendere confidenza con le onde.
Quasi ogni sera si organizza un falò sulla spiaggia e nel “Warung” a fianco al nostro propongono un’ottima grigliata di pesce a base di tonno, calamari e un pesce locale chiamato “mahi mahi”.

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La nostra spiaggia di Balangan davanti al “Santai Warung”

Day 13

Dal nostro letto così vicina al mare il rumore delle onde ci culla ogni notte e ci sveglia nella maniera più dolce.

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L’intera penisola è un vero paradiso del surf e per poterla girare si possono noleggiare dei motorini attrezzati per il trasporto delle tavole. La ricerca della spiaggia migliore fa da guida ai nostri spostamenti e la marea scandisce le giornate.

La spiaggia di Padang Padang ospita proprio in questi giorni la “Rip Curl Cup”, attesissima competizione di surf del circuito mondiale. Sfortunatamente, dopo aver rinviato la data diverse volte, l’evento viene definitivamente cancellato poiché l’altezza delle onde non raggiunge il minimo per gareggiare. Più a sud incontriamo quella che viene chiamata la “real” Padang Padang, una spiaggia meno rocciosa, più accogliente e spaziosa rispetto alla precedente. Le due Padang Padang sono divise da una scogliera da cui riusciamo a vedere da vicino la destrezza di alcuni surfers.

 

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Padang Padang


Dreamland
è invece una spiaggia interamente di sabbia chiara. L’ora del tramonto è speciale sia per i ragazzi in mare, sia per noi ragazze che li aspettiamo sorseggiando una Bintang fresca, la birra locale, e guardando il sole farsi gigantesco e rosso prima di scomparire nell’acqua.
Andiamo a cena al “Mango Tree”, un ristorante molto grazioso che consiglio, anche se in questa zona avrete l’imbarazzo della scelta. La serata prosegue con dj set e musica dal vivo fino a tarda notte proprio nella spiaggia di Padang Padang. Divertimento assicurato!

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Tramonto a Dreamland

Day 14

E’ arrivato il momento anche per me e Nina di prendere una lezione di surf. Un po’ di prove sulla sabbia per apprendere la tecnica e poi tra le onde più basse, cercando almeno di stare in piedi. Nel pomeriggio è la volta di Uluwatu Beach per ammirare uno dei surf break più famosi al mondo. Inaccessibile per i principianti, quest’onda infinita crea un panorama da togliere il fiato e le prodezze che si vedono fare in acqua sono incredibili.

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Il surf break più famoso a Uluwatu

Scendiamo per un bagno nella bassa marea, facendo attenzione a stelle marine e ricci di mare. Io e Tommi avvistiamo un piccolo polipetto marrone chiaro, lo seguiamo e rimaniamo impressionati dalla sua capacità di mimetizzarsi tra le rocce. Tommi non si accontenta, prende in mano un sassolino e si avvicina per stuzzicarlo. Nel giro di una frazione di secondo il polipo diventa giallo con dei cerchietti blu elettrico. Per fortuna Sky trasmette un sacco di documentari sugli animali più letali al mondo perché a Tommi questo mutamento improvviso ricorda vagamente qualcosa.

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il letale polpo dagli anelli blu

Ci allontaniamo un po’ perplessi e non appena ci connettiamo al primo wifi disponibile arriva la conferma. Il polpo dagli anelli blu non attacca se non viene minacciato, ma quando appare in questa colorazione significa che è sul punto di difendersi. Un solo morso rilascia tossine altamente velenose e potenzialmente mortali per l’uomo. Il suo veleno è addirittura 100 volte più tossico del cianuro e provoca una paralisi dei muscoli volontari con immediata perdita della vista e della sensibilità. Un adulto potrebbe morire per arresto respiratorio nel giro di 90 minuti, ma sembrare deceduto già molto prima poiché non potrebbe rispondere nè muoversi. In ogni caso è davvero una rarità vederlo e ci sono state solo tre vittime accertate in tutto lo scorso secolo.

Gli uomini vogliono tornare a Dreamland per surfare in acque più consone al loro livello, mentre io e Nina rimaniamo a Uluwatu per vedere il tempio hindu di Pura Luhur e assistere allo spettacolo di danza kecak, la danza tradizionale balinese. La location è davvero incredibile, in quanto questo tempio si trova proprio sulla punta sud-occidentale della penisola, arroccato in cima a una scogliera a strapiombo sull’Oceano Indiano. Dedicato agli spiriti del mare, è uno dei luoghi maggiormente venerati dai balinesi e solo i fedeli possono accedere al santuario per la preghiera. Bali rimane una roccaforte dell’induismo, pur con massicce influenze buddiste, mentre la maggior parte dell’Indonesia è di religione musulmana. Il momento più emozionante è alle 18, quando i danzatori di kecak fanno il loro ingresso nell’anfiteatro colmo di gente rappresentando la leggenda del principe Rama e della bella Sita. Il prezzo per assistere allo spettacolo è di 100.000 IDR (circa 7 euro).

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Anfiteatro di Pura Luhur sulla scogliera di Uluwatu

 

Ci ritroviamo tutti e quattro per cena a Balangan e replichiamo la grigliata di pesce nel warung vicinoGrati per essere sopravvissuti anche oggi nonostante l’incontro con il temibile polipo, trascorriamo il resto della serata in compagnia di alcuni ragazzi italiani di Monza come noi, i quali già da qualche anno vengono per fare surf durante tutto il mese di agosto.


Day 15

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Ci svegliamo presto, anche se i primi a mettere il naso fuori dalla stanza per controllare le onde sono sempre Camillo e Tommi. Per noi ragazze è in programma la seconda lezione di surf e vogliamo farla prima di mezzogiorno per evitare la bassa marea, quando gli scogli affiorano vicino alla riva e rendono più pericolosa la pratica per i principianti. Per recuperare dalle fatiche del mare ci concediamo una mega colazione a base di frutta, pancake e un particolarissimo smoothie avocado e cioccolato. Ci rechiamo poi a piedi nella vicinissima “The Calma Spa” per un massaggio balinese di 1 ora. Chi ama trattarsi bene può approfittare dei prezzi bassissimi dei trattamenti, infatti il nostro massaggio ci è costato solo 12 euro. Un sogno per noi donne!

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Single Fin

La domenica sera da queste parti è “Single Fin”, uno dei locali più conosciuti di Bali, ubicato sulla scogliera di Uluwatu. Sarà la nostra ultima sera prima di ripartire, quindi riconsegniamo i motorini e decidiamo di andarci in taxi. Il locale si sviluppa su tre piani con altrettante terrazze che si affacciano sul surf break. Aspettare il tramonto da qui è incantevole, l’atmosfera è vivace e di festa, ma tenete conto che i prezzi sono più alti rispetto alla media. La musica finisce all’1, quando la folla di gente si sposta in un altro locale più in basso sulla stessa scogliera.

Una volta rientrati prendiamo accordi con il taxi per la mattina seguente e saldiamo il conto con il nostro “Santai Warung”, ringraziandoli per averci fatto sentire davvero liberi e a nostro agio.

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Day 16/17/18/19 – Gili Air

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Partiamo alle 6 del mattino per recarci al porto di Padangbai, impiegando una buona ora di strada. Il nostro tassista ci aiuta a fare i biglietti per le isole Gilimettendoci in guardia da eventuali “fregature” che potrebbero incorrere e ritardare i nostri piani. L’aliscafo ci mette un paio d’ore a raggiungere l’arcipelago a nord-ovest di Lombok. Anche in alta stagione è facile trovare sistemazione in una di queste tre isolette da cartolina. Noi abbiamo prenotato una struttura a Gili Air solo un paio di giorni prima tramite booking.com. Tutte sono caratterizzate da spiagge di sabbia bianchissima, mare cristallino e sono dotate di qualunque servizio abbiate bisogno.

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Per chi ama spostarsi e girare come noi saranno sufficienti non più di 3/4 giorni di permanenza, mentre gli amanti del relax totale troveranno qui il loro paradiso e non vorranno più andare via. Una delle particolarità è che non sono ammessi veicoli a motore, ma potrete facilmente percorrere ognuna delle tre isole a piedi o noleggiando una bicicletta. Al vostro arrivo inoltre, se siete disposti a pagare pochi euro, potrete salire con le valigie a bordo di carrozze con i cavalli pronte ad accompagnarvi nel vostro hotel.

Gili Trawangan (o Gili T.) è la più grande, l’isola del divertimento, dove troverete ristoranti, locali e feste ad ogni angolo. Gili Meno è la più piccola e vanta le migliori spiagge. Ideale per una fuga romantica e per la tranquillità. La nostra Gili Air sembra essere un giusto compromesso.

IMG_3535Noi alloggiamo a “Bintang Beach”, dove abbiamo il piacere di conoscere Ahmed e le altre persone dello staff che ci coccolano durante tutto il nostro soggiorno con frullati freschi, noci di cocco e cibo squisito dalla colazione a tutte le varianti di noodles per pranzo. Ahmed è un personaggio fantastico e addirittura aiuta Tommi a togliersi le spine di un riccio, utilizzando la strana tecnica di picchiettare il piede con un sasso. La sua frase diventa ben presto un tormentone: “Don’t worry, you have Ahmed here! I’m a Doctor, I’m a chef, I’m a friend…”

Fuori dal nostro alloggio, iniziando a camminare lungo il perimetro dell’isola, ci sono bancarelle di braccialetti e orecchini, bellissimi negozi di vestiti e souvenir, un ristorante dietro l’altro per tutti i gusti, centri estetici e spa, locali per bere un drink o giocare a biliardo. Si possono svolgere molteplici attività come corsi di cucina e scuole di sub. Tommi vuole approfittare del fatto che in Indonesia non serve il brevetto per le immersioni fino a 15 metri, ma solo un paio d’ore di pratica in piscina. Vive un’esperienza unica, riuscendo a vedere diversi pesci della barriera corallina e a nuotare con una tartaruga. Io preferisco invece fare una corsetta intorno all’isola e alleviare le scottature del sole con un massaggio all’aloe vera. Insomma troverete tantissimi intrattenimenti o semplicemente vi potrete godere la natura.

 

Il calar del sole è come se mettesse in pausa l’intera isola, che si blocca per ammirare i colori del cielo. I tramonti dell’Indonesia, la temperatura perfetta di quest’ora e l’aperitivo con i miei amici sono certa saranno le cose che mi mancheranno di più durante i grigi mesi invernali.

 

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Il nostro lungo rientro in Italia inizia prendendo l’aliscafo e raggiungendo in pochi minuti Lombok, dove ci separiamo da Nina e Camillo che potranno godersi qualche altro giorno di vacanza alla scoperta di quest’isola. Un’auto ci accompagna all’aeroporto internazionale insieme ad altri passeggeri e da qui prendiamo un volo per Kuala Lumpur. Dalla Malesia poi ripartiremo per Milano con scalo nuovamente in Arabia Saudita.

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Un viaggio stancante in cui gli imprevisti di certo non sono mancati. Un viaggio molto economico per chi sa adattarsi, che può diventare molto esclusivo solo con poche disponibilità in più. Lo consiglio ai giovani, a chi vuole provare il surf soprattutto, alle coppie e alle compagnie di amici. Noi “quattro cuori e una capanna” con i nostri caratteri molto diversi abbiamo imparato a conoscerci, ci siamo uniti e abbiamo vissuto momenti davvero fantastici. Forse non sarà stato tutto perfetto nell’organizzazione e sarà mancato qualcosa da visitare o da approfondire un po’ in ogni dove, ma a distanza di mesi posso dire che non cambierei niente di questo viaggio perché insieme agli altri è un pezzo importante di quello che sono oggi.

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Singapore

Day 5

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Marina Bay – Singapore

Salutiamo la foresta e prendiamo il volo di ritorno per Kuala Lumpur. Avremmo voluto volare direttamente su Singapore, ma purtroppo non esistono aerei diretti dal Borneo. Proviamo ad acquistare un altro volo da KL a Singapore alla tariffa di circa 20$ a persona e che impiegherebbe solo un’ora, ma non troviamo abbastanza posti per tutti e quattro. Con il rammarico di non aver prenotato in anticipo questo spostamento, non ci rimane che scegliere fra il taxi o il pullman, entrambe soluzioni lunghe e scomode. Contrattiamo il prezzo per un auto che ci può accompagnare fino all’ultima cittadina malese prima del confine, ovvero Johor Bahru (JB), poiché gli autisti malesi non hanno né il visto né l’assicurazione valida per entrare nella Repubblica di Singapore.

Dopo una sosta per pranzo in compagnia del nostro bizzarro autista, inizia il lentissimo viaggio. Arrivati a JB non è difficile incontrare persone disposte a procurarci il passaggio in città, ma anche questa operazione richiede tempo e noi siamo già stremati. Dietro compenso un signore ci fa salire su un mini van con a bordo una famiglia composta da genitori, nonna e un bambino piccolo e passiamo con loro tutti gli infiniti controlli alla dogana. Dopo circa 7 interminabili ore raggiungiamo Singapore e il nostro “Southbridge Hotel” in Chinatown.

Day 6

Il tempo a disposizione per visitare la città è poco e ci piacerebbe anche goderci la serata in qualche rooftop o locale esclusivo. Ci facciamo guidare dal cuore tra quartieri e vie camminando ininterrottamente senza un itinerario preciso, segnandoci solo pochi punti di interesse. IMG_2809

Prima sosta a Marina Bay, dove il Marina Bay Sands si impone con il suo famosissimo skypark a forma di nave che sormonta tre grattacieli. Lassù si trova l’infinity pool più alta del mondo, accessibile solo agli ospiti dell’hotel.

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Oltrepassiamo purtroppo senza visitarlo l’Artscience Museum, edificio magnifico che ricorda per la sua forma un fiore di loto appoggiato su uno specchio d’acqua.

Facciamo una passeggiata ai Gardens By The Bay, i giardini botanici della città. Pagando un ticket di ingresso si può accedere a due gigantesche serre che riproducono il clima tropicale (Cloud Forest) e il clima mediterraneo (Flower Dome), mentre gli Heritage Gardens mostrano la storia dei quattro gruppi etnici che hanno influenzato lo sviluppo della città, ovvero indiani, cinesi, malesi e inglesi. Il biglietto non è molto economico (circa 30$) e dati i nostri tempi ristretti non possiamo approfondire la visita.

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Supertrees Grove

 L’intero complesso dei Gardens By The Bay è alimentato dalla Supertrees Grove, una foresta di alberi artificiali che rende tutto ecosostenibile. I “tronchi”, oltre ad illuminarsi a ritmo di musica nelle ore serali, contengono più di 160.000 piante appartenenti a 200 specie diverse.

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Fiori per le preghiere indù in vendita a Little India

In metropolitana raggiungiamo Little India con le sue bancarelle, i suoi odori speziati e i caratteristici templi induisti.

Ci spostiamo nel rinomato quartiere di Tiong Bahru, molto apprezzato da ogni guida turistica e dalle recensioni di altri viaggiatori, dove è presente un grandissimo mercato coperto. Dopo tante ore di camminata ci possiamo finalmente rinfrescare con frullati di frutta e assaggiare pietanze tipiche.  Da provare senz’altro lo shui kueh da “Jian Bo Shui Kueh”. Si tratta di un tortino di riso al vapore con ravanelli canditi che anche i locali apprezzano molto come cibo da asporto.

 

Tornando verso l’hotel ci immergiamo nella vivace Chinatown, anche qui fulcro della città. Ci cambiamo velocemente e ci prepariamo per la nostra serata nella movida di Singapore. Siamo diretti al Raffles Place, un grattacielo di 280 m che all’ultimo piano ospita il locale “Altitude 1” e che offre davvero una vista mozzafiato (per salire il prezzo è di 35$ con un drink incluso o 45$ con due drink). All’ora del tramonto il locale è ancora pieno di turisti con zaino in spalla e macchina fotografica, poi verso mezzanotte la musica dal vivo lascia spazio al dj-set e l’atmosfera cambia. Una notte magica accompagnata dalla bellissima voce di una cantante e poi dallo spettacolo su Marina Bay. Per una volta essere più in alto persino dei fuochi d’artificio ci sembra incredibile e rende questa serata ancora più indimenticabile.

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Fuochi d’artificio su Marina Bay
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Altitude 1 – Raffles Place

“Mano nella Mano” in Uganda

DAY 1

Tutto inizia con una telefonata del Presidente della Lega Pallavolo Serie A Femminile e con la nostra disponibilità a fare immediatamente le valigie e le vaccinazioni. Destinazione Uganda, più precisamente a Entebbe, per il meraviglioso progetto “Mano nella Mano”, che vede per la prima volta volley e medicina profondamente legati. L’iniziativa è promossa e coordinata dall’unione tra Lega Pallavolo appunto e “Gicam”, Gruppo Internazionale Chirurghi Amici della Mano. L’equipe medica del Professor Lanzetta sarà impegnata in delicate operazioni chirurgiche agli arti superiori di bambini con gravi malformazioni, dando un futuro a queste giovani vite già così segnate. Nostro compito nel frattempo sarà quello di fare un camp di pallavolo per ragazze dai 14 ai 18 anni che condivideranno con noi gli allenamenti e la passione per questo sport. Le persone che vivranno con me quest’esperienza sono le atlete Elisa Cella e Tereza Matuszkova, il coach Maurizio Latelli e il responsabile di Lega Alessandro Spigno.

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Il “gruppo volley” in partenza con il Professor Lanzetta

Il giorno della partenza è il momento più bello. Il viaggiatore si perde e si sorprende immerso nei suoi pensieri, nelle sue aspettative. La domanda più frequente nei giorni scorsi è stata: “cosa porterai di tuo in Africa?” Difficile rispondere perché l’Africa dona, regala, come nessun posto sa fare meglio. Per gli altri protagonisti della spedizione è la prima volta in questo magnifico continente, per me è un ritorno, proprio nel momento in cui iniziavo a sentire quella rinomata sensazione di “mal d’Africa”. Non pensavo sarei tornata così presto, a soli due anni dal viaggio in Namibia che ha ispirato la creazione di questo blog. E’ bastato poco per convincermi e già, se respiro forte e chiudo gli occhi, sento quel profumo di terra così intensa. Impossibile descrivere il turbinio di sensazioni che abbiamo nel cuore. Non sappiamo esattamente cosa aspettarci e l’attesa ci rende riflessivi, motivati ed entusiasti. Il potente mezzo dello sport ha un linguaggio universale e vedere i miei compagni di viaggio così emozionati mi fa capire che saremo un gruppo, una squadra, che giocherà insieme una partita importantissima che non dimenticheremo mai.

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DAY 2

Dopo tantissime ore di volo e poche ore di sonno arriviamo a destinazione e ci sentiamo più elettrizzati che stanchi. Il professor Lanzetta ci presenta a giornalisti e tv locali per fare una prima intervista.

Ci informano che l’intero SOS Children’s Village di Entebbe, sede del camp, non sta più nella pelle da stamattina per via del nostro arrivo e noi non vogliamo farli attendere oltre. Scendere dal pulmino è stata una scarica di emozioni non indifferente e tutti noi avevamo quasi le lacrime agli occhi. I ragazzi ci sono saltati addosso dalla felicità, abbracciandoci e salutandoci nella maniera più calorosa e sincera possibile. Volevano fare foto e iniziare subito con la palla. Sono certa che questo primo contatto sarà significativo di tutta la nostra esperienza qui, perché, credetemi, il cuore si è riempito in un istante.

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E’ seguita una breve riunione di presentazione con lo staff della società sportiva di Kampala, composta anche da numerosi allenatori e atlete ex nazionale ugandese, per poi procedere con un primo allenamento sui fondamentali del volley. Per alcuni sono i primi bagher e palleggi e quello che più mi ha colpito è stata la concentrazione e la passione degli allenatori nello spiegare i gesti tecnici. Le persone non hanno fatto altro che ripeterci di sentirci come a casa e hanno voluto prendersi un attimo di noi tutto per sé, così come noi un attimo di loro, parlando, in quei frangenti, la stessa identica lingua. Dopo aver rotto il ghiaccio, da domani si lavorerà a pieno regime.

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Ex giocatrice della nazionale ugandese nel ruolo di libero. Ora head-coach e mamma di tre figli.


DAY 3

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Nella guest house di Claire e Paul

La giornata inizia con lo stupore di avere in giardino delle simpatiche scimmiette che saltano tra gli alberi. Parliamo un po’ con Claire, la proprietaria della nostra Guest House, ringraziandola per l’ottima colazione a base di pancakes e frutta esotica. Claire è una ragazza madre che ci racconta di essere rimasta purtroppo vedova. Osserviamo suo figlio Paul aspettare impaziente il pulmino per andare a scuola e la sua tenerezza è disarmante.

Il camp prosegue con un allenamento mattutino per il gruppo di ragazze più piccole, le quali hanno avuto un permesso per poter uscire dalla scuola. Scherzando, chiedo loro se sono contente di saltare le lezioni e prontamente mi rispondono di no perché gli piace andarci. Sono più felici però di stare con noi e hanno voglia di allenarsi e migliorare. Ancora bagher e palleggi per consolidare il lavoro di ieri, comunicando sempre in inglese che è la lingua ufficiale del Paese. Riusciamo a salutare anche i bimbi più piccoli, che escono dalle classi con le loro uniformi per giocare un po’ nel prato… a dir poco fantastici.

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Le ragazze gonfiano i palloni prima dell’allenamento

Pranziamo sul lago al ristorante “2 Friends”. Frutta, insalata di avocado e bevande esotiche rinfrescano questa giornata caldissima, ma c’è anche chi vuole provare la pizza o qualche pietanza in cui il curry la fa sempre da padrone.

Nel pomeriggio riprendono gli allenamenti con un gruppo ampio composto da ragazze più grandi che hanno già qualche base di volley. Le più giovani vogliono comunque inserirsi e ci tengono a mostrarci i miglioramenti fatti durante queste tre ore in cui siamo mancati. Probabilmente avranno ripetuto i gesti infinite volte per fare una bella figura quando saremmo tornati. Qualche passaggio per cominciare e in conclusione una partita a cui prendiamo parte anche noi.

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Questo pomeriggio ho avuto modo di parlare molto anche con Tracy e Tizo, due ragazzi simpaticissimi di 23 anni che mi spiegano come si vive qui la pallavolo di livello più alto. Tracy va al college, è una schiacciatrice, e mi mostra la foto della sua squadra con le divise blu e rosse come i colori della nostra spedizione. Tizo mi dice che Tracy è molto grintosa e lui stesso è super appassionato, tanto da conoscere tutti i giocatori della nazionale italiana. Entrambi fanno gli allenatori dei più piccoli alla mattina e poi si allenano dalle 17 alle 21 nella palestra di Kampala. Tizo mi racconta che la cosa che ama fare di più è ricevere e attaccare nella stessa azione e che il suo giocatore preferito è Lanza. L’allenatore della sua squadra organizza persino delle riunioni in cui si ritrovano tutti insieme per vedere le partite in streaming, prendendo come esempio proprio il nostro campionato.

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Con Tizo e i bimbi in uniforme

Mi dice che in settimana non sono abituati a fare pesi, ma corrono e saltano tantissimo. Secondo lui non c’entra la questione delle fibre muscolari. Per saltare in alto come loro dice che dovremmo semplicemente allenarci più duramente e andare al palazzetto a piedi, non in auto con il cambio automatico!
Il discorso continua e tocca tematiche culturali più generali. Lui fa parte della tribù Bantu, una delle più grandi in Africa insieme agli Zulú, ed è convinto che noi invecchiamo prima di loro perché sorridiamo poco e pensiamo solo al lavoro. Questi giovani mi stanno insegnando tanto e io sono grata di averli incontrati.

 

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Con la giocatrice-allenatrice Tracy

Non vediamo l’ora di incontrare l’equipe medica per cena poiché siamo ansiose di sapere come sono andate le operazioni. Ci confermano che tutte hanno avuto successo e passiamo insieme una piacevolissima serata. La provenienza, l’età, il mestiere sembrano non contare nulla quando condividi un’esperienza così profonda. Uno di loro mi dice di dargli del tu perché insomma “siamo in Africa insieme” e questa frase ha avuto più senso per me solo una volta tornata in Italia, quando ho realizzato quanta intensità c’era in quello che ognuno di noi stava facendo. La nostra passione è molto simile e sono davvero onorata di far parte di questo gruppo.

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DAY 4

La sveglia è prestissimo per dirigerci in macchina verso la capitale Kampala e far visita all’ambasciatore. Ci aspetta per le 10.30 ma ci consigliano di partire in anticipo perché la strada è sempre molto trafficata. Durante il tragitto possiamo osservare bancarelle di frutta, uomini che trasportano materiali pesanti in bicicletta, veri e proprio mercati di arredamento all’aperto e tantissimi “boda boda”, ovvero moto taxi tipici dell’Uganda, che ci sfrecciano di fianco. Una miriade di colori, rumori, odori diversi, che non mi permette di staccare gli occhi un secondo da quello che mi circonda. Alcuni uomini vendono quotidiani gironzolando tra le auto incolonnate nel traffico. Ne acquisto uno che ho promesso ad un amico giornalista e scopriamo con grande piacere che in seconda pagina c’è la nostra Terry alle prese con l’insegnamento del bagher alle giovani del camp.

 

 

 

L’incontro all’ambasciata si rivela davvero interessante. Scopriamo di più su questo paese speciale considerato la “perla dell’Africa”, su come vive lo sport e lo sviluppo. L’ambasciatore Domenico Fornara ci racconta l’episodio poco noto del primo italiano in Uganda, il duca degli Abruzzi, il quale nel 1906 ha portato a termine la scalata del Monte Ruwenzori (5109 m). Ci ringrazia per quello che stiamo facendo, noi regaliamo un pallone firmato e facciamo le foto di rito.

 

 

 

Una volta rientrati a Entebbe, andiamo al villaggio e pranziamo insieme agli altri allenatori. Ci offrono delle mini banane che qui hanno un gusto unico e ci preparano la loro pietanza tipica, ovvero riso basmati con fagioli e carne. Ci spiegano che qui alloggiano bambini e ragazzi rimasti orfani o con gravi problemi in famiglia. Il villaggio permette loro di studiare e fare diversi sport come basket e calcio, oltre ovviamente alla pallavolo.

L’allenamento del pomeriggio è molto intenso. Oggi proviamo a chiedere di più alle ragazze e loro rispondono positivamente ai nuovi stimoli. Difesa e gioco sono i temi principali. Migliorano a vista d’occhio, si sentono felici se riescono a portare a termine l’esercizio e alcune correggono addirittura le loro compagne, ripetendo le nostre indicazioni. L’impegno e il coinvolgimento è totale da entrambe le parti. Non trovo le parole per descrivere i loro occhi, la gratitudine che fanno trasparire, l’attenzione che impiegano.

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La fine dell’allenamento coincide purtroppo con il momento dei saluti e con le domande che le ragazze si sono preparate per noi in questi giorni. Ci chiedono quanto ci alleniamo, a che età abbiamo iniziato, ma soprattutto vogliono capire il perché siamo qui nel loro Paese. Comprendere che siamo volontari, che abbiamo avuto il desiderio di incontrarle e di passare questa settimana con loro è motivo di una contentezza incredula e sincera.

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La visita dell’equipe medica

L’apice della giornata avviene quando anche l’equipe medica ci raggiunge al villaggio, unendosi al nostro cerchio e raccontando le grandi cose che hanno fatto nell’ospedale della loro città. Il professor Lanzetta presenta la sua “squadra”. Le ragazze lo ammirano, qualcuna ammette di voler diventare un’infermiera mentre altre aspirano ad essere delle giocatrici di pallavolo professioniste. Per il progetto “Mano nella Mano” non poteva esserci riscontro migliore.
Si fa quasi buio ma la proposta di un’amichevole “giocatrici contro dottori” entusiasma tutti. Hanno la meglio le pallavoliste per questa volta, ma chissà forse potrà esserci una rivincita in futuro, magari in un altro Paese bisognoso della nostra splendida unione.

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Le bimbe ci regalano un disegno fatto con le loro mani colorate. Ci dicono che gli mancheremo, che sperano di riaverci qui l’anno prossimo per mostrarci i loro miglioramenti, ci abbracciano e vogliono assolutamente impedirci di prendere quel bus che ci dividerà. Una ragazzina addirittura vuole l’ultimo bacio e sale sul pullman per prenderselo da tutti noi. Lasciamo loro in regalo borsoni pieni di abbigliamento sportivo dei club in cui abbiamo giocato che si potranno dividere tra loro. Ma il regalo più grande saranno le immagini, le sensazioni e i sorrisi che rimarranno sempre impressi nella nostra memoria così come nella loro, ne sono certa.

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DAY 5

Nell’ultima mattinata in Uganda abbiamo in programma la visita all’ospedale “Corsu”, dove operano i nostri medici. La struttura è quella di un tipico ospedale africano, disposta su un solo piano con corridoi all’aperto che collegano i reparti, ma questo è uno dei pochissimi specializzato per bambini. Prima di entrare in sala operatoria, i pazienti e le mamme con intere famiglie al seguito a volte aspettano seduti per terra, portandosi qualcosa da fare durante l’attesa.

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L’impatto è forte, le persone e i problemi sono tanti, ma è impressionante come il professor Lanzetta riesca a coinvolgerci e a spiegarci cosa sono riusciti a fare in questi pochi giorni. Le prospettive di questi bimbi sarebbero state ben diverse se non fosse arrivata l’equipe di “Gicam”. La realtà che ci si presenta davanti è dura, difficile e finché non la si vede con i propri occhi non ci si può rendere conto. E’ soprattuto la storia di Vivian che ha colpito tutti. Vivian è un ragazzino di 13 anni a cui si era formato un tumore benigno sulla spalla, una vera e propria massa del peso di 2,2 kg, che stava per lacerargli la pelle. L’operazione era delicata, lunga, e i medici hanno vissuto anche momenti di sconforto quando hanno pensato che forse non avrebbe potuto più muovere le dita della mano. Una volta sveglio, quando gli è stato chiesto se gli piacesse un pupazzo, Vivian ha risposto alzando il pollice. Al solo sentirlo raccontare, a me e alle altre ragazze sono spuntate lacrime di gioia. Tutto è andato ancor meglio del previsto e senza nessuna complicazione. Conoscere Vivian e vedere il suo sorriso così lieve è stata una delle cose più belle di questo viaggio.

 

 

 

Il dottor Lanzetta fa autografare a Vivian un libro con una storia davvero unica legata ai concetti di “compassion” e “forgiveness”, al Dalai Lama e ad altre persone molto speciali per lui. Ci racconta le loro storie e ci trasmette una forza incredibile. Ho deciso di non riportarle in questo diario perché credo sia un regalo che il Professore ci abbia voluto fare in quel momento. Le condividerò ovviamente, ma soprattutto le custodirò nel mio cuore per sempre, così come i volti, i sorrisi, gli occhi di questo popolo favoloso che  mi ha fatto vivere una delle più grandi esperienze che si possano fare al mondo.

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Il professor Lanzetta

Si torna quindi al punto in cui questa avventura è iniziata, ovvero a noi e ai nostri pensieri, però questa volta sappiamo esattamente dove dirigerli. Per un po’ di tempo le domande che ci porremo saranno quelle giuste, l’affetto che abbiamo sentito migliorerà le nostre giornate e i sentimenti più veri non lasceranno spazio a tutte le cose inutili. Per un po’ di tempo… fino a che il “mal d’Africa” non sarà insostenibile e allora dovremmo fare ritorno.

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Ringrazio la Lega Pallavolo Serie A femminile, l’associazione “Gicam” e il Professor Lanzetta per questa esperienza. Un ringraziamento speciale a SOS Children’s Village di Entebbe, dove ho lasciato un pezzo di cuore e alla società di pallavolo di Kampala per l’accoglienza e il buon lavoro fatto. Grazie all’equipe medica per i momenti insieme, ai drivers, a Claire e Paul junior per l’ospitalità. Infine un GRAZIE immenso ai miei compagni di viaggio Tereza Matuszkova, Elisa Cella, Maurizio Latelli, Alessandro Spigno e… fluffy 😉

We will miss you ❤

Alla prossima

Fabiola Facchinetti

Namibia

Finalmente è Agosto e possiamo pensare alla vacanza. Nessuna prenotazione, solo idee. Da una parte può sembrare difficile e frettoloso organizzare qualcosa adesso, ma quanto è bello svegliarsi e dire “quindi? dove andiamo?”. “Possiamo andare dove ci va!” 

Un foglio bianco… un mondo intero! 

Africa, Cambogia, Cuba, costa meridionale della Francia e della Spagna fino in Portogallo???

E’ domenica, mi sveglio più tardi io, e già Tommi sta pensando alla Namibia. Gli piace il nome forse… mi convince! Non ci vuole molto, chi non vorrebbe andare in Namibia?!?! Suona così dolce, così lontano, così diverso… un gioiello africano pieno zeppo di paesaggi unici. 

E’ pur sempre domenica, nessuno ci risponde alle mail e le agenzie di viaggio possono completare una proposta solo il giorno dopo. Noi dobbiamo partire subito, al rientro ci aspetta la preparazione atletica per la nuova stagione sportiva. Qualcuno risponde che è impossibile organizzare in così poco tempo, qualcuno non trova soluzioni, qualcuno non si mette neanche a cercarle. Ad eccezione di Alessandro di “African Footprints”! http://www.afootours.com

Fantastico! Non potevamo chiedere di meglio. Alex è un ragazzo italiano che vive da tanti anni con la famiglia a Windhoek e che, in collegamento Skype con noi, organizza tutto in una mattinata!! Il volo lo cerchiamo da soli sui motori di ricerca, rischiando di far schizzare il prezzo alle stelle se non ci sbrighiamo. Non servono vaccinazioni, non serve patente internazionale, non servono precauzioni particolari. Il difficile è far combaciare tutte le cose (volo, auto, sistemazioni) in tempi così ristretti. Dobbiamo avere la conferma di tutto quasi simultaneamente. Alessandro ci riesce, trova la Jeep 4×4 e quindi non ci resta che procedere nell’acquisto del biglietto aereo. Dopo un lunedì un po’ stressante finalmente lo troviamo, ma siamo costretti a posticipare la partenza di un giorno, e questo implica una leggera modifica dell’itinerario proposto da Alessandro. Avevamo quasi perso le speranze, ma ormai la nostra testa era là, per cui riuscirci è stata la prima emozione di un viaggio che si rivelerà indimenticabile!!!  

Versione 2

DAY 1 (5 agosto 2015)

Partenza in mattinata da Milano Malpensa con Etihad Airways, destinazione Abu Dhabi, dove arriviamo alle 19.30. Approfittiamo per fare un giro all’Emirates Palace, davvero sontuoso. Tommi ha dei pantaloni corti, perciò è costretto a indossare sopra una lunga tunica bianca. Ceniamo in un ristorante arabo all’interno del Marina Mall (un grande centro commerciale) e sulla strada di ritorno all’aeroporto scattiamo qualche foto allo skyline e alla grande moschea di Sheikh Zayed, che vedremo meglio al ritorno quando avremo una giornata intera di scalo nella città. Per il resto della notte proviamo a dormire sui divani appena fuori dall’aeroporto.

DAY 2

Altri due voli per noi oggi: per Johannesburg (Sudafrica) e subito dopo per Windhoek, la capitale della Namibia. Arriviamo che è già sera. Alessandro ci aspetta per accompagnarci nella nostra Guest House e ci diamo appuntamento per la mattina seguente. Io e Tommi non vediamo l’ora di salire in macchina e partire. Assaggiamo la birra del posto, la Windhoek Lager, e ci buttiamo finalmente a letto.

DAY 3 (inizio del viaggio)
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Incontriamo Alessandro a colazione, il quale ci mostra passo dopo passo l’itinerario e ci porta a ritirare la nostra auto 4×4. Abbiamo concordato un giro in senso orario per la maggior parte nel nord della Namibia, la zona più ricca di paesaggi e fauna, un vero e proprio crescendo di sensazioni, a detta di Alex. Regole semplici: si guida dall’alba al tramonto e mi raccomando… a sinistra!! Qualche raccomandazione nel caso ci fosse capitato di forare una gomma o rompere il parabrezza. In effetti è da mettere in conto qualche problemino poichè le strade non sono asfaltate, sono solo battute, per questo è consigliabile spendere qualcosa in più ma noleggiare almeno una jeep. La spesa prevista per la benzina è di 40 dollari namibiani al giorno. 

La Namibia è una delle mete in Africa in cui il Self Drive può essere fatto in sicurezza e in maniera totalmente indipendente. Abbiamo tutte le notti prenotate nei lodge da Alex, quindi non abbiamo pensieri, dobbiamo solo arrivarci entro il tramonto, altrimenti Alex verrà avvisato, ma abbiamo quasi sempre molto margine. 

La nostra auto ha carattere, dice Tommi… facciamo una piccola spesa di acqua e generi per la sopravvivenza e saltiamo su, direzione Sossusvlei, passando per Rehoboth e poi attraversando verso ovest. 

I viaggi in macchina sono un pezzo importante della nostra vacanza, ce li vogliamo gustare e ovunque ci piace… ci fermiamo!! Non ci pesano i km, ci piace scoprire ogni angolo. Doors o Pearl Jam in sottofondo. 

La prima meta avrebbe dovuto essere il deserto del Kalahari, ma noi dobbiamo metterlo “in coda” a causa del posticipo della partenza dall’Italia. La strada oggi è lunga ma molto bella: facciamo il passo di Spreetshoogte, vediamo qualche animale in lontananza (antilopi, zebre, gnu) e arriviamo al nostro primo lodge all’ora del tramonto. “Le Mirage” offre camere incantevoli con letto a baldacchino e doccia con vista sulla savana. Una deliziosa cena ci viene servita al ristorante, dove assaggiamo per la prima volta la carne di orice. Addirittura il cameriere, per spiegarmi, mi accompagna fuori a vedere proprio un orice che si aggira a pochi metri da noi. Un buon bicchiere di vino rosso, intrattenimento con musica e balli africani e un cielo di stelle che nessuna foto o descrizione potrà mai raccontare.

DAY 4 (Sossusvlei)

DSC_0575Sveglia prestissimo, 5:30, con quella costante voglia di vedere che succede là fuori alle prime luci del giorno. I cancelli per arrivare nel nostro punto di interesse a Sossusvlei aprono alle 6:45 e c’è un piccolissimo pagamento da effettuare all’ingresso. La strada è asfaltata per diversi km. Passiamo vicino alla rinomata Duna 45, ma decidiamo di non salirci. Vogliamo riservare tutte le energie per la Big Daddy, la duna più alta del mondo con i suoi 380 metri (la scommessa sull’altezza di questa duna la perdo io, ovviamente, “sparando” troppo grosso e conquistando un bel bagno nell’oceano da fare non appena ce ne sarà occasione). L’ultimo tratto di strada è molto sabbioso e si può percorrere solo se dotati di un 4×4 oppure per mezzo delle navette messe a disposizione dai lodge.

La camminata fino alla vetta è lunga e faticosa, ma una volta raggiunta siamo ripagati di tutto. Io e Tommi riusciamo a fare tardi anche nel deserto e ci ritroviamo ad essere in cima proprio nell’orario più caldo, 12-13, quando tutti sono già scesi. La temperatura è elevata, ci sembra di essere molto vicini al sole. Nota positiva: eravamo noi in cima al deserto. L’inizio di un grande deserto, quello del Namib, con le sue dune di sabbia rossa che sembrano giocare con le luci e le ombre. Pronti per la discesa, ci lanciamo, corriamo forte, ci rotoliamo, scivoliamo e facciamo “ruggire” la duna… sì, letteralmente, perchè la sabbia sotto di noi fa un rumore incredibile e quasi spaventoso, tanto da essere definito un “ruggito”. Ci ritroviamo in una distesa arida, più avanti alberi secchi dal tronco scuro, dietro di noi… un muro di sabbia! Questo luogo viene indicato come Deadvlei, un tempo un’oasi di acacie, ed è davvero impressionante camminare in una desolazione simile. Siamo esterrefatti, continuiamo a chiederci che razza di posto sia mai questo. Ci copriamo dal sole che non perdona. Ripartiamo e rimaniamo bloccati nella sabbia con la nostra jeep e siamo costretti a pagare un’autista delle navette per tirarci fuori dall’impaccio. Ci avevano avvisato del rischio, ma comunque il problema si risolve in pochi minuti.

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Deadvlei

Sulla via del ritorno facciamo un giro veloce nel Canyon River fino ad arrivare a una pozza d’acqua dove vive un Catfish da moltissimi anni (dicono il più vecchio del mondo). Con un po’ di pazienza, buttando qualche pezzettino di legno, riusciamo a vederlo quasi in superficie. Torniamo al nostro lodge e ci rilassiamo in piscina, concedendoci anche un massaggio prima di un’altra stupenda cenetta a base di carne.

Le stelle qui ti fanno sentire piccolo piccolo, come un granello di sabbia nel deserto del Namib.

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DAY 5 (Swakopmund)

Colazione a base di Guava, che scopro essere un frutto buonissimo, e prendiamo qualcosa dal buffet per sopravvivere durante la giornata di viaggio che ci aspetta. Destinazione: SwakopmundI km sono tanti, ma davanti a noi gli scenari continuano a cambiare, come diapositive, senza neanche darci il tempo di rendercene conto. Lasciamo le dune e incontriamo montagne, attraversiamo il passo del Kuiseb Canyon e ci troviamo a fare su e giù tra dune più basse e, questa volta, rocciose e aspre. Poi pianura a perdita d’occhio e un’autostrada in mezzo al niente, sulla quale oltrepassiamo la linea del Tropico del Capricorno.

La sensazione, che so mi mancherà una volta tornata a casa, è quella di non percepire una fine! Se ci si guarda intorno, a 360°, non c’è ostacolo alla visione, solo orizzonte che poi si sfuma e non ha confini netti. Non riusciamo proprio ad abituarci a questo panorama. Guido un po’ anche io, mi diverto.

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Arriviamo a Walvis Bay, intravediamo i fenicotteri rosa e altre dune di sabbia per il Sandboarding. Sarebbe bello farlo! Questa è la fine di quel deserto iniziato a Sossusvlei e questa cittadina, così come Swakopmund, gode di un clima diverso, molto umido alla sera e alla mattina, caratterizzato da nebbie che rendono più rigogliosa la vegetazione, almeno in prossimità dell’oceano. Ancora una mezz’oretta di strada asfaltata e raggiungiamo Swakopmund e il nostro alloggio. Il “Brigadoon” è un B&B molto carino e ad accoglierci c’è una gentilissima signora scozzese. Ci prepariamo e usciamo a bere una birra al “Kucki’s Pub”. Non sembra proprio di essere in Africa, sembra molto una cittadina tedesca di altri tempi. Per la strada non passa quasi nessuno, ma i locali sono tutti strapieni, tanto da non trovare facilmente un posto per mangiare. Ovunque consigliano “The Tug”, un ristorante a forma di barca vicino al mare, ma per questa sera è pieno e quindi dobbiamo ripiegare sul ristorante in fondo al molo, poco più avanti. Una cena tranquilla, con ostriche molto buone e pesce del giorno a prezzi decisamente diversi dai nostri in Italia.

Tornando al nostro alloggio commettiamo un grave errore… prendiamo una via un po’ buia e tre uomini ci aggrediscono, cercando di derubarci. Un uomo, dal balcone di casa, riesce a farli scappare e ci riporta al B&B in macchina. Tantissima paura e un piccolo taglio sulla testa per Tommi, che andiamo subito a curare all’ospedale più vicino. La microcriminalità purtroppo esiste nelle città, i vicini si aiutano come successo a noi e fuori da ogni locale, ristorante, albergo o B&B ci sono guardie dalle 7 di sera per tutta la notte. L’accorgimento è quello di spostarsi sempre con l’auto, anche se la distanza è di poche centinaia di metri. 

Questo avvenimento, che rischiava di rovinarci la vacanza, rimane una nota molto negativa in mezzo a tanta meraviglia. 

 

DAY 6 (catamarano e Sandwich Harbour)

DSC_0848Per dimenticare non poteva esserci modo migliore che viverci intensamente una giornata come quella che sto per raccontarvi.

Le escursioni di oggi sono state precedentemente prenotate da Alex. 

Ci copriamo parecchio, a Swakopmund piove ma già dopo aver fatto colazione con bacon e uova si apre una gradevole giornata di sole. Ci sarà vento comunque e noi siamo pronti. 

Arriviamo giusto in tempo al porto di Walvis Bay per imbarcarci sul catamarano. “Lo sai vero che non vedremo neanche una balena?”… e così è stato, nonostante questo sia il loro periodo di migrazione verso sud, il che significa maggiori probabilità di avvistarle nelle acque della Namibia. In compenso, pellicani, delfini e foche a non finire… anche ostriche a non finire! Una piacevolissima mattinata in mare conclusa con l’aperitivo. Scambiamo qualche chiacchiera con il ragazzo sul catamarano che prepara le ostriche e che intanto continua a versarci sherry (molto simpatico!)

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colonia di foche

Scendiamo e raggiungiamo un altro gruppo diretto a Sandwich Harbour. La jeep 4×4 con a bordo noi e una famiglia francese parte veloce per affrontare le dune. Una breve sosta per vedere la salina e poi dritto dentro il deserto. Tommi si addormenta. Sembra tutto molto tranquillo e un po’ noioso finché le dune non diventano veramente immense. Prendiamo la rincorsa ed è puro divertimento.

La vista è qualcosa che toglie il fiato, non c’è luogo al mondo dove avviene una cosa simile. Due giganti che si incontrano: il deserto e l’oceano.

Siamo in cima ad osservare, siamo dentro una cartolina. I colori, il rumore del vento sulla sabbia e il profumo del mare sono sensazioni che rimangono dentro di me. 

Saltiamo sulle dune, ridiamo, ci abbracciamo, ci sentiamo liberi e proprio dove avremmo voluto così tanto essere.

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Ci offrono di nuovo un aperitivo, questa volta in mezzo al deserto, sempre a base di ostriche e champagne! Al ritorno ci fermiamo in prossimità del mare, dove ci fanno saltare tutti insieme in cerchio e nello stesso senso. Scopriamo di essere nelle “paludi di Anichab” e sprofondiamo fino alle ginocchia. Ci divertiamo come due bambini.

In conclusione, una super cenetta di pesce finalmente al ristorante “The Tug”. In un’atmosfera rilassante gustiamo una zuppa di pesce incantevole, filetto di pesce del giorno e astice. Personale molto cortese e generoso. Non si meritano proprio che la mia opinione sul loro Paese cambi per colpa di tre delinquenti.

 

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paludi di Anichab
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Sandwich Harbour

 

 

 

 

 

 

 

 

 

DAY 7

Lasciamo Swakopmund dopo essere passati alla polizia e aver provato ad identificare un ragazzo che avevano appena arrestato a causa di un altro tentativo di rapina ad altri due turisti. Non riusciamo ad affermare niente con certezza, ma cerchiamo di dare una mano con la nostra testimonianza. L’agente della polizia è molto comprensivo e dispiaciuto per quello che è successo e ci augura un buon proseguimento di vacanza.

Salutiamo la dolce signora scozzese e ci rimettiamo in viaggio lungo la costa. Pago la mia scommessa ed entro nelle acque gelide dell’oceano pensando a cosa potrebbe esserci solo un po’ più in là. I brividi forse sono dati da quel pensiero.

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Lasciamo la costa un po’ a malincuore, all’altezza di Henties Bay. Se avessimo proseguito, saremmo arrivati a Cape Cross, dove si trova una famosa colonia di foche e successivamente avremmo raggiunto la Skeleton Coast con tutti i suoi relitti. Non sappiamo come sia la strada né i tempi di percorrenza, quindi decidiamo di non discostarci dal tragitto indicato sulla nostra cartina. Il paesaggio cambia ancora: alberi, massi enormi, montagne di roccia. Guido un po’ io totalizzando un punteggio da record nel prendere tutte le buche dell’Africa.

Arriviamo a “Twyfelfontain Country Lodge”. Spettacolare la sua ubicazione tra le rocce, le camere con il tetto di paglia, la piscina e un cielo stellato ancora più suggestivo. Ci sentiamo al sicuro, a differenza della città, e anche il clima è migliore dopo tutta quella nebbia. 

 

DAY 8 (Twyfelfontain)

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Organ Pipes
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pitture rupestri

Significa “sorgente dubbia” e in questo luogo si può fare
un’interessantissima visita guidata alle pitture rupestri. La guida ci spiega l’origine di questo sito dichiarato patrimonio dell’Unesco e l’intero tour non impiega più di un’oretta della nostra mattinata. Ce la prendiamo con calma, dato che resteremo un’altra notte qui. Andiamo a vedere la Burnt Mountain e le Organ Pipes, affascinanti luoghi soprattutto dal punto di vista geologico. In mezz’oretta riusciamo a vedere entrambi e non è necessaria la guida. La Burnt Mountain si presenta come una montagna dal colore nero, formata da calcare e lava vulcanica; le Organ Pipes sono colonne verticali di dolerite, simili alle canne di un organo, che si formarono 120 milioni di anni fa come la suddetta montagna.

Torniamo in albergo, abbiamo il tempo per un bagno in piscina veloce e poi ci prepariamo per un’escursione alla ricerca degli elefanti che hanno scelto di vivere proprio in questa zona, in assoluta libertà. Il nostro pulmino è alto e ben rinforzato e non ci serve fare molta strada per vederne uno. Immenso, calmo… ecco il primo dei nostri Big 5! Scattiamo foto mentre distrugge gli alberi per mangiarne le foglie e stiamo lì in silenzio ad osservarlo per un po’. 

Sul pulmino conosciamo due ragazzi italiani, i quali ci raccontano entusiasti della loro precedente vacanza in Sudafrica e del safari al Kruger Park.

Tommi dorme alle 10, io preparo la valigia, altrimenti mi sgrida perché partiamo sempre tardi. 

 

DAY 9

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Mi sveglio alle 5.30 sperando di vedere qualche animale alla pozza d’acqua vicino alla nostra stanza. E’ ancora buio, sono infreddolita e quasi ho un po’ di timore a passeggiare da sola qui intorno. Mi avvicino alla pozza, nessun animale, ma un vero e proprio spettacolo ha inizio davanti ai miei occhi. Verso le 5.45 il buio lascia spazio alla luce e piano piano il sole si fa intravedere, mentre lo spicchio di luna non vuole scomparire. Respiro aria buona, mi godo quel momento tutto mio, assisto alla natura che fa una cosa così semplice e quotidiana. All’improvviso una stella cadente. Da non credere… attimi in cui coesistono davanti a me la notte e l’alba in uno spazio così grande ma, in fin dei conti, anche così piccolo dato che noi esseri umani possiamo essere gli spettatori. Mi sento fortunata e felice.

Partiamo alla volta di Opuwo (che significa “la fine”) ed è il punto più a nord che raggiungiamo nel nostro viaggio. Alex ci aveva consigliato un percorso alternativo rispetto alla strada principale. Il bivio è poco segnalato, ci mettiamo un po’ a trovarlo, attraversando perfino qualche letto di fiume che in questa stagione rimane prosciugato. Ancora paesaggi da togliere il fiato, ancora molte ore di viaggio. Mentre Tommi guida, io leggo ad alta voce la Lonely Planet: conosciamo la storia, ci informiamo su flora e fauna del luogo, segniamo i posti da visitare e le cose che vogliamo fare… e poi un po’ di Johnny Cash. Guardiamo il tramonto a bordo della piscina a sfioro presente nel nostro lodge. Aperitivo e cena ottimi in compagnia dei nostri amici italiani conosciuti a Twyfelfontain. I nostri itinerari sono leggermente diversi, in quanto loro domani partiranno in direzione nord per raggiungere le Epupa Falls, al confine con l’Angola.

 

DAY 10 (villaggio Himba)

 

DSC_0441Contattiamo telefonicamente un certo John, una guida del posto raccomandataci da Alex, e ci accordiamo sull’orario e il luogo di ritrovo per andare a far visita ad un villaggio della tribù Himba. Siamo curiosi, non sappiamo esattamente cosa aspettarci, ma sappiamo che sarà un’esperienza forte. John è il nostro intermediario, senza di lui non riusciremmo ad entrare in questo villaggio, né a comunicare con queste persone. La sua tariffa è di circa 350 dollari namibiani e con lui ci fermiamo a fare una spesa di altri 250 NAD per il villaggio che andremo a “disturbare” nella sua quotidianità. Portiamo generi di prima necessità come farina di mais, fagioli, pane… Durante il tragitto John ci spiega moltissime cose riguardanti l’organizzazione di un villaggio Himba. I suoi genitori avevano scelto di cambiare stile di vita rispetto alla loro tribù nomade ed ecco il perché lui vive in città, parla inglese e svolge un lavoro normale, oltre ad accompagnare i turisti.

Lasciamo la strada principale diretti al villaggio ed entriamo in un altro mondo, un’altra cultura, una vita così diversa da quella a cui siamo abituati. John ci insegna il loro saluto e a chiedere “come stai?”. 

Le donne vestono in modo particolare: il loro corpo è completamente ricoperto da una sabbia rossa che ha funzione protettiva e anche i capelli sono intrecciati e dello stesso colore. 

In un recinto pieno di capre lavorano donne e ragazzini più grandi, mentre il capo villaggio rimane seduto a farsi la barba. L’uomo, infatti, generalmente non lavora e ha due o tre mogli che sceglie da altri villaggi vicini. 

Una donna mi chiede se ho qualche medicina perché si è scottata la gamba con il fuoco e la ferita sta facendo infezione. Posso solo lasciarle la crema alla calendula per farle sentire un po’ di sollievo, dato che non ho altri medicinali adeguati. Le consegno la crema in un sacchettino di plastica verde che subito una bimba riesce a trasformare in una magliettina, rompendo l’estremità inferiore. Un’altra ragazza è seduta a terra dolorante e mi indica il cielo per farmi capire che ha il ciclo e che anche lei vorrebbe qualche medicina. Non ho nulla con me purtroppo e non so come potrei aiutarla. DSC_0490

E’ chiaro che non hanno acqua, non possono lavarsi… mancano tante cose di primaria importanza.

I bambini sono davvero stupendi, giocano per terra con poco e niente, mi osservano, sono attirati dalle mie unghie colorate, le sentono lisce e se le portano vicino alla guancia. Mi studiano, mi toccano la maglietta, si prendono l’elastico per i capelli che ho al polso e se lo mettono in testa. Un bimbo piccolo di neanche un anno è seduto per terra, le capre gli passano vicino, lui si guarda intorno e inizia a piangere. Io mi avvicino e ben presto arriva anche la mamma, con la quale riesco a scambiare quattro chiacchiere grazie alla traduzione di John. Mentre sta cucinando qualcosa in un pentolone mi chiede se ho figli, se io e Tommi siamo sposati e mi dice che sono molto gentile abbracciandomi. Sembra molto giovane ma non vuole dirmi quanti anni ha. 

Abbiamo portato qualche maglietta da allenamento per loro e una palla da pallavolo con cui facciamo subito qualche scambio. Altri bimbi più piccoli invece mi prendono per mano e vogliono che io giochi con loro a “palla due fuochi” con una pallina fatta di tessuto e riempita di sabbia. Quasi tutti i souvenir da portare a casa per i nostri famigliari decidiamo di comprarli qui: braccialetti, collane e oggetti fatti da loro. 

Tornando in città ci fermiamo a prendere un caffè. Le riflessioni sono molte e ci sentiamo davvero arricchiti da un’esperienza del genere. A volte la nostra vita è davvero piena di sciocchezze. 

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Arriviamo al nostro prossimo lodge, Hobatere, un’area privata confinante con l’Etosha National Park e molto ricca di fauna. Ci raccontano che, nella notte precedente al nostro arrivo, un elefante si aggirava tra i bungalow, lasciando impronte ovunque. Non possiamo spostarci da soli, tra gli animali ci sono anche 5 leoni nella zona e quindi c’è sempre un ragazzo che ci accompagna dalla nostra stanza alla hall del lodge. La camera è piccola ma graziosa, dal letto si può guardare fuori dalla finestra. 

Un’ora e mezza vola nel rifugio sopraelevato vicino a una pozza d’acqua, il quale è raggiungibile per mezzo di una navetta gratuita in qualsiasi momento della giornata. Vediamo per la prima volta le giraffe, così affascinanti e buffe nel modo di muoversi, così lente e sempre attente ad ogni minimo rumore. La pozza è sovraffollata di zebre, springbok, orici, scimpanzé, sciacalli… un bel quadretto! 

La cena è davvero di altissimo livello, con una zuppa fredda di avocado e carne di orice al sangue. Strepitosa! Trascorriamo la serata a chiacchierare con altri due ragazzi italiani intorno al fuoco e, improvvisamente, sentiamo un animale strillare nel buio a qualche metro da noi. Vengono i brividi. “Qualcosa ha mangiato qualcos’altro”. Ci dicono che sembra il verso di una zebra. Ci addormentiamo con tanta voglia di iniziare il nostro vero safari. 

 

DAY 11 (Etosha National Park)

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E se il buongiorno si vede dal mattino…

 Mentre facciamo colazione io e Tommi diamo uno sguardo in direzione della pozza, che stamattina è stranamente vuota. Ci chiediamo cosa sia quell’animale che avanza con andatura tranquilla e io dico: “un leone!”

Subito tutti quelli che erano lì nella sala colazione con noi si alzano per vedere. Il proprietario del lodge, un signore alto e molto simpatico, mi presta il suo cannocchiale. Si vede benissimo una leonessa con il muso sporco di sangue avvicinarsi all’acqua. Il proprietario ci organizza subito un mezzo per uscire. Ci sono due leonesse sdraiate, una di loro ha tre cuccioli intorno che saltellano e giocano. Non andiamo troppo vicino, ma passando vediamo un cucciolo che cerca di venirci incontro incuriosito. Ci dicono che i leoni e gli altri animali si stanno abituando al lodge, costruito da un anno, e perciò iniziano ad avvicinarsi di più. Probabilmente in futuro dovranno mettere delle recinzioni. 

 

Oggi è il giorno in cui entriamo nell’Etosha, un parco nazionale che si sviluppa intorno a un’enorme depressione salina, l’Etosha Pan. Al gate facciamo il permesso per tre giorni (2 persone + auto) ad un costo modesto. Dormiremo all’interno del parco due notti in due camp diversi situati lungo la strada e faremo il safari in autonomia. Esiste anche la possibilità di fare safari organizzati e noi vorremmo provare a fare un “game” notturno. Ovviamente, guidando la nostra jeep, dobbiamo rimanere sempre sul percorso principale segnalato dalla mappa, non dobbiamo mai scendere dall’auto (esistono aree di sosta recintate) e non dobbiamo superare i 60 km/h. Le pozze d’acqua sono segnate sulla cartina e alla prima in cui ci fermiamo è già meraviglia. Un rinoceronte enorme beve in compagnia di zebre, giraffe, springbok e anche qualche facocero. Sembra tutto così surreale: non è un documentario, siamo proprio noi dentro il loro ambiente e così vicini.

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Haunted Forest

Passiamo attraverso la “foresta incantata”, un’area ricca di piante di meringa, che secondo la leggenda caddero al contrario perché gettate in aria da Dio dopo che Egli trovò una giusta collocazione a tutte le altre piante e animali del mondo.

Arriviamo ad Okaukuejo con molte aspettative, date le premesse di Alex. E’ davvero, davvero, la fine del mondo!! Abbiamo un Waterhole Chalet, con due stanze da letto e terrazza proprio di fronte alla famosa pozza d’acqua illuminata. Avendo prenotato così all’ultimo era l’unica sistemazione rimasta e anche più costosa rispetto a quelle standard. Bene.. è Ferragosto e vogliamo festeggiare. Dopo aver fatto un po’ di spesa al supermercato presente all’ingresso del camp, facciamo un brindisi, mentre elefanti, giraffe e zebre sostano davanti all’acqua. E’ un po’ come fossero animali domestici che giocano in giardino!DSC_0041 Scendiamo e ci sediamo sulle panchine che circondano la pozza per vedere ancora più da vicino.

Il tramonto qui… credo proprio il più bello della mia vita! 

Non appena il sole cala, esplodono i colori con tutte le loro sfumature e in lontananza si sentono fortissimi i richiami degli uccelli. Guardiamo il rinoceronte e gli elefanti fino a tarda notte. Alcuni sciacalli ci passano vicino. Ci copriamo con una coperta, ci addormentiamo sulla panchina e quando rientriamo ancora mi sembra un sogno vedere questi animali dalla finestra della camera da letto.

E’ un paradiso… una serata davvero speciale e indimenticabile!

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DAY 12
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L’aria del mattino è fresca e noi passiamo ancora qualche minuto ad osservare dal nostro terrazzo la savana che si sveglia. Mentre facciamo benzina per partire, qualcuno avvisa che ci sono due grossi maschi di leone alla pozza più vicina. Ci facciamo spazio tra camioncini e auto parcheggiate e riusciamo ad avvicinarci. Il parcheggio è affollato, tutti sono fermi e in silenzio ad osservare il re.

Alla pozza successiva troviamo un altro ingorgo… uno springbok “non troppo in forma” pende dal ramo di un albero. Uno spettacolo un po’ macabro a dire il vero, ma ciò significa che un leopardo è nei paraggi e aspetta solo di tornare su a finire il suo pranzetto domenicale. Ci armiamo di pazienza e aspettiamo, osservando tra gli alberi con il binocolo. Lo vediamo tra le foglie che guarda nella nostra direzione. Dura un attimo, ma quello sguardo è stampato nella mia memoria per sempre!! Aspettiamo ancora, passano due ore e decidiamo di proseguire. La sera stessa, a cena, una coppia di signori italiani ci mostra le foto del leopardo che mangia la sua preda sull’albero, proprio 10 minuti dopo che siamo andati via…

Per il resto della giornata vediamo famiglie di elefanti (44 sbucano dalla foresta sradicando alberi in direzione dell’acqua) e ancora giraffe, zebre, alcuni uccelli coloratissimi, tucani e perfino un avvoltoio. Un elefante ci si piazza davanti per ben due volte lungo la nostra strada. Capiamo che è molto nervoso perché sbatte le orecchie, ci viene incontro e noi siamo costretti a fare inversione velocemente e trovare una strada alternativa. Brividi e tensioni in macchina, con Tommi che pensa di sapere quale sia la distanza di sicurezza con un elefante, mentre io penso già di avere i minuti contati.

Giornata intensa che termina con il rammarico per non aver visto il leopardo dar spettacolo di sé.DSC_0138

Passiamo la notte ad “Halali Camp” e purtroppo dobbiamo rinunciare alla nostra idea di fare un safari notturno poiché tutto prenotato. 

DAY 13

Il parco è la casa di circa 300 leoni e chissà quanti altri predatori. Mi scopro davvero entusiasta e appassionata nella ricerca degli animali. Guardiamo ovunque, sugli alberi, tra le foglie, in mezzo all’erba alta. Ci vuole pazienza, bisogna rispettare il ritmo di questa natura che appare così lenta, a volte immobile. Lo stato d’animo non può che trarne vantaggio. 

Ancora tante giraffe, sempre più vicine, tanti kudu, un branco di gnu e una zebra con dei grossi tagli sul corpo che lasciano intendere una fuga ben riuscita. Sostiamo in tutte le pozze rimanenti fino ad arrivare a Namutoni e uscire dal gate verso le 13. Il safari termina ed è come alzarsi da tavola quando si ha ancora appetito… la voglia di fare un game notturno, di vedere meglio quel leopardo e magari di vedere anche un ancor più raro “cheetah” (ghepardo) rimangono, tanto da fantasticare un futuro viaggio al Kruger in Sudafrica. 

La nostra prossima meta è “Otijwa Lodge”, verso sud, sulla strada per Windhoek. Questo è per noi il punto intermedio di un tragitto molto lungo che va dall’Etosha al deserto del Kalahari.DSC_0773

Ormai abbiamo visto di tutto, eppure il nostro pensiero arrivati qui è: “certo che Alex fa sempre le cose in grande”. In effetti potremmo accontentarci di molto meno, ma è sempre un piacere scendere dalla jeep dopo tante ore in macchina e trovare l’accoglienza migliore: ambiente ricercato, arredamento in stile africano, camera con vasca da bagno, veranda con poltroncine da cui osservare le stelle e una cena ottima preparata da una cuoca molto divertente.

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Etosha Pan

 

DAY 14 (deserto del Kalahari)

DSC_0184Partiamo presto, l’alba sembra quasi un tramonto. Passiamo per Windhoek, di nuovo per Rehoboth e questa volta proseguiamo verso sud. Tanta strada asfaltata, più scorrevole, con km e km di rettilinei che sembrano non finire mai. 

Il deserto rosso del Kalahari effettivamente sarebbe stato il giusto inizio per questo itinerario. Il paesaggio è particolare, la sabbia ha un colore molto acceso e la vegetazione cresce sulle dune di questo deserto diversissimo dall’altro grande deserto del paese, il Namib

Arriviamo nel primo pomeriggio a “Bagatelle Kalahari Game Ranch” e decidiamo di fare un’escursione per visitare un po’ la zona. Vediamo qualche orice, kudu, struzzi, gnu, già visti in gran quantità nel parco che abbiamo appena lasciato. L’autista del nostro mezzo ci dice qualcosa in più ed è sempre interessante ascoltare cose nuove. Ci spiega il “meccanismo” di quei grossi nidi che abbiamo visto per tutta la vacanza: quando un serpente sale sull’albero in cerca di cibo, gli uccelli scappano da sotto facendo un gran baccano, il che è un segnale della presenza del serpente per un uccello più grosso. 

Io e Tommi però non vediamo l’ora di andare dai Cheetah, previsto nella seconda parte del nostro tour di oggi. Entriamo in un cancello e vediamo tre stupendi esemplari di ghepardo sdraiati a pochi metri da noi. Sono stati salvati poiché rimasti orfani appena nati e, di conseguenza, incapaci di procurarsi cibo autonomamente. Vediamo come li nutrono, scendiamo addirittura dal pulmino mentre mangiano il loro pezzo di carne. Siamo molto vicini ed è entusiasmante vedere un animale così agile ed elegante, anche se non è lo stesso brivido provato di fronte a un predatore in libertà, nella sua natura, che uccide per sopravvivere. 

Ci offrono un drink e ci gustiamo l’ultimo tramonto africano. 

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DAY 15

Dopo aver comprato ancora qualche regalino al Curious Shop del nostro ultimo ma non meno elegante lodge, ci mettiamo in strada verso l’aeroporto. L’album è “Circus” dei Rolling Stones. Incontriamo Alex per salutarlo e ringraziarlo. Gli dispiace per quanto successo a Swakopmund e ci dice di aver mandato una segnalazione all’autorità competente per il turismo.

Riconsegniamo l’auto in aeroporto e alle 15.30 siamo sul volo per Johannesburg. Passiamo di corsa il controllo passaporti e prendiamo il secondo volo per Abu Dhabi.

Ripartiamo con la consapevolezza di non aver visto tutto ma di aver vissuto il nostro viaggio, la “nostra” Namibia. 

Questo angolo di mondo ci ha chiamato, ci ha regalato tanto in questi giorni ed è come se i suoi magnifici paesaggi ora un po’ ci appartenessero. Abbiamo scoperto, conosciuto, cercato e guardato lì dove la nostra fantasia ci ha suggerito… abbiamo anche sbagliato, andando incontro ad un episodio spiacevole, ma che, in fin dei conti, può accadere ovunque. Non ci siamo fatti impressionare e la Namibia ha continuato a sorprenderci, a donarci un’emozione dopo l’altra. Fortunatamente non abbiamo sofferto il “mal d’Africa” al nostro ritorno, ma dentro di noi questi luoghi vivono e vivranno sempre.

Arrivederci Africa!

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DAY 16 (Abu Dhabi)

Arriviamo al mattino presto e il volo per Milano parte alle 2 di notte, quindi ci aspetta un’intera giornata in città. Proviamo a chiedere di prendere un volo prima, nel caso fossero rimasti posti liberi, ma nonostante la premura e la cortesia di tutti per accontentarci, il problema è spostare e imbarcare i bagagli in tempo. Prendiamo un caffè, ci rilassiamo un po’ e riprendiamo i contatti con il mondo, dopo aver messo parecchio da parte il telefono. Prendiamo un taxi per andare al “Ferrari Park”. Tommi non si diverte come vorrebbe a causa dell’altezza che gli impedisce di fare le principali attrazioni (il limite è di 195 cm). Io provo la “formula rossa”, il più veloce roller coaster del mondo. Quello che possiamo fare insieme sono i kart e altri intrattenimenti. Purtroppo anche il simulatore è “off limits” per l’altezza. Tutto sommato ci divertiamo, non pensando alla stanchezza del viaggio.

Decidiamo di andare a visitare questa volta anche l’interno della grande moschea di Sheikh Zayed. Prendiamo un autobus che fa un giro molto lungo della città e ci mettiamo un’ora ad arrivare (gli uomini e le donne nei mezzi pubblici devono stare in spazi separati). All’entrata della moschea devo coprirmi con una tunica nera con cappuccio e, con questo caldo afoso, è davvero l’ultima cosa che vorrei. La moschea illuminata di sera è davvero una meraviglia per i nostri occhi e da qualche parte leggiamo che l’illuminazione funziona in relazione alle fasi lunari. Rimaniamo estasiati davanti alla grandezza, all’architettura e alle decorazioni presenti in questo luogo sacro in grado di accogliere 40.000 fedeli. Le cupole sono 80, le colonne 1000, i lampadari sono i più grandi che io abbia mai visto. Ovunque si possono notare dettagli in oro e madre perla e su tutto il pavimento è posato un unico tappeto, il più grande del mondo! Impossibile descrivere tanto splendore. L’aria calda diventa davvero insopportabile e noi prendiamo un taxi per l’aeroporto. Troviamo un Irish Pub all’interno e aspettiamo il nostro volo, stanchissimi ma con mille immagini che ci passano per la mente. Dormiamo per tutta la durata del volo e ci risvegliamo in Italia.

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