Colombia

L’anima dei viaggiatori avventurosi ha sempre sete di nuove esperienze e, chissà, anche coloro che generalmente prediligono vacanze più tradizionali potrebbero decidere un giorno di esplorare di più e di prendere in considerazione mete insolite. E’ sempre il momento di pensare ai prossimi passi in giro per il mondo. Ecco perché questa idea è per tutti, sperando possiate lasciare da parte i pregiudizi legati al terribile passato di questo Paese e che, come noi, possiate avere il cuore pronto ad innamorarsi della Colombia.

La ricetta è sempre la stessa: prendiamo spunto da altri diari di viaggio su internet, studiamo la guida, segniamo i punti di interesse e immaginiamo un giro a grandi linee in base al nostro tempo.

VOLI E ALLOGGI:

La vastità della Colombia non ci consente nelle tre settimane a nostra disposizione di vedere tutto quello che vorremmo. Con grande dispiacere dobbiamo sacrificare diverse aree e concordare una tabella di marcia serrata. E’ stato fondamentale prenotare dall’Italia non solo i voli di lunga tratta ma anche quelli interni, veramente molto comodi ed economici. Per questi ultimi il bagaglio in stiva ha un prezzo extra, per cui abbiamo scelto di viaggiare sin dall’inizio con un bagaglio a mano a testa e un solo zaino grosso da imbarcare. Tramite il sito booking.com abbiamo riservato qualche struttura nelle località in cui eravamo sicuri di fare tappa, seppur con la modalità di cancellazione gratuita fino a pochi giorni prima del soggiorno stesso. Gli ostelli si sono rivelati gli ambienti migliori in Colombia, superando per qualità anche gli hotel della stessa fascia di prezzo. Abbiamo optato sempre per camere private con bagno ad uso esclusivo.

Questo è il nostro itinerario, solo una delle infinite possibilità. Si parte carichi di entusiasmo e di vestiti comodi.

DAY 1 Bogotà

Partiamo di mattina da Milano Malpensa e arriviamo a Bogotà nel tardo pomeriggio, dopo uno scalo di due ore a Madrid. Durante il volo abbiamo modo di leggere e capire come raggiungere il centro della capitale con i mezzi pubblici.

Prendiamo una navetta dall’aeroporto internazionale “El Dorado” fino alla stazione centrale degli autobus e quindi uno verso il quartiere La Candelaria. Alloggiamo nel B&B “Chorro De Quevedo”, a cui arriviamo a piedi chiedendo indicazioni ad alcuni passanti. Il primo consiglio che ci arriva è quello di non camminare da soli per le strade dopo le 9 di sera, per cui, una volta sistemati i bagagli, chiamiamo un taxi per andare a cena nel quartiere La Macarena. Scopriremo in seguito che questo accorgimento si riferisce solamente alla capitale, dato che in nessuna altra città ci verrà detto questo, né vivremo sensazioni di pericolo.

DAY 2 Monserrate

Ci svegliamo presto e decidiamo di smaltire le tante ore di viaggio con una stupenda passeggiata in cima a Monserrate, la vetta che dalla città tocca i 3152 m di altitudine (Bogotà si trova a 2640 m). Il santuario posto nel punto più alto e dedicato al Cristo Caduto si può raggiungere o attraverso un percorso di 1500 gradini, oppure tramite una funivia. Per noi la scelta è scontata, saliamo a piedi e incrociamo persino alcuni atleti che utilizzano questa via per allenarsi. Dalla vetta sembra quasi di riuscire a vedere tutti i 7,8 milioni di abitanti. I confini non si vedono chiaramente, come se la città si espandesse fin dove l’occhio non riesce ad arrivare. E’ impressionante pensare all’altitudine a cui ci troviamo. Il santuario non è degno di nota, ma appena fuori si susseguono chioschi e negozietti di street food dove l’atmosfera è tutta da vivere. Ci fermiamo nell’unico dotato di televisore per seguire la finale dei mondiali di calcio e facciamo amicizia con i locali. Tommi fa uno spuntino con il tipico “Tamal” a base di riso e carne avvolti in foglie di banano e insieme proviamo il dolce più venduto a base di gelatina bianca e marmellata. 

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La vista su Bogotà da Monserrate

IMG_0703Per pranzo vi consiglio il “Gato Gris”, un ristorante moderno e raccomandatissimo, dove abbiamo la fortuna di ascoltare due musiciste suonare dal vivo. Durante il pomeriggio visitiamo l’interessantissimo Museo di Botero prima di concederci un drink nella Plazoleta Chorro De Quevedo, a due passi dal nostro alloggio.

Il “canelazo” è una bevanda calda tipica della capitale, che si può comprare da venditori ambulanti o nei pub. E’ a base di spezie, limone, cannella e volendo può essere gustata nella sua variante alcolica.

Abbiamo letto sulla nostra guida (Lonely Planet) di una serata in un locale molto eccentrico che si trova a circa un’ora di auto dal centro città. Si chiama “Andres Carne De Res”, ma purtroppo apre solo dal giovedì al sabato. Un tassista ci convince a provare lo stesso, ma è domenica e la corsa risulta una perdita di tempo e denaro. Un vero peccato non poter approfittare di questo ambiente.

DAY 3 Miniera di sale di Zipaquirà

Altra importante fermata a Bogotà è sicuramente il Museo dell’Oro, che però rimane chiuso il lunedì. Avremo modo di vederlo alla fine della vacanza nell’ultima mezza giornata prima di rientrare in Italia, per cui oggi non ci rimane che improvvisare un’uscita.

Dalla Stazione del Norte parte un autobus per Zipaquirà, località distante 49 km dalla capitale. Qui una maestosa cattedrale di sale preceduta da una vera e propria Via Crucis è stata costruita all’interno di una miniera, ad una profondità di 180 metri. L’idea in origine era quella di costruire una cappella per i minatori, mentre ora è diventata uno dei siti più turistici del Paese.

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Pranziamo in una specie di ristorante che sembra più la casa privata di un signore del posto, in cui ci sono altri colombiani fermi per un pasto veloce. Il proprietario è gentilissimo, quasi sorpreso che abbiamo scelto di sederci proprio qui. Non sa evidentemente che siamo attratti dalle cose autentiche e che odiamo i menù esposti sulla strada. Ci ha preparato subito una zuppa, un piatto unico e un bicchierone di succo di frutta al prezzo di pochissimi pesos (ricordo circa 3 euro a testa). Personalmente adoro più vivere questi momenti in cui si entra in contatto con una cultura diversa, piuttosto che i percorsi guidati da logiche palesemente turistiche e “finte”.

Tornati a Bogotà ceniamo al “Origen Bistrot” sempre nel nostro quartiere La Candelaria

DAY 4 volo per Medellín

Scopriamo che il proprietario del B&B che ci ha ospitato è italiano e ne approfittiamo per riservare una stanza per l’ultima notte prima del nostro volo di ritorno a Milano previsto da Bogotà fra tre settimane.

Oggi voliamo su Medellín. Arriviamo a “61 Prado Guest House” con il viso appiccicato al finestrino del nostro taxi e la colonna sonora della serie “Narcos” che ci risuona in testa. Adoro quel brano ed è elettrizzante trovarci in una città già conosciuta attraverso lo schermo. Ci viene in mente il passato tremendo che queste mura, strade, persone hanno vissuto solo una trentina di anni fa e ci sentiamo fortunati oggi a poter venire qui senza paura. Non so come descriverla, Medellín ha qualcosa di affascinante. Sembra sia stata costruita in maniera totalmente disordinata in una vallata lunga e stretta per poi espandersi  incontrollata sulle pendici delle montagne che la chiudono. La caratteristica “Metrocable” permette di raggiungere tutte le zone della città fino ai quartieri più poveri in alto. Simile alla nostra metropolitana, questa rete di 4 linee e 13 stazioni anziché essere sottoterra ha cabinovie sospese che passano sopra i tetti delle case. 

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img_0781Pranziamo nel grande mercato coperto in Plaza Minorista. Il clima è caldissimo e afoso, completamente diverso da quello di Bogotà. Cerchiamo una palestra per fare un po’ di pesi, visto che tre settimane senza allenamento per noi sportivi sono un po’ troppe. Domani ci aspetta un “viaggio nel viaggio” per poi rientrare in città e proseguire la visita.

Di sera usciamo alla ricerca di un locale segnalato sulla guida. “Eslabon Prendido” in realtà sembra più un garage visto da fuori, ma una volta entrati ci lasciamo coinvolgere dalla gente del posto improvvisando qualche passo di salsa.

DAY 5 Costa del Pacifico

Lasciamo la nostra valigia più grande nel deposito dell’hotel che ci ha ospitato e portiamo con noi solo il minimo indispensabile per i successivi tre giorni. Un taxi ci accompagna all’aeroporto cittadino “Enrique Olaya Herrera”. Tommi è gasatissimo, io preoccupatissima nel prendere un piccolo, minuscolo aeroplano diretto sulla Costa del Pacifico. Sono mesi che penso a questa parte del viaggio immaginando finali tragici. Non esistono strade fino a Bahia Solano e l’unica alternativa sarebbe raggiungere con qualche mezzo un punto più a sud della Costa per poi imbarcarsi in una nave mercantile e navigare per oltre 14 ore. Il nostro obiettivo dichiarato, ovvero quello di avvistare le balene, è stato più forte del timore al momento della prenotazione, per cui abbiamo fermato due dei pochi posti disponibili su questo velivolo ultraleggero. Si tratta dello spostamento più dispendioso di tutta la vacanza (circa 300 euro a coppia A/R).

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 Al gate siamo con altri 7 ragazzi, straniti quanto noi per l’insolito imbarco (pesano addirittura Tommi su una bilancia!). Ci sediamo nella prima fila dell’aereo e abbiamo le ginocchia dentro la cabina di pilotaggio, in mezzo ai due piloti. Per fortuna il tempo è sereno e non c’è vento. Studiamo le mosse dei piloti, sbirciamo i comandi in fase di decollo e vediamo che a 120 km/h il velivolo si alza. Dopo un’ora di tensione atterriamo senza problemi su una pista in mezzo alla foresta, l’aeroporto di Bahia Solano.

Appena usciti contrattiamo per un passaggio fino a El Valle sul tipico taxi a tre ruote chiamato “Tuc Tuc”, che impiega circa 45 minuti per raggiungere l’unico apparente alloggio sulla spiaggia, “The Humpback Turtle”. Mai come in questo caso si può dire che il viaggio è stato avventuroso tanto quanto la meta. Alcuni tratti di strada non sono asfaltati e il Tuc Tuc si immerge quasi fino ai nostri piedi nelle moltissime pozzanghere di fango, sobbalzando e facendoci urtare contro il tettuccio. Lo stupore finale di trovarci in una spiaggia immensa piena di scogli che la bassa marea rende interamente visibili, ripaga di qualsiasi scomodità.

IMG_0945La nostra stanza è di legno, semplice e con un letto confortevole. Il bagno in comune è essenziale, pulito e con doccia all’aperto.
Pranziamo e ci gustiamo una birra sull’amaca nell’attesa di partecipare all’escursione organizzata per il pomeriggio alla vicina cascata El Tigre. Seguiamo una guida dentro una vegetazione fitta, rigogliosa, dove vediamo formiche giganti trasportare foglie grandi il triplo del loro corpo. Tommi scivola e cade nell’acqua con lo zaino e la macchina fotografica (che riusciamo comunque a salvare). Io cado svariate volte. Consiglio vivamente scarpe da trekking possibilmente impermeabili.

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Questo è il posto più piovoso al mondo e tutti gli abitanti qui lo ribadiscono contenti e orgogliosi. I vestiti non si asciugano mai e la costante condizione di fradicio e umido è la normalità. Gli acquazzoni passano in fretta, mutando i colori al paesaggio. 

L’unico ristorante degno di nota si trova nel centro di El Valle, circa 15/20 minuti a piedi dalla nostra sistemazione. Si chiama “Rosa del mar” e lo troviamo chiedendo alle persone che incontriamo. Dalle abitazioni, il cui interno è quasi sempre visibile dalla strada, proviene musica ad alto volume e i bambini entrano ed escono liberi. L’impressione è quella che non ci siano porte, come se fosse una grande famiglia in un villaggio di altri tempi. Ovviamente tutti conoscono la cucina di Rosa. Il suo menu è il tipico menu che si può gustare nelle cittadine sul mare: zuppa di pesce per cominciare, seguita dal piatto unico di riso, pesce fritto o “a la plancha” (ovvero grigliato), avocado e platano fritto di accompagnamento (le famose patacones). In alternativa per i vegetariani la cuoca propone uova e fagioli, anche se sembra sollevata di sapere che non lo siamo. E’ una donna semplice e sincera che pare aver realizzato, nel suo piccolo posto isolato e sconosciuto, qualcosa di grande. Tutto è cucinato bene e con amore, mentre sua figlia in sala ci riempie sempre il bicchiere con la loro limonata ghiacciata (buonissima!).

Ci avevano avvertito di non tornare tardi perché l’alta marea avrebbe isolato ancora di più il nostro alloggio. Infatti ci tocca superare uno scoglio nel buio più totale ed entrare in acqua per metà cercando di non farci travolgere dalle onde.

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DAY 6 Avvistamento balene

Alla reception abbiamo concordato l’escursione per la giornata di oggi. Si parte alle 6.30 del mattino con una barca carica di una decina di persone. Per gran parte della mattinata cerchiamo le balene e ne vediamo tantissime nuotare con grande calma. Le seguiamo, cerchiamo di rispettarle spegnendo il motore dell’imbarcazione e addirittura ci tuffiamo in acqua vicino a loro. Un’esperienza indimenticabile! 

Ci fermiamo per un paio d’ore nel Parque Nacional Natural Utrìa. Questa parte purtroppo si rivela deludente in quanto consiste unicamente in una passeggiata sulla passerella di legno tra le foreste di mangrovie che, per quanto esse creino un paesaggio bellissimo, non soddisfa la nostra voglia di avventura. Insieme ad altre ragazze francesi ci lamentiamo, soprattutto a fronte del costo della giornata. L’aiutante del barcaiolo risolve la controversia accompagnandoci in una lunga camminata non prevista dentro la giungla fittissima che termina nella spiaggia di Cochalito. La nostra guida si arrampica su una palma per prenderci delle noci di cocco con le quali dissetarci.
Pranziamo a Playa Blanca con una zuppa a base di tapioca che ricordo ancora per quanto fosse deliziosa.

Il ritorno in barca è ancora più movimentato ed entusiasmante dell’andata. Il mare si è fatto più grosso e la balene saltano davanti a noi infrangendosi sull’acqua. Sono enormi e un paio di volte, quando le guide ci dicono di tenere la macchina fotografica pronta, rimango talmente a bocca aperta da non riuscire nemmeno a scattare. Ne vediamo altre saltare persino dalla spiaggia una volta tornati e con le luci ormai del tramonto. La giornata è stata davvero ricca, il tempo perfetto anche se per pochi minuti ovviamente ha piovuto. Dopo cena qualcuno suona la chitarra e i ragazzi del posto improvvisano canzoni rap.

DAY 7 Festa popolare di El Valle

Alle 7 di mattina ci facciamo trovare in spiaggia in attesa di una barca che ci avrebbe dovuto portare a pescare le aragoste. La sera precedente un ragazzo si è avvicinato a noi per proporci l’affare e gli abbiamo dato dei soldi (in realtà pochi pesos colombiani) per permettergli di fare benzina alla sua imbarcazione prima di passare a prenderci. Non si è mai presentato e scopriamo dagli altri ragazzi del posto che questo personaggio è povero, un po’ pazzo e che non possiede nemmeno una barca. 

La giornata è piovosa e c’è foschia. Non abbiamo più vestiti asciutti e il sole oggi proprio non vuole farsi vedere. Tommi esce con la tavola a fare surf mentre io leggo un libro sull’amaca. Paesaggio e clima infondono una calma quasi surreale, quella che nelle giornate invernali si ricerca con così tanto sforzo. Ci godiamo ogni singolo minuto di questo posto e ci rendiamo conto che venire qui sul Pacifico è stata la scelta migliore che potessimo fare.

img_1014Verso le 16 abbiamo appuntamento con i soliti ragazzi francesi con cui abbiamo condiviso le escursioni di questi giorni per andare questa volta all’attesissima Festa del Paese. Si aggiungono una ragazza canadese, una svizzera e una coppia formata da una colombiana e un inglese. I ragazzi colombiani conosciuti al nostro alloggio ci accompagnano per tutta la serata, spiegandoci ogni cosa della loro tradizione. Per parlare alterniamo un po’ di inglese e un po’ di spagnolo.

Le famiglie locali sono vestite per l’occasione con abiti puliti e colorati, ma quello che colpisce di più sono le infinite varianti di treccine e acconciature fatte alle bambine. Siamo curiosissimi di assistere al momento clou di questa festa, la sfida per “matar el gallo”. Chi vuole partecipare viene bendato e girato su se stesso prima di camminare, armato di machete, in direzione di un gallo che è stato sotterrato per metà e che può essere colpito in massimo tre tentativi. Siamo tutti basiti, a dire il vero anche dispiaciuti per il povero gallo, ma soprattutto affascinati da una cultura così diversa.

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L’usanza di “matar el gallo”

Ceniamo tutti insieme ancora da Rosa per poi terminare la serata in ben due “discoteche”, in realtà ampie terrazze al primo piano di due edifici munite di casse per la musica e qualche panca di legno per sedersi. I locali sono scatenati e hanno davvero il ritmo ne sangue.

DAY 8 Ritorno a Medellín

Uno dei ragazzi che ha trascorso con noi la serata ci porta all’aeroporto con il suo Tuc Tuc e ci intrattiene durante il viaggio cantandoci le canzoni che ha scritto. Ci dice che il testo parla di storie realmente vissute e che fra due settimane andrà a Medellin per inciderle nello studio di registrazione di un suo amico. Gli auguriamo la più grande fortuna perché ha negli occhi una passione genuina e ci ispira davvero tanta simpatia.

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Nell’aeroporto più improbabile mangiamo la miglior ceviche di tutta la nostra vita. Mentre siamo seduti ad aspettare il nostro imbarco, una signora dietro al bancone del bar ci chiede se vogliamo assaggiare la sua speciale ceviche di gamberi. La prepara ogni mattina fresca e ci sono poche porzioni. Se doveste trovarvi a Bahia Solano, provatela. Non potete sbagliarvi, di bar nella sala d’attesa ce n’è solo uno.

A Medellín recuperiamo il nostro bagaglio e ci spostiamo nel quartiere El Poblado. Non abbiamo prenotato nulla per cui ci mettiamo alla ricerca di un ostello con una camera privata disponibile. Dopo 4-5 tentativi troviamo “Hostel Tamarindo”, perfetto per noi. Prendiamo un taxi e pranziamo all’aperto al Parque Bolivar con frutta tropicale e le classiche empanadas prese d’asporto al panificio “Versalles”, qui molto conosciuto e apprezzato. El Poblado è il quartiere della movida, per cui usciamo e ci diamo appuntamento con le ragazze (la canadese e la svizzera) conosciute sul Pacifico. Ricordando la serata del giorno prima a El Valle, ci sembra così strano ritrovarci a distanza di neanche 24 ore in questo contesto scintillante e mondano.

DAY 9 Medellín

Ottima colazione al “Pergamino” a base di toast con avocado e feta. Acquistiamo qui del caffè colombiano, bevibile solamente se si prepara come caffè americano e non con la classica moka.

Eccitatissimi di provare la corsa in Metrocable, raggiungiamo il rinomato quartiere Comuna 13. Una volta fuori dalla stazione, camminiamo seguendo i diversi gruppi che partecipano ai tour guidati. Raggiungiamo le scale mobili e da lì iniziamo ad esplorare la zona in autonomia. Su tutte le pareti ci sono murales bellissimi e ad ogni angolo qualche ragazzino si improvvisa artista di strada.

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Questo barrio è l’emblema della città, un cuore pulsante che ha trovato la rinascita dopo essere stato teatro di episodi cruenti negli anni di Pablo Escobar e del narcotraffico. Si percepiscono forza e vitalità, ma non possiamo neanche vagamente immaginare il prezzo che questi abitanti hanno dovuto pagare prima di diventare il luogo che è ora. Terminiamo il nostro soggiorno con un giro nella Plazoleta de Las Esculturas di Botero.

DAY 10 Palomino

Giorno di spostamento. Un taxi ci conduce fino alla stazione di San Diego, da dove partono gli shuttle per l’aeroporto e poi voliamo su Santa Marta, a nord del Paese. Prendiamo un autobus fino al mercado, snodo centrale dei mezzi diretti verso altre destinazioni. Ne approfittiamo per pranzare e fare una piccola spesa di frutta prima di salire su uno dei tanti e frequenti bus diretti a Palomino. Anche in questo caso lasciamo in deposito a pagamento la nostra valigia grande in un hotel qualsiasi di Santa Marta, scelto per vicinanza al mercato. Da Palomino entreremo al Parco Tayrona dove dormiremo in tenda, per cui è necessario essere leggeri.

Il viaggio fino alla piccola cittadina è esattamente quello che ci si aspetta se si scelgono i mezzi pubblici in Sudamerica: caldo torrido, finestrini e in alcuni tratti anche la porta dell’autobus aperti, più persone a bordo rispetto ai posti a sedere e cariche di qualsiasi merce, animaletti domestici, bambini e valigie. Ad ogni fermata sale qualcuno per vendere snack, soprattutto dei ghiaccioli al cocco, mango e altri gusti, oppure non salgono nemmeno e cercano di venderli dal finestrino. Per due ore ci fa compagnia un buon libro, anche se la miglior cosa è sempre alzare lo sguardo e scrutare la realtà variegata che ci passa davanti.

Giunti a Palomino ci sistemiamo nella guest house “La media luna”. La stanza carinissima e la doccia parzialmente all’aperto con vista sui campi ci rigenera dopo il tragitto. Tutto intorno alla struttura ci sono alberi di mango piccoli e gustosissimi, che il proprietario ci dice di prendere e mangiare a volontà. L’unica pecca della struttura è quella di non essere vicina alla spiaggia come tante altre. Sono necessari 20 minuti di camminata prima di sederci in uno dei locali sulla sabbia molto romantici.

DAY 11 Parco Tayrona

Non riusciamo a fermarci a Palomino per più di una sera ed è davvero un peccato. L’ambiente è molto rilassato, con tanti turisti e locali originali sulla spiaggia.

Oggi entriamo nel Parco Naturale Tayrona dall’ingresso di El Zaìno. Prenotiamo la nostra tenda per due notti in uno dei camp all’interno dell’area e ci incamminiamo verso il mare. Un’alternativa per risparmiare un po’ sarebbe scegliere l’amaca con cassetta di sicurezza.

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Su consiglio del nostro albergatore a Palomino ci fermiamo a fare colazione/pranzo nella “Panaderia Berenice”. Si tratta di una casa con all’esterno un enorme forno a legna in cui vengono cotti dei panini farciti in diversa maniera, dolci o salati. La pasta è simile a quella dei rustici siciliani, ma un po’ più spessa. Una signora anziana ce li mostra mentre stanno ancora lievitando in forno. E’ conosciuto come il “pane di Tayrona” e si può comprare anche da alcuni venditori ambulanti direttamente nelle spiagge, anche se in questo panificio immerso nel verde della natura è molto più buono!

Arrivati a Cabo San Juan del Guìa, ci assegnano la nostra tenda. Tommi con i suoi 206 cm ovviamente non ci sta e sarà costretto a dormire rannicchiato se vogliamo chiudere la cerniera ed evitare le punture dei mosquitos. Il repellente è fondamentale per sopravvivere dentro il parco! In alta stagione si perde parecchio tempo in fila per fare la doccia, per andare in bagno e per andare a cena. Il menu dell’unico ristorante dell’accampamento ha vasta scelta ma prezzi alti rispetto alla media in Colombia.

DAY 12

Ci svegliamo presto, stanchi dell’aria calda che si comincia a respirare in tenda. Facciamo colazione su un tronco d’albero davanti al mare e decidiamo che oggi andremo a perlustrare la zona. Torniamo indietro al panificio del giorno prima per comprare dei panini, un po’ di frutta e poter stare in giro fino al tramonto. Nonostante la folla nei luoghi più accessibili, le spiagge in cui godere della natura e isolarsi completamente ci sono eccome, basta solo camminare un po’.

Troviamo il nostro paradiso in fondo a quella che la cartina indica come una spiaggia per nudisti. Le persone avvistate su questa striscia lunghissima di spiaggia dorata si possono contare sulle dita di una mano. A due passi da onde e scogli creiamo il nostro angolino di benessere con la nostra musica preferita. Per quanto ci riguarda, molto meglio di un resort a 5 stelle! Tommi con un pezzo di legno butta giù noci di cocco dalle palme e le spacca su un tronco per aprirle così da poter bere e mangiare il frutto. Sembra un uomo primitivo e questo fonderci con la natura ci diverte.

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Torniamo indietro  prima che faccia buio. La spiaggia del nostro accampamento è formata da due piccole baie, separate da una scogliera su cui si erge una casetta in legno dotata di poche amache “di lusso” per dormire. I grandi massi lisci non sono altro che l’inizio della Sierra Nevada de Santa Marta, la catena costiera più alta al mondo. Alcune persone stanno ancora facendo il bagno nell’acqua cristallina. Da un lato la spiaggia è illuminata dai fiochi raggi di un sole basso e leggero, colpevole di dipingere il cielo di rosa, dall’altro è controllata da una luna che permette di continuare a sognare ad occhi aperti. Per una romantica come me decidere se fare il bagno al tramonto o al chiaro di luna è davvero difficile.

Dopo cena ci addormentiamo in spiaggia, dove fa più fresco e dove l’infrangersi delle onde è il brano che accompagna i titoli di coda di una giornata perfetta.

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DAY 13 Pueblito

9a05972b-e0a8-44b8-94a3-1cd584f2eb30La strada che intraprendiamo oggi per uscire dal Parco passa per un villaggio della tribù dei Tayrona. Il percorso è in salita e in alcuni scorci molto suggestivo. Ci arrampichiamo quasi su alcuni massi rocciosi per proseguire, passiamo accanto ad alberi secolari altissimi e tutto in un fantastico silenzio. Non è un percorso facilissimo, il caldo è insopportabile e Tommi mi aiuta portando i due zaini. Per quanto cerchiamo di riempirli con lo stretto necessario, esageriamo sempre con cose inutili che rimangono inutilizzate.

Giungiamo al Pueblito dopo quasi due ore, assetati e affamati. Compriamo dell’acqua e ci lasciamo tentare da un albero di maracuja giganteschi. Veniamo subito rimproverati da un signore della tribù, ma facciamo in tempo ad assaggiare almeno uno di questi incredibili frutti. Essendo molto grandi rispetto a quelli che si trovano in commercio in Italia, nei giorni seguenti li acquistiamo e prendiamo l’abitudine di aprirli a metà e di aggiungere dello yogurt bianco creando una ciotola per fare colazione. Il Pueblito è una sorta di Ciudad Perdida in versione ridotta. Quest’ultima infatti è la meta di una delle escursioni più belle da fare nel nord della Colombia, a cui noi purtroppo rinunciamo perché ha una durata di 4 giorni. Camminiamo altre due ore fino all’uscita di Calabazo. Sprovvisti di cibo, ci sfamiamo grazie ai numerosi mango che troviamo lungo la strada.

Un autobus ci riporta a Santa Marta. Nuovamente dal mercato camminiamo per riprendere il nostro bagaglio depositato all’hotel, ma decidiamo per la notte di recarci in taxi in un alloggio più confortevole e grazioso, “Aluna Hostel”. A piedi si arriva velocemente nel centro vivace e colorato, pieno di artisti da strada e musica. Ceniamo all’aperto in una cevicheria lungo il corso principale.

DAY 14 Cartagena De Indias

La compagnia “Marsol”, indicata dal nostro albergatore, ci consente con un pulmino di effettuare comodamente lo spostamento da Santa Marta all’alloggio prenotato a Cartagena, in cui ci fermeremo 3 giorni. Siamo all’hotel “La Magdalena” in posizione ottima, nel quartiere Getsemanì a due passi dal centro. Personale molto cordiale, però la struttura offre camere senza finestre e il comfort non è il massimo. Ci sono ostelli o guest house più completi e, date le temperature di questo periodo, sarebbe azzeccato sceglierlo con piscina.

Cartagena de Indias al solo nominarla richiama quel senso di esotico che spinge ad andare dall’altra parte del mondo. Le aspettative sono alte e sappiamo che non verranno di certo deluse in quanto ci affideremo completamente ad Amanda, mia ex compagna di squadra che ormai da qualche anno gioca in club italiani. Lei è originaria di Cartagena, dove torna nei pochi giorni liberi dagli impegni estivi con la nazionale colombiana. Finora l’abbiamo seguita in tv nella Coppa Panamericana, ogniqualvolta si trovava uno schermo nei bar o nei locali. Una sera abbiamo persino visto una sua partita in compagnia del personale del Parco Tayrona.

Passeggiamo lungo le mura della città fino al “Caffè del Mar”, dove prendiamo un aperitivo. Giriamo il centro gremito di turisti, negozi, bancarelle e ceniamo in un buonissimo ristorante peruviano, “Peru Mar”.

DAY 15 Isla del Rosario

Ci diamo appuntamento la mattina presto con Ami  e ci dirigiamo a piedi al porto. Facciamo i biglietti per una gita su Isla del Rosario, a pochi km di navigazione da Cartagena. La città è stupenda vista dal mare, ma l’acqua cristallina e le spiagge paradisiache che troviamo poco dopo sono davvero oltre ogni aspettativa. Mi sembra di non aver mai visto un azzurro più azzurro, risaltato dalla vegetazione di un verde brillante e dalle palafitte in legno.

Ami sceglie di scendere a vedere l’acquario, mentre noi facciamo snorkeling. Arriviamo in un punto del mare dove sostano altre barche e c’è una gran folla di gente. Una volta in acqua attiriamo moltissimi pesci con del cibo che vengono a strapparcelo direttamente dalle mani. La difficoltà a rimanere insieme al proprio gruppo, la quantità di persone e l’incontro estremamente ravvicinato con i pesci rendono l’esperienza per noi non così piacevole.

La barca torna a prendere Ami e altri passeggeri all’acquario e poi si dirige verso Playa Blanca dove è compreso il pranzo. Nel pomeriggio ci divertiamo tantissimo guidando per la prima volta la moto d’acqua. Prima di ripartire proviamo il mango con sale, pepe e limone, venduto in spiaggia come si fa da noi per il cocco.

Tornati in città ci cambiamo per la serata. Dopo aver cenato nell’ottima “Cevicheria”, Ami ci porta in una discoteca insieme ai suoi amici. La compagnia è strepitosa nei balli latino americani e alcuni provano con tanta pazienza a insegnarci qualche passo.

DAY 16

Ci svegliamo tardi, piove, ma decidiamo di fare un giro lo stesso. Andiamo a vedere il Palazzo dell’Inquisizione e poi a visitare il Castello di San Felipe de Barajas. Nel frattempo il meteo migliora e ci spostiamo in macchina con Ami nei quartieri di Bocagrande, Castillo Grande e Laguito. Un luogo da cartolina! I palazzi alti a ridosso della spiaggia, gli hotel di lusso e i centri commerciali sono la modernità che insieme ai siti più antichi e al fascino della città vecchia formano una mappa di segni evidenti della ricchezza culturale raggiunta nei secoli da uno dei porti più importanti di tutto il Mar dei Caraibi.

Ceniamo in uno dei ristoranti migliori della città, il “Carmen”, presente anche a Medellin ma chiuso nei giorni in cui ci trovavamo noi. La cucina è di altissimo livello e il piatto tipico caraibico viene riproposto in chiave gourmet. Il prezzo è abbastanza alto e l’ambiente elegante.

DAY 17 San Andrés

Ami ci accompagna all’aeroporto e ci salutiamo, certi di vederci presto in Italia quando ricominceranno i campionati. Ci aspetta un volo per San Andrés, una piccola isola che insieme a Providencia appartiene alla Colombia nonostante siano entrambe molto più vicine geograficamente alla costa del Nicaragua. Il nostro ostello, prenotato pochi giorni prima su Booking si chiama “El Viajero” e dista pochi minuti a piedi dall’aeroporto. Troviamo tantissimi giovani che alloggiano qui e la sera vengono organizzate feste e serate con musica dal vivo nel bar dell’ultimo piano. La nostra stanza matrimoniale con bagno privato è comoda e spaziosa.

Su consiglio di un ragazzo della reception, ci muoviamo in autobus verso il “Raggae Roots”, una sorta di stabilimento vicino al più conosciuto sull’isola “West View”. Al nostro arrivo troviamo il proprietario, sosia perfetto di Bob Marley. Pranziamo in questo luogo stupendo di pace, facciamo il bagno e ottengo persino un giro in moto d’acqua con un ragazzo del posto che sfreccia a tutta velocità sul mare piatto.

TENTATIVO PER PROVDENCIA:

Nel centro del paese cerchiamo nelle agenzie turistiche di prenotare lo spostamento verso l’isola di Providencia. Abbiamo letto ovunque che quest’ultima è più selvaggia e ancora più incontaminata di San Andrés. Fare sub sarebbe un’esperienza indimenticabile e la limitata presenza di turisti rende il soggiorno più esclusivo. Ci restano tre giorni prima del volo di rientro da San Andrés a Bogotà e quest’ultima tappa purtroppo non eravamo riusciti a programmarla dall’Italia. Avevamo trovato informazioni confuse e speravamo di fare chiarezza o di avere più successo direttamente sul posto. Tentiamo di acquistare in agenzia un volo aereo della durata di 30 minuti per la mattina seguente, ma, oltre al costo eccessivo, non ci sono posti poiché alcuni passeggeri dei giorni precedenti sono stati spostati a causa delle condizioni metereologiche. Anche i traghetti sono pieni e inoltre non partono ogni giorno, bensì solo tre volte alla settimana. Ipotizziamo qualsiasi combinazione un po’ preoccupati per i possibili imprevisti legati ai mezzi di trasporto e al meteo, ma soprattutto vincolati dal nostro volo di rientro. Non ci sono soluzioni per noi. Ci consigliano di provare a recarci in aeroporto o al porto marittimo la mattina presto alle 5 per farci inserire in una “lista d’attesa” nel caso qualcuno rinunciasse al suo viaggio. Anche quest’ultimo tentativo fallisce, per cui rimaniamo a San Andrès e prolunghiamo il nostro soggiorno a “El Viajero”. 

DAY 18

img_1292I viaggi permettono di conoscere se stessi, di scoprirsi di fronte a quello che si scopre del mondo. Adoro fare cose che pensavo non avrei mai fatto nella vita e il sub è una di queste. Non mi ha mai ispirato, eppure devo ricredermi. Dopo un mini corso in piscina in cui ci spiegano le regole base di questa attività, i ragazzi di una scuola di sub ci portano in mare ad una profondità di 10 metri. Ci siamo divertiti tantissimo, ma riguardando le mie foto non mi stupirei se le usassero per metterci un grande croce sopra e mostrarle come esempio di “cose da non fare”. Nello specifico ho camminato, nuotato a rana e sono quasi risalita in superficie come un palloncino poiché non riuscivo a stabilizzare l’aria nel giubbotto. Insomma un disastro che conferma la mia scarsa predisposizione all’ambiente acquatico.

Pranziamo al “West View” e visitiamo il vicino Eco Park, dove si trova una casa costruita interamente con il cocco.  Torniamo al nostro “Reggae Roots” per il resto del pomeriggio e più tardi a cena al “Gourmet Shop Assho”, locale originale che offre insalatone e piatti particolari accompagnati da un magnifico frullato di cocco.

DAY 19

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Per la giornata abbiamo programmato dall’ostello un’escursione in un isolotto chiamato Acquario e visibile dalla costa. Il ritrovo è al porto, ma prima di salire in barca facciamo una spesa di frutta tropicale per il pranzo. Arriviamo in una striscia di terra minuscola purtroppo affollata, dove c’è la possibilità di lasciare gli effetti personali in cassette di sicurezza a pagamento. Il mare e la sabbia sono incredibili, ma in generale la proposta non rientra nel genere “avventuroso” che piace a me e Tommi.  La cosa più entusiasmante è che prima di rientrare ci portano a vedere e tenere in braccio una manta, che posso dire essere la cosa più soffice al mondo.

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Per l’ultima sera qui scegliamo il ristorante di pesce “La Regatta”, dove vi consiglio di provare l’aragosta a buon prezzo.

DAY 20

 Noleggiamo quindi un motorino e spendiamo la giornata facendo un giro completo dell’isola per cercare altre spiagge. Troviamo un punto da cui ci si può tuffare, chiamato Salto del Tigre. Il vento si alza e cerchiamo di ripararci nella spiaggia di San Luis. Incontriamo due argentini in viaggio da mesi per il Sudamerica e che a loro volta si sono conosciuti per caso. Uno è diretto a Providencia per il giorno seguente, mentre l’altro ha l’aereo in serata come noi. Si chiude il cerchio, si torna al punto di partenza Bogotà con il rammarico di non aver raggiunto l’ultima isola tanto desiderata.

Arriviamo a Bogotà che è già tardi e fa freddissimo. Il cambio di temperatura è davvero traumatico e non vediamo l’ora di scaldarci e sistemarci nell’hotel del primo giorno. In realtà ci spostano nella struttura convenzionata accanto, anch’essa molto confortevole.

DAY 21 Bogotà

Abbronzati e ricaricati di energie dopo questi giorni di mare, diamo un ultimo sguardo alla città e visitiamo il famosissimo Museo del Oro. Dopo pranzo prendiamo il taxi per l’aeroporto e salutiamo questa terra meravigliosa.

A volte dopo i lunghi viaggi si ha voglia di tornare a casa, ma questa volta noi lo facciamo con la sensazione di aver lasciato indietro qualcosa. Il tempo è poco e il mondo così vasto. Come nella vita bisogna scegliere e questa necessità di voler vedere ancora e ancora non significa non sapersi accontentare o non stare bene dove ci si trova, piuttosto significa dare nutrimento a una delle qualità più forti e incontrollabili che abbiamo e che ci permette di comprendere il pianeta che ci ospita, ovvero la curiosità.

LUOGHI NON VISTI

Ci dispiace soprattutto non aver raggiunto l’isola di Providencia; il fiume Caño Cristales, che in alcuni periodi dell’anno si colora per via delle alghe creando panorami mozzafiato; Leticia, punta sud nell’area amazzonica al confine con il Brasile e il Perù; la Zona Cafetera a sud di Medellín; le cittadine di Silvia e Popayan; la Ciudad Perdida; il deserto del Tatacoa.

Tre settimane sono veramente un tempo troppo ridotto per godere della natura e della bellezza di questo Paese. Tuttavia questa è stata la nostra idea e l’abbiamo vissuta intensamente, da soli, conoscendoci meglio e gioendo per aver depennato dalla lista un altro piccolo desiderio. Rinnovo la speranza che possa incuriosire e ispirare i lettori, i viaggiatori e anche chi diffida di questi luoghi o di alcuni modi di viaggiare.

A presto e buona estate di avventure!

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“Mano nella Mano” in Uganda

DAY 1

Tutto inizia con una telefonata del Presidente della Lega Pallavolo Serie A Femminile e con la nostra disponibilità a fare immediatamente le valigie e le vaccinazioni. Destinazione Uganda, più precisamente a Entebbe, per il meraviglioso progetto “Mano nella Mano”, che vede per la prima volta volley e medicina profondamente legati. L’iniziativa è promossa e coordinata dall’unione tra Lega Pallavolo appunto e “Gicam”, Gruppo Internazionale Chirurghi Amici della Mano. L’equipe medica del Professor Lanzetta sarà impegnata in delicate operazioni chirurgiche agli arti superiori di bambini con gravi malformazioni, dando un futuro a queste giovani vite già così segnate. Nostro compito nel frattempo sarà quello di fare un camp di pallavolo per ragazze dai 14 ai 18 anni che condivideranno con noi gli allenamenti e la passione per questo sport. Le persone che vivranno con me quest’esperienza sono le atlete Elisa Cella e Tereza Matuszkova, il coach Maurizio Latelli e il responsabile di Lega Alessandro Spigno.

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Il “gruppo volley” in partenza con il Professor Lanzetta

Il giorno della partenza è il momento più bello. Il viaggiatore si perde e si sorprende immerso nei suoi pensieri, nelle sue aspettative. La domanda più frequente nei giorni scorsi è stata: “cosa porterai di tuo in Africa?” Difficile rispondere perché l’Africa dona, regala, come nessun posto sa fare meglio. Per gli altri protagonisti della spedizione è la prima volta in questo magnifico continente, per me è un ritorno, proprio nel momento in cui iniziavo a sentire quella rinomata sensazione di “mal d’Africa”. Non pensavo sarei tornata così presto, a soli due anni dal viaggio in Namibia che ha ispirato la creazione di questo blog. E’ bastato poco per convincermi e già, se respiro forte e chiudo gli occhi, sento quel profumo di terra così intensa. Impossibile descrivere il turbinio di sensazioni che abbiamo nel cuore. Non sappiamo esattamente cosa aspettarci e l’attesa ci rende riflessivi, motivati ed entusiasti. Il potente mezzo dello sport ha un linguaggio universale e vedere i miei compagni di viaggio così emozionati mi fa capire che saremo un gruppo, una squadra, che giocherà insieme una partita importantissima che non dimenticheremo mai.

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DAY 2

Dopo tantissime ore di volo e poche ore di sonno arriviamo a destinazione e ci sentiamo più elettrizzati che stanchi. Il professor Lanzetta ci presenta a giornalisti e tv locali per fare una prima intervista.

Ci informano che l’intero SOS Children’s Village di Entebbe, sede del camp, non sta più nella pelle da stamattina per via del nostro arrivo e noi non vogliamo farli attendere oltre. Scendere dal pulmino è stata una scarica di emozioni non indifferente e tutti noi avevamo quasi le lacrime agli occhi. I ragazzi ci sono saltati addosso dalla felicità, abbracciandoci e salutandoci nella maniera più calorosa e sincera possibile. Volevano fare foto e iniziare subito con la palla. Sono certa che questo primo contatto sarà significativo di tutta la nostra esperienza qui, perché, credetemi, il cuore si è riempito in un istante.

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E’ seguita una breve riunione di presentazione con lo staff della società sportiva di Kampala, composta anche da numerosi allenatori e atlete ex nazionale ugandese, per poi procedere con un primo allenamento sui fondamentali del volley. Per alcuni sono i primi bagher e palleggi e quello che più mi ha colpito è stata la concentrazione e la passione degli allenatori nello spiegare i gesti tecnici. Le persone non hanno fatto altro che ripeterci di sentirci come a casa e hanno voluto prendersi un attimo di noi tutto per sé, così come noi un attimo di loro, parlando, in quei frangenti, la stessa identica lingua. Dopo aver rotto il ghiaccio, da domani si lavorerà a pieno regime.

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Ex giocatrice della nazionale ugandese nel ruolo di libero. Ora head-coach e mamma di tre figli.


DAY 3

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Nella guest house di Claire e Paul

La giornata inizia con lo stupore di avere in giardino delle simpatiche scimmiette che saltano tra gli alberi. Parliamo un po’ con Claire, la proprietaria della nostra Guest House, ringraziandola per l’ottima colazione a base di pancakes e frutta esotica. Claire è una ragazza madre che ci racconta di essere rimasta purtroppo vedova. Osserviamo suo figlio Paul aspettare impaziente il pulmino per andare a scuola e la sua tenerezza è disarmante.

Il camp prosegue con un allenamento mattutino per il gruppo di ragazze più piccole, le quali hanno avuto un permesso per poter uscire dalla scuola. Scherzando, chiedo loro se sono contente di saltare le lezioni e prontamente mi rispondono di no perché gli piace andarci. Sono più felici però di stare con noi e hanno voglia di allenarsi e migliorare. Ancora bagher e palleggi per consolidare il lavoro di ieri, comunicando sempre in inglese che è la lingua ufficiale del Paese. Riusciamo a salutare anche i bimbi più piccoli, che escono dalle classi con le loro uniformi per giocare un po’ nel prato… a dir poco fantastici.

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Le ragazze gonfiano i palloni prima dell’allenamento

Pranziamo sul lago al ristorante “2 Friends”. Frutta, insalata di avocado e bevande esotiche rinfrescano questa giornata caldissima, ma c’è anche chi vuole provare la pizza o qualche pietanza in cui il curry la fa sempre da padrone.

Nel pomeriggio riprendono gli allenamenti con un gruppo ampio composto da ragazze più grandi che hanno già qualche base di volley. Le più giovani vogliono comunque inserirsi e ci tengono a mostrarci i miglioramenti fatti durante queste tre ore in cui siamo mancati. Probabilmente avranno ripetuto i gesti infinite volte per fare una bella figura quando saremmo tornati. Qualche passaggio per cominciare e in conclusione una partita a cui prendiamo parte anche noi.

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Questo pomeriggio ho avuto modo di parlare molto anche con Tracy e Tizo, due ragazzi simpaticissimi di 23 anni che mi spiegano come si vive qui la pallavolo di livello più alto. Tracy va al college, è una schiacciatrice, e mi mostra la foto della sua squadra con le divise blu e rosse come i colori della nostra spedizione. Tizo mi dice che Tracy è molto grintosa e lui stesso è super appassionato, tanto da conoscere tutti i giocatori della nazionale italiana. Entrambi fanno gli allenatori dei più piccoli alla mattina e poi si allenano dalle 17 alle 21 nella palestra di Kampala. Tizo mi racconta che la cosa che ama fare di più è ricevere e attaccare nella stessa azione e che il suo giocatore preferito è Lanza. L’allenatore della sua squadra organizza persino delle riunioni in cui si ritrovano tutti insieme per vedere le partite in streaming, prendendo come esempio proprio il nostro campionato.

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Con Tizo e i bimbi in uniforme

Mi dice che in settimana non sono abituati a fare pesi, ma corrono e saltano tantissimo. Secondo lui non c’entra la questione delle fibre muscolari. Per saltare in alto come loro dice che dovremmo semplicemente allenarci più duramente e andare al palazzetto a piedi, non in auto con il cambio automatico!
Il discorso continua e tocca tematiche culturali più generali. Lui fa parte della tribù Bantu, una delle più grandi in Africa insieme agli Zulú, ed è convinto che noi invecchiamo prima di loro perché sorridiamo poco e pensiamo solo al lavoro. Questi giovani mi stanno insegnando tanto e io sono grata di averli incontrati.

 

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Con la giocatrice-allenatrice Tracy

Non vediamo l’ora di incontrare l’equipe medica per cena poiché siamo ansiose di sapere come sono andate le operazioni. Ci confermano che tutte hanno avuto successo e passiamo insieme una piacevolissima serata. La provenienza, l’età, il mestiere sembrano non contare nulla quando condividi un’esperienza così profonda. Uno di loro mi dice di dargli del tu perché insomma “siamo in Africa insieme” e questa frase ha avuto più senso per me solo una volta tornata in Italia, quando ho realizzato quanta intensità c’era in quello che ognuno di noi stava facendo. La nostra passione è molto simile e sono davvero onorata di far parte di questo gruppo.

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DAY 4

La sveglia è prestissimo per dirigerci in macchina verso la capitale Kampala e far visita all’ambasciatore. Ci aspetta per le 10.30 ma ci consigliano di partire in anticipo perché la strada è sempre molto trafficata. Durante il tragitto possiamo osservare bancarelle di frutta, uomini che trasportano materiali pesanti in bicicletta, veri e proprio mercati di arredamento all’aperto e tantissimi “boda boda”, ovvero moto taxi tipici dell’Uganda, che ci sfrecciano di fianco. Una miriade di colori, rumori, odori diversi, che non mi permette di staccare gli occhi un secondo da quello che mi circonda. Alcuni uomini vendono quotidiani gironzolando tra le auto incolonnate nel traffico. Ne acquisto uno che ho promesso ad un amico giornalista e scopriamo con grande piacere che in seconda pagina c’è la nostra Terry alle prese con l’insegnamento del bagher alle giovani del camp.

 

 

 

L’incontro all’ambasciata si rivela davvero interessante. Scopriamo di più su questo paese speciale considerato la “perla dell’Africa”, su come vive lo sport e lo sviluppo. L’ambasciatore Domenico Fornara ci racconta l’episodio poco noto del primo italiano in Uganda, il duca degli Abruzzi, il quale nel 1906 ha portato a termine la scalata del Monte Ruwenzori (5109 m). Ci ringrazia per quello che stiamo facendo, noi regaliamo un pallone firmato e facciamo le foto di rito.

 

 

 

Una volta rientrati a Entebbe, andiamo al villaggio e pranziamo insieme agli altri allenatori. Ci offrono delle mini banane che qui hanno un gusto unico e ci preparano la loro pietanza tipica, ovvero riso basmati con fagioli e carne. Ci spiegano che qui alloggiano bambini e ragazzi rimasti orfani o con gravi problemi in famiglia. Il villaggio permette loro di studiare e fare diversi sport come basket e calcio, oltre ovviamente alla pallavolo.

L’allenamento del pomeriggio è molto intenso. Oggi proviamo a chiedere di più alle ragazze e loro rispondono positivamente ai nuovi stimoli. Difesa e gioco sono i temi principali. Migliorano a vista d’occhio, si sentono felici se riescono a portare a termine l’esercizio e alcune correggono addirittura le loro compagne, ripetendo le nostre indicazioni. L’impegno e il coinvolgimento è totale da entrambe le parti. Non trovo le parole per descrivere i loro occhi, la gratitudine che fanno trasparire, l’attenzione che impiegano.

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La fine dell’allenamento coincide purtroppo con il momento dei saluti e con le domande che le ragazze si sono preparate per noi in questi giorni. Ci chiedono quanto ci alleniamo, a che età abbiamo iniziato, ma soprattutto vogliono capire il perché siamo qui nel loro Paese. Comprendere che siamo volontari, che abbiamo avuto il desiderio di incontrarle e di passare questa settimana con loro è motivo di una contentezza incredula e sincera.

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La visita dell’equipe medica

L’apice della giornata avviene quando anche l’equipe medica ci raggiunge al villaggio, unendosi al nostro cerchio e raccontando le grandi cose che hanno fatto nell’ospedale della loro città. Il professor Lanzetta presenta la sua “squadra”. Le ragazze lo ammirano, qualcuna ammette di voler diventare un’infermiera mentre altre aspirano ad essere delle giocatrici di pallavolo professioniste. Per il progetto “Mano nella Mano” non poteva esserci riscontro migliore.
Si fa quasi buio ma la proposta di un’amichevole “giocatrici contro dottori” entusiasma tutti. Hanno la meglio le pallavoliste per questa volta, ma chissà forse potrà esserci una rivincita in futuro, magari in un altro Paese bisognoso della nostra splendida unione.

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Le bimbe ci regalano un disegno fatto con le loro mani colorate. Ci dicono che gli mancheremo, che sperano di riaverci qui l’anno prossimo per mostrarci i loro miglioramenti, ci abbracciano e vogliono assolutamente impedirci di prendere quel bus che ci dividerà. Una ragazzina addirittura vuole l’ultimo bacio e sale sul pullman per prenderselo da tutti noi. Lasciamo loro in regalo borsoni pieni di abbigliamento sportivo dei club in cui abbiamo giocato che si potranno dividere tra loro. Ma il regalo più grande saranno le immagini, le sensazioni e i sorrisi che rimarranno sempre impressi nella nostra memoria così come nella loro, ne sono certa.

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DAY 5

Nell’ultima mattinata in Uganda abbiamo in programma la visita all’ospedale “Corsu”, dove operano i nostri medici. La struttura è quella di un tipico ospedale africano, disposta su un solo piano con corridoi all’aperto che collegano i reparti, ma questo è uno dei pochissimi specializzato per bambini. Prima di entrare in sala operatoria, i pazienti e le mamme con intere famiglie al seguito a volte aspettano seduti per terra, portandosi qualcosa da fare durante l’attesa.

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L’impatto è forte, le persone e i problemi sono tanti, ma è impressionante come il professor Lanzetta riesca a coinvolgerci e a spiegarci cosa sono riusciti a fare in questi pochi giorni. Le prospettive di questi bimbi sarebbero state ben diverse se non fosse arrivata l’equipe di “Gicam”. La realtà che ci si presenta davanti è dura, difficile e finché non la si vede con i propri occhi non ci si può rendere conto. E’ soprattuto la storia di Vivian che ha colpito tutti. Vivian è un ragazzino di 13 anni a cui si era formato un tumore benigno sulla spalla, una vera e propria massa del peso di 2,2 kg, che stava per lacerargli la pelle. L’operazione era delicata, lunga, e i medici hanno vissuto anche momenti di sconforto quando hanno pensato che forse non avrebbe potuto più muovere le dita della mano. Una volta sveglio, quando gli è stato chiesto se gli piacesse un pupazzo, Vivian ha risposto alzando il pollice. Al solo sentirlo raccontare, a me e alle altre ragazze sono spuntate lacrime di gioia. Tutto è andato ancor meglio del previsto e senza nessuna complicazione. Conoscere Vivian e vedere il suo sorriso così lieve è stata una delle cose più belle di questo viaggio.

 

 

 

Il dottor Lanzetta fa autografare a Vivian un libro con una storia davvero unica legata ai concetti di “compassion” e “forgiveness”, al Dalai Lama e ad altre persone molto speciali per lui. Ci racconta le loro storie e ci trasmette una forza incredibile. Ho deciso di non riportarle in questo diario perché credo sia un regalo che il Professore ci abbia voluto fare in quel momento. Le condividerò ovviamente, ma soprattutto le custodirò nel mio cuore per sempre, così come i volti, i sorrisi, gli occhi di questo popolo favoloso che  mi ha fatto vivere una delle più grandi esperienze che si possano fare al mondo.

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Il professor Lanzetta

Si torna quindi al punto in cui questa avventura è iniziata, ovvero a noi e ai nostri pensieri, però questa volta sappiamo esattamente dove dirigerli. Per un po’ di tempo le domande che ci porremo saranno quelle giuste, l’affetto che abbiamo sentito migliorerà le nostre giornate e i sentimenti più veri non lasceranno spazio a tutte le cose inutili. Per un po’ di tempo… fino a che il “mal d’Africa” non sarà insostenibile e allora dovremmo fare ritorno.

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Ringrazio la Lega Pallavolo Serie A femminile, l’associazione “Gicam” e il Professor Lanzetta per questa esperienza. Un ringraziamento speciale a SOS Children’s Village di Entebbe, dove ho lasciato un pezzo di cuore e alla società di pallavolo di Kampala per l’accoglienza e il buon lavoro fatto. Grazie all’equipe medica per i momenti insieme, ai drivers, a Claire e Paul junior per l’ospitalità. Infine un GRAZIE immenso ai miei compagni di viaggio Tereza Matuszkova, Elisa Cella, Maurizio Latelli, Alessandro Spigno e… fluffy 😉

We will miss you ❤

Alla prossima

Fabiola Facchinetti