Malesia

SI PARTE PER KUALA LUMPUR

Malesia, Singapore e Indonesia… è la proposta dei nostri inediti compagni di viaggio Nina e Camillo. Mete che in realtà io e Tommi non stavamo prendendo in considerazione, ma che ben presto ci convincono.

Il mio primo viaggio nel sud-est asiatico inizia a prendere forma la scorsa primavera. La creazione è uno dei momenti che mi appassiona di più, quando tutto ancora può essere plasmato e modificato senza limiti all’immaginazione. Entro nel negozio Mondadori chiedendo cartine stradali improbabili e acquisto le Lonely Planet che rimarranno sul mio comodino nei prossimi mesi quasi fossero dei romanzi più che degli strumenti. Nelle serate a casa di Tommi le idee emergono a volte anche in maniera azzardata, senza dubbio divertente. Come sempre vogliamo programmare ma non troppo, lasciare spazio a quello che troveremo dall’altra parte del mondo e che darà motore giornaliero alla nostra curiosità. Permettiamo a una foto su Instagram, a un documentario o ai consigli degli amici di influenzarci un po’, finché, dopo vari tentativi, concordiamo il nostro itinerario.

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Io e Tommi avremo a disposizione tre settimane nel periodo tra luglio e agosto, mentre l’altra coppia rimarrà una settimana in più. I posti da vedere sono davvero tanti, considerata la scelta di toccare tre Stati. Una volta stabiliti il volo di andata da Milano a Kuala Lumpur e il ritorno, scegliamo alcune tappe obbligate prenotando la maggior parte delle strutture alberghiere su Booking.com e qualche volo interno molto economico.  23 Luglio… Si parte!

Day 1 – Kuala Lumpur

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Petaling Street

Arriviamo nella capitale malese al mattino dopo un breve scalo in Arabia Saudita. Per andare in città dall’aeroporto parte il treno veloce KLIA Ekspres, che in 30minuti raggiunge la stazione di Kuala Lumpur Sentral. Da qui è possibile spostarsi tra i diversi quartieri con la sopraelevata Monorail o con la metropolitana. Il nostro hotel si trova a Bukit Bintang, il triangolo commerciale, una zona molto frequentata e gremita di gente a qualsiasi ora del giorno e della notte.

KL è una metropoli in evoluzione che mantiene il suo fulcro caratteristico in Chinatown, il quartiere più “vivo”, sempre affollato e pieno di bancarelle di qualsiasi genere. Siamo letteralmente attirati dai cibi, dai colori, dalle stranezze in vendita, dagli odori, e vaghiamo con gli occhi sbarrati di due bambini attenti a non farsi sfuggire nulla.

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Il primo “morso” in terra straniera è una delle cose più attese di una vacanza (dopo il mare ovviamente!). Cerchiamo di comunicare con un venditore, il cui inglese è approssimativo, ma che appare molto contento di farci assaggiare alcune varietà di frutta a noi sconosciute. E’ il primo vero contatto con una cultura profondamente diversa dalla nostra per quanto riguarda l’alimentazione. Jackfruit, Litchis, Durian e frutto del drago, che qui ha la polpa di un viola intenso, sono solo alcuni tra i frutti tropicali presenti in questo grande mercato a cielo aperto. Io e Tommi abbiamo davvero fame dopo il lungo viaggio e decidiamo di ordinare un piatto di noodles in quello che potremmo definire un ristorante, con tavoli e sedie di plastica in mezzo a Petaling Street, la via principale del quartiere. Ovunque è possibile trovare questo piatto tipico, sano e a bassissimo prezzo (circa 2,50 euro). Le diverse varianti accontentano sempre tutti: con carne o pesce, vegetariani, con spaghetti di riso o di soia, fritti o in brodo.

 

Continuiamo il tour con una breve passeggiata sulla Canopy Walkway, un passerella sospesa che attraversa la piccola foresta tropicale di Bukit Nanas, nel cuore della città, circondata e sovrastata dai grattacieli.

Successivamente ci dirigiamo a Merdeka Square, l’immensa piazza centrale attorniata da bellissimi edifici tra cui il palazzo del sultano Abdul Samad e altri risalenti all’epoca coloniale britannica. Il prato una volta era utilizzato per le partite di cricket e di polo.

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“Merdeka Square” in linguaggio Malay  significa “piazza dell’indipendenza” e qui è issata la bandiera più alta al mondo, a ben 95 metri d’altezza.

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Si fa buio e decidiamo di vedere le famosissime Petronas Towers illuminate, simbolo non solo della città ma anche del progresso dell’intero paese. Saliamo quindi su un autobus gratuito che ci informano faccia il giro della città. Anche se i tempi di percorrenza si rivelano molto lunghi a causa del traffico, optare per i mezzi pubblici è sicuramente un modo per conoscere meglio usanze e costumi dei locali.

Di sera è d’obbligo un passaggio in Jalan Alor, la via dello street food, dove assaggiamo spiedini di “qualsiasi cosa”, ovvero pesce, verdura, rane, e ravioli di diversi gusti. Qui ci siamo dati appuntamento con Camillo e Nina, che hanno preso un volo diverso dall’Italia e che avranno modo di visitare meglio la città alla fine della loro vacanza. Un brindisi per l’inizio, l’entusiasmo che ci tiene svegli nonostante il jet-lag, il corpo che vuole godere di ogni attimo e quella favolosa sensazione di essere solo all’inizio di un’avventura… Domani si riparte!!

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MY BORNEO

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Day 2

Lasciamo subito la capitale malese e prendiamo un volo interno per… il Borneo! Già solo nominarlo aveva entusiasmato i ragazzi del gruppo, forse perché così “wild” o forse per via di “Mai dire Gol”.

Il Borneo è la terza isola al mondo per estensione ed è diviso politicamente tra la parte malese, la parte indonesiana e il Brunei. Bisogna tenere in considerazione che si trovano voli diretti solo dal rispettivo Stato, per cui da Kuala Lumpur possiamo agevolmente volare senza scali sul Borneo malese.

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Atterriamo nella città di Sandakan e un auto privata ci porta al nostro alloggio, il “Paganakan Dii Tropical Retreat”, che si trova a 30 km dalla città e non è altro che un armonioso insieme di palafitte di legno immerse nella tranquillità della natura con letti a baldacchino e docce all’aperto. Lo staff è gentilissimo e per cena ci consiglia il ristorante “Ba Lin”, molto chic rispetto allo standard del luogo, dove si possono degustare i piatti più ricercati della stupenda cucina malese e dove ci si può rilassare sorseggiando ottimi cocktail sulla terrazza all’ultimo piano.

Day 3

La giornata inizia al “Orangutan Rehabilitation Centre” di Sepilok, una cittadina poco distante che raggiungiamo grazie alla navetta messa a disposizione dal nostro albergo. All’interno del centro vi è una nursery all’aperto e un punto di osservazione per vedere gli oranghi mangiare ogni giorno in due orari prestabiliti.

DSC_0431 L’esperienza va oltre le aspettative. Davanti ai nostri occhi una mamma con il suo cucciolo si nutrono di una quantità di frutta incalcolabile, avendo la meglio su un macaco che cerca di rubargliela. Durante il pasto il piccolo si arrampica sulle braccia lunghissime della madre e si danno un bacio affettuoso con un atteggiamento che ha ben poco di diverso rispetto a quello umano.

Verso mezzogiorno il parco chiude e ci invitano ad uscire, ma è proprio in questo momento che alcuni di questi primati prendono coraggio e camminano sulla passerella di legno insieme a noi, tenuti sotto controllo dai guardiani. Incontrare il loro sguardo, nonostante alcune leggende affermino che guardarli negli occhi attragga mala sorte, è un’emozione unica e irripetibile.

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Entusiasti per la visita e dopo aver mangiato un piatto dei nostri adorati noodles nel ristorante all’ingresso del parco, ci spostiamo nel vicino “Sun Bear Conservation Centre”. Appena entrati un video ci mostra il maltrattamento degli Orsi della Luna in paesi come la Cina, il Vietnam o la Corea del Nord, dove si estrae la bile dall’animale vivo attraverso una pratica atroce e in condizioni orrende.

 Oggi esistono diverse associazioni per salvare gli orsi e in questo centro si possono ammirare liberi mentre gironzolano o dormono sugli alberi. E’ molto frequente inoltre fare incontri con i macachi, dai quali bisogna stare all’erta per evitare che si avvicinino troppo e prendano “in prestito” qualche oggetto.

 

Il giro non richiede più di un’oretta, per cui riusciamo a prendere un taxi e a dirigerci verso il “Labuk Bay Proboscis Monkey Sanctuary”. Si tratta di una tenuta privata in cui numerosi esemplari di scimmie nasiche si avvicinano ormai con disinvoltura ai visitatori. Le vediamo mangiare, saltare, addormentarsi appoggiate a qualche staccionata e sentiamo il loro verso amplificato dall’enorme naso. Siamo increduli di fronte a una specie in pericolo di estinzione che qui sembra quasi un animale domestico.

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Gli Orangutan oggi vivono solo in due isole al mondo, Borneo e Sumatra, mentre le scimmie nasiche sono presenti solo nelle foreste del Borneo.

 

 

Ceniamo a Sim Sim, un villaggio di palafitte sull’acqua alle porte di Sandakan, dove ci sono un paio di ristoranti di pesce uno accanto all’altro. Si percepisce una forte influenza cinese e il luogo sembra poco turistico, ma ancora una volta il consiglio del personale del nostro ostello non ci delude. Con una spesa minima (circa 40 euro per 4 persone) non ci facciamo mancare niente e troviamo una qualità davvero sorprendente di granchi, gamberi al lime, zuppa di pesce e calamari in salsa agrodolce. Una delle cene più ricche della vacanza!

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I prezzi per mangiare e dormire nel Borneo, come in tutta la Malesia, sono molto economici. In alta stagione è possibile trovare camere doppie a 25 euro a notte, pranzare con meno di 3 euro a testa e cenare a base di pesce con soli 10 euro. Il cambio con il Ringgit malese è di 1 euro = 5 MYR. Nel Borneo è consigliato avere a disposizione contanti.

Day 4

Il balcone della stanza si affaccia su una foresta fitta e, avendo lasciato la finestra spalancata dalla sera prima, ci lasciamo svegliare dalle sfumature di un’alba delicata che si insinua tra i verdi brillanti delle foglie. Rimaniamo in contemplazione della natura e dei suoi rumori dal nostro letto, ritrovando lo stesso sottofondo che ci ha cullati nel sonno. Una doccia fresca all’aperto è l’unico buon motivo per alzarsi.

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Il programma di oggi prevede una gita in barca sul Kinabatangan River, il fiume più lungo della regione del Sabah. Per raggiungerlo facciamo due ore di macchina e durante il tragitto purtroppo vediamo quasi esclusivamente coltivazioni di palme da olio, le quali causano deforestazione e costringono gli animali a rifugiarsi nelle ormai sottili strisce di vegetazione in prossimità dei fiumi. Lo scenario è davvero triste. La consapevolezza che questo luogo accoglie specie in via di estinzione e possiede una ricchezza faunistica unica al mondo rende l’opera umana ancora più grave. I locali sembrano rassegnati, non intenzionati a combattere contro le violenze sulla loro terra, consci del fatto che l’olio è una risorsa che porta soldi e sviluppo al paese.

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Martin Pescatore

Arrivati al fiume saliamo su un’imbarcazione che può trasportare una decina di passeggeri e ci addentriamo nella foresta alla ricerca di animali, qui totalmente liberi nel loro habitat. Con un pizzico di fortuna si potrebbero avvistare orangutan, scimmie nasiche, elefanti pigmei, coccodrilli e uccelli variopinti.

Ben presto ci fermiamo per osservare tre enormi esemplari adulti di orangutan che si muovono sulla cima di un albero e che superano di gran lunga per dimensioni quelli visti in cattività il giorno prima. Proseguendo avvistiamo un martin pescatore e un “Hornbill Bird”,una specie di tucano molto grande. Infine arriviamo in prossimità di un grande albero dove un’intera famiglia di scimmie nasiche, dalla più piccola alla più grande, ci mostra le sue abitudini quotidiane.

Il sole comincia a calare e i suoni della foresta a farsi più intensi. Un’altra barca è ferma perché hanno scorto un alligatore. Tutti cercano silenziosi di avvistarlo tra i rami bassi a filo dell’acqua, ma purtroppo non si fa più vedere.

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dsc_0732.jpgSembra di essere dentro un documentario. La pazienza impiegata e l’attenzione nel cercare gli animali è come se calmassero l’anima aumentando allo stesso tempo l’adrenalina. Quadri di una natura selvaggia e meravigliosa che purtroppo non riusciamo ad immortalare nella maniera giusta attraverso la macchina fotografica, ma che rivivremo sempre nel nostro cuore. Il Borneo richiederebbe intere settimane per essere esplorato e meriterebbe una vacanza intera all’avventura, ma, come dirà poi una persona speciale che incontreremo in Indonesia, noi facciamo solo “kiss kiss” in questa terra, giusto il tempo per innamorarcene e sapere di volerci tornare.

 

Namibia

Finalmente è Agosto e possiamo pensare alla vacanza. Nessuna prenotazione, solo idee. Da una parte può sembrare difficile e frettoloso organizzare qualcosa adesso, ma quanto è bello svegliarsi e dire “quindi? dove andiamo?”. “Possiamo andare dove ci va!” 

Un foglio bianco… un mondo intero! 

Africa, Cambogia, Cuba, costa meridionale della Francia e della Spagna fino in Portogallo???

E’ domenica, mi sveglio più tardi io, e già Tommi sta pensando alla Namibia. Gli piace il nome forse… mi convince! Non ci vuole molto, chi non vorrebbe andare in Namibia?!?! Suona così dolce, così lontano, così diverso… un gioiello africano pieno zeppo di paesaggi unici. 

E’ pur sempre domenica, nessuno ci risponde alle mail e le agenzie di viaggio possono completare una proposta solo il giorno dopo. Noi dobbiamo partire subito, al rientro ci aspetta la preparazione atletica per la nuova stagione sportiva. Qualcuno risponde che è impossibile organizzare in così poco tempo, qualcuno non trova soluzioni, qualcuno non si mette neanche a cercarle. Ad eccezione di Alessandro di “African Footprints”! http://www.afootours.com

Fantastico! Non potevamo chiedere di meglio. Alex è un ragazzo italiano che vive da tanti anni con la famiglia a Windhoek e che, in collegamento Skype con noi, organizza tutto in una mattinata!! Il volo lo cerchiamo da soli sui motori di ricerca, rischiando di far schizzare il prezzo alle stelle se non ci sbrighiamo. Non servono vaccinazioni, non serve patente internazionale, non servono precauzioni particolari. Il difficile è far combaciare tutte le cose (volo, auto, sistemazioni) in tempi così ristretti. Dobbiamo avere la conferma di tutto quasi simultaneamente. Alessandro ci riesce, trova la Jeep 4×4 e quindi non ci resta che procedere nell’acquisto del biglietto aereo. Dopo un lunedì un po’ stressante finalmente lo troviamo, ma siamo costretti a posticipare la partenza di un giorno, e questo implica una leggera modifica dell’itinerario proposto da Alessandro. Avevamo quasi perso le speranze, ma ormai la nostra testa era là, per cui riuscirci è stata la prima emozione di un viaggio che si rivelerà indimenticabile!!!  

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DAY 1 (5 agosto 2015)

Partenza in mattinata da Milano Malpensa con Etihad Airways, destinazione Abu Dhabi, dove arriviamo alle 19.30. Approfittiamo per fare un giro all’Emirates Palace, davvero sontuoso. Tommi ha dei pantaloni corti, perciò è costretto a indossare sopra una lunga tunica bianca. Ceniamo in un ristorante arabo all’interno del Marina Mall (un grande centro commerciale) e sulla strada di ritorno all’aeroporto scattiamo qualche foto allo skyline e alla grande moschea di Sheikh Zayed, che vedremo meglio al ritorno quando avremo una giornata intera di scalo nella città. Per il resto della notte proviamo a dormire sui divani appena fuori dall’aeroporto.

DAY 2

Altri due voli per noi oggi: per Johannesburg (Sudafrica) e subito dopo per Windhoek, la capitale della Namibia. Arriviamo che è già sera. Alessandro ci aspetta per accompagnarci nella nostra Guest House e ci diamo appuntamento per la mattina seguente. Io e Tommi non vediamo l’ora di salire in macchina e partire. Assaggiamo la birra del posto, la Windhoek Lager, e ci buttiamo finalmente a letto.

DAY 3 (inizio del viaggio)
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Incontriamo Alessandro a colazione, il quale ci mostra passo dopo passo l’itinerario e ci porta a ritirare la nostra auto 4×4. Abbiamo concordato un giro in senso orario per la maggior parte nel nord della Namibia, la zona più ricca di paesaggi e fauna, un vero e proprio crescendo di sensazioni, a detta di Alex. Regole semplici: si guida dall’alba al tramonto e mi raccomando… a sinistra!! Qualche raccomandazione nel caso ci fosse capitato di forare una gomma o rompere il parabrezza. In effetti è da mettere in conto qualche problemino poichè le strade non sono asfaltate, sono solo battute, per questo è consigliabile spendere qualcosa in più ma noleggiare almeno una jeep. La spesa prevista per la benzina è di 40 dollari namibiani al giorno. 

La Namibia è una delle mete in Africa in cui il Self Drive può essere fatto in sicurezza e in maniera totalmente indipendente. Abbiamo tutte le notti prenotate nei lodge da Alex, quindi non abbiamo pensieri, dobbiamo solo arrivarci entro il tramonto, altrimenti Alex verrà avvisato, ma abbiamo quasi sempre molto margine. 

La nostra auto ha carattere, dice Tommi… facciamo una piccola spesa di acqua e generi per la sopravvivenza e saltiamo su, direzione Sossusvlei, passando per Rehoboth e poi attraversando verso ovest. 

I viaggi in macchina sono un pezzo importante della nostra vacanza, ce li vogliamo gustare e ovunque ci piace… ci fermiamo!! Non ci pesano i km, ci piace scoprire ogni angolo. Doors o Pearl Jam in sottofondo. 

La prima meta avrebbe dovuto essere il deserto del Kalahari, ma noi dobbiamo metterlo “in coda” a causa del posticipo della partenza dall’Italia. La strada oggi è lunga ma molto bella: facciamo il passo di Spreetshoogte, vediamo qualche animale in lontananza (antilopi, zebre, gnu) e arriviamo al nostro primo lodge all’ora del tramonto. “Le Mirage” offre camere incantevoli con letto a baldacchino e doccia con vista sulla savana. Una deliziosa cena ci viene servita al ristorante, dove assaggiamo per la prima volta la carne di orice. Addirittura il cameriere, per spiegarmi, mi accompagna fuori a vedere proprio un orice che si aggira a pochi metri da noi. Un buon bicchiere di vino rosso, intrattenimento con musica e balli africani e un cielo di stelle che nessuna foto o descrizione potrà mai raccontare.

DAY 4 (Sossusvlei)

DSC_0575Sveglia prestissimo, 5:30, con quella costante voglia di vedere che succede là fuori alle prime luci del giorno. I cancelli per arrivare nel nostro punto di interesse a Sossusvlei aprono alle 6:45 e c’è un piccolissimo pagamento da effettuare all’ingresso. La strada è asfaltata per diversi km. Passiamo vicino alla rinomata Duna 45, ma decidiamo di non salirci. Vogliamo riservare tutte le energie per la Big Daddy, la duna più alta del mondo con i suoi 380 metri (la scommessa sull’altezza di questa duna la perdo io, ovviamente, “sparando” troppo grosso e conquistando un bel bagno nell’oceano da fare non appena ce ne sarà occasione). L’ultimo tratto di strada è molto sabbioso e si può percorrere solo se dotati di un 4×4 oppure per mezzo delle navette messe a disposizione dai lodge.

La camminata fino alla vetta è lunga e faticosa, ma una volta raggiunta siamo ripagati di tutto. Io e Tommi riusciamo a fare tardi anche nel deserto e ci ritroviamo ad essere in cima proprio nell’orario più caldo, 12-13, quando tutti sono già scesi. La temperatura è elevata, ci sembra di essere molto vicini al sole. Nota positiva: eravamo noi in cima al deserto. L’inizio di un grande deserto, quello del Namib, con le sue dune di sabbia rossa che sembrano giocare con le luci e le ombre. Pronti per la discesa, ci lanciamo, corriamo forte, ci rotoliamo, scivoliamo e facciamo “ruggire” la duna… sì, letteralmente, perchè la sabbia sotto di noi fa un rumore incredibile e quasi spaventoso, tanto da essere definito un “ruggito”. Ci ritroviamo in una distesa arida, più avanti alberi secchi dal tronco scuro, dietro di noi… un muro di sabbia! Questo luogo viene indicato come Deadvlei, un tempo un’oasi di acacie, ed è davvero impressionante camminare in una desolazione simile. Siamo esterrefatti, continuiamo a chiederci che razza di posto sia mai questo. Ci copriamo dal sole che non perdona. Ripartiamo e rimaniamo bloccati nella sabbia con la nostra jeep e siamo costretti a pagare un’autista delle navette per tirarci fuori dall’impaccio. Ci avevano avvisato del rischio, ma comunque il problema si risolve in pochi minuti.

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Deadvlei

Sulla via del ritorno facciamo un giro veloce nel Canyon River fino ad arrivare a una pozza d’acqua dove vive un Catfish da moltissimi anni (dicono il più vecchio del mondo). Con un po’ di pazienza, buttando qualche pezzettino di legno, riusciamo a vederlo quasi in superficie. Torniamo al nostro lodge e ci rilassiamo in piscina, concedendoci anche un massaggio prima di un’altra stupenda cenetta a base di carne.

Le stelle qui ti fanno sentire piccolo piccolo, come un granello di sabbia nel deserto del Namib.

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DAY 5 (Swakopmund)

Colazione a base di Guava, che scopro essere un frutto buonissimo, e prendiamo qualcosa dal buffet per sopravvivere durante la giornata di viaggio che ci aspetta. Destinazione: SwakopmundI km sono tanti, ma davanti a noi gli scenari continuano a cambiare, come diapositive, senza neanche darci il tempo di rendercene conto. Lasciamo le dune e incontriamo montagne, attraversiamo il passo del Kuiseb Canyon e ci troviamo a fare su e giù tra dune più basse e, questa volta, rocciose e aspre. Poi pianura a perdita d’occhio e un’autostrada in mezzo al niente, sulla quale oltrepassiamo la linea del Tropico del Capricorno.

La sensazione, che so mi mancherà una volta tornata a casa, è quella di non percepire una fine! Se ci si guarda intorno, a 360°, non c’è ostacolo alla visione, solo orizzonte che poi si sfuma e non ha confini netti. Non riusciamo proprio ad abituarci a questo panorama. Guido un po’ anche io, mi diverto.

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Arriviamo a Walvis Bay, intravediamo i fenicotteri rosa e altre dune di sabbia per il Sandboarding. Sarebbe bello farlo! Questa è la fine di quel deserto iniziato a Sossusvlei e questa cittadina, così come Swakopmund, gode di un clima diverso, molto umido alla sera e alla mattina, caratterizzato da nebbie che rendono più rigogliosa la vegetazione, almeno in prossimità dell’oceano. Ancora una mezz’oretta di strada asfaltata e raggiungiamo Swakopmund e il nostro alloggio. Il “Brigadoon” è un B&B molto carino e ad accoglierci c’è una gentilissima signora scozzese. Ci prepariamo e usciamo a bere una birra al “Kucki’s Pub”. Non sembra proprio di essere in Africa, sembra molto una cittadina tedesca di altri tempi. Per la strada non passa quasi nessuno, ma i locali sono tutti strapieni, tanto da non trovare facilmente un posto per mangiare. Ovunque consigliano “The Tug”, un ristorante a forma di barca vicino al mare, ma per questa sera è pieno e quindi dobbiamo ripiegare sul ristorante in fondo al molo, poco più avanti. Una cena tranquilla, con ostriche molto buone e pesce del giorno a prezzi decisamente diversi dai nostri in Italia.

Tornando al nostro alloggio commettiamo un grave errore… prendiamo una via un po’ buia e tre uomini ci aggrediscono, cercando di derubarci. Un uomo, dal balcone di casa, riesce a farli scappare e ci riporta al B&B in macchina. Tantissima paura e un piccolo taglio sulla testa per Tommi, che andiamo subito a curare all’ospedale più vicino. La microcriminalità purtroppo esiste nelle città, i vicini si aiutano come successo a noi e fuori da ogni locale, ristorante, albergo o B&B ci sono guardie dalle 7 di sera per tutta la notte. L’accorgimento è quello di spostarsi sempre con l’auto, anche se la distanza è di poche centinaia di metri. 

Questo avvenimento, che rischiava di rovinarci la vacanza, rimane una nota molto negativa in mezzo a tanta meraviglia. 

 

DAY 6 (catamarano e Sandwich Harbour)

DSC_0848Per dimenticare non poteva esserci modo migliore che viverci intensamente una giornata come quella che sto per raccontarvi.

Le escursioni di oggi sono state precedentemente prenotate da Alex. 

Ci copriamo parecchio, a Swakopmund piove ma già dopo aver fatto colazione con bacon e uova si apre una gradevole giornata di sole. Ci sarà vento comunque e noi siamo pronti. 

Arriviamo giusto in tempo al porto di Walvis Bay per imbarcarci sul catamarano. “Lo sai vero che non vedremo neanche una balena?”… e così è stato, nonostante questo sia il loro periodo di migrazione verso sud, il che significa maggiori probabilità di avvistarle nelle acque della Namibia. In compenso, pellicani, delfini e foche a non finire… anche ostriche a non finire! Una piacevolissima mattinata in mare conclusa con l’aperitivo. Scambiamo qualche chiacchiera con il ragazzo sul catamarano che prepara le ostriche e che intanto continua a versarci sherry (molto simpatico!)

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colonia di foche

Scendiamo e raggiungiamo un altro gruppo diretto a Sandwich Harbour. La jeep 4×4 con a bordo noi e una famiglia francese parte veloce per affrontare le dune. Una breve sosta per vedere la salina e poi dritto dentro il deserto. Tommi si addormenta. Sembra tutto molto tranquillo e un po’ noioso finché le dune non diventano veramente immense. Prendiamo la rincorsa ed è puro divertimento.

La vista è qualcosa che toglie il fiato, non c’è luogo al mondo dove avviene una cosa simile. Due giganti che si incontrano: il deserto e l’oceano.

Siamo in cima ad osservare, siamo dentro una cartolina. I colori, il rumore del vento sulla sabbia e il profumo del mare sono sensazioni che rimangono dentro di me. 

Saltiamo sulle dune, ridiamo, ci abbracciamo, ci sentiamo liberi e proprio dove avremmo voluto così tanto essere.

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Ci offrono di nuovo un aperitivo, questa volta in mezzo al deserto, sempre a base di ostriche e champagne! Al ritorno ci fermiamo in prossimità del mare, dove ci fanno saltare tutti insieme in cerchio e nello stesso senso. Scopriamo di essere nelle “paludi di Anichab” e sprofondiamo fino alle ginocchia. Ci divertiamo come due bambini.

In conclusione, una super cenetta di pesce finalmente al ristorante “The Tug”. In un’atmosfera rilassante gustiamo una zuppa di pesce incantevole, filetto di pesce del giorno e astice. Personale molto cortese e generoso. Non si meritano proprio che la mia opinione sul loro Paese cambi per colpa di tre delinquenti.

 

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paludi di Anichab
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Sandwich Harbour

 

 

 

 

 

 

 

 

 

DAY 7

Lasciamo Swakopmund dopo essere passati alla polizia e aver provato ad identificare un ragazzo che avevano appena arrestato a causa di un altro tentativo di rapina ad altri due turisti. Non riusciamo ad affermare niente con certezza, ma cerchiamo di dare una mano con la nostra testimonianza. L’agente della polizia è molto comprensivo e dispiaciuto per quello che è successo e ci augura un buon proseguimento di vacanza.

Salutiamo la dolce signora scozzese e ci rimettiamo in viaggio lungo la costa. Pago la mia scommessa ed entro nelle acque gelide dell’oceano pensando a cosa potrebbe esserci solo un po’ più in là. I brividi forse sono dati da quel pensiero.

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Lasciamo la costa un po’ a malincuore, all’altezza di Henties Bay. Se avessimo proseguito, saremmo arrivati a Cape Cross, dove si trova una famosa colonia di foche e successivamente avremmo raggiunto la Skeleton Coast con tutti i suoi relitti. Non sappiamo come sia la strada né i tempi di percorrenza, quindi decidiamo di non discostarci dal tragitto indicato sulla nostra cartina. Il paesaggio cambia ancora: alberi, massi enormi, montagne di roccia. Guido un po’ io totalizzando un punteggio da record nel prendere tutte le buche dell’Africa.

Arriviamo a “Twyfelfontain Country Lodge”. Spettacolare la sua ubicazione tra le rocce, le camere con il tetto di paglia, la piscina e un cielo stellato ancora più suggestivo. Ci sentiamo al sicuro, a differenza della città, e anche il clima è migliore dopo tutta quella nebbia. 

 

DAY 8 (Twyfelfontain)

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Organ Pipes
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pitture rupestri

Significa “sorgente dubbia” e in questo luogo si può fare
un’interessantissima visita guidata alle pitture rupestri. La guida ci spiega l’origine di questo sito dichiarato patrimonio dell’Unesco e l’intero tour non impiega più di un’oretta della nostra mattinata. Ce la prendiamo con calma, dato che resteremo un’altra notte qui. Andiamo a vedere la Burnt Mountain e le Organ Pipes, affascinanti luoghi soprattutto dal punto di vista geologico. In mezz’oretta riusciamo a vedere entrambi e non è necessaria la guida. La Burnt Mountain si presenta come una montagna dal colore nero, formata da calcare e lava vulcanica; le Organ Pipes sono colonne verticali di dolerite, simili alle canne di un organo, che si formarono 120 milioni di anni fa come la suddetta montagna.

Torniamo in albergo, abbiamo il tempo per un bagno in piscina veloce e poi ci prepariamo per un’escursione alla ricerca degli elefanti che hanno scelto di vivere proprio in questa zona, in assoluta libertà. Il nostro pulmino è alto e ben rinforzato e non ci serve fare molta strada per vederne uno. Immenso, calmo… ecco il primo dei nostri Big 5! Scattiamo foto mentre distrugge gli alberi per mangiarne le foglie e stiamo lì in silenzio ad osservarlo per un po’. 

Sul pulmino conosciamo due ragazzi italiani, i quali ci raccontano entusiasti della loro precedente vacanza in Sudafrica e del safari al Kruger Park.

Tommi dorme alle 10, io preparo la valigia, altrimenti mi sgrida perché partiamo sempre tardi. 

 

DAY 9

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Mi sveglio alle 5.30 sperando di vedere qualche animale alla pozza d’acqua vicino alla nostra stanza. E’ ancora buio, sono infreddolita e quasi ho un po’ di timore a passeggiare da sola qui intorno. Mi avvicino alla pozza, nessun animale, ma un vero e proprio spettacolo ha inizio davanti ai miei occhi. Verso le 5.45 il buio lascia spazio alla luce e piano piano il sole si fa intravedere, mentre lo spicchio di luna non vuole scomparire. Respiro aria buona, mi godo quel momento tutto mio, assisto alla natura che fa una cosa così semplice e quotidiana. All’improvviso una stella cadente. Da non credere… attimi in cui coesistono davanti a me la notte e l’alba in uno spazio così grande ma, in fin dei conti, anche così piccolo dato che noi esseri umani possiamo essere gli spettatori. Mi sento fortunata e felice.

Partiamo alla volta di Opuwo (che significa “la fine”) ed è il punto più a nord che raggiungiamo nel nostro viaggio. Alex ci aveva consigliato un percorso alternativo rispetto alla strada principale. Il bivio è poco segnalato, ci mettiamo un po’ a trovarlo, attraversando perfino qualche letto di fiume che in questa stagione rimane prosciugato. Ancora paesaggi da togliere il fiato, ancora molte ore di viaggio. Mentre Tommi guida, io leggo ad alta voce la Lonely Planet: conosciamo la storia, ci informiamo su flora e fauna del luogo, segniamo i posti da visitare e le cose che vogliamo fare… e poi un po’ di Johnny Cash. Guardiamo il tramonto a bordo della piscina a sfioro presente nel nostro lodge. Aperitivo e cena ottimi in compagnia dei nostri amici italiani conosciuti a Twyfelfontain. I nostri itinerari sono leggermente diversi, in quanto loro domani partiranno in direzione nord per raggiungere le Epupa Falls, al confine con l’Angola.

 

DAY 10 (villaggio Himba)

 

DSC_0441Contattiamo telefonicamente un certo John, una guida del posto raccomandataci da Alex, e ci accordiamo sull’orario e il luogo di ritrovo per andare a far visita ad un villaggio della tribù Himba. Siamo curiosi, non sappiamo esattamente cosa aspettarci, ma sappiamo che sarà un’esperienza forte. John è il nostro intermediario, senza di lui non riusciremmo ad entrare in questo villaggio, né a comunicare con queste persone. La sua tariffa è di circa 350 dollari namibiani e con lui ci fermiamo a fare una spesa di altri 250 NAD per il villaggio che andremo a “disturbare” nella sua quotidianità. Portiamo generi di prima necessità come farina di mais, fagioli, pane… Durante il tragitto John ci spiega moltissime cose riguardanti l’organizzazione di un villaggio Himba. I suoi genitori avevano scelto di cambiare stile di vita rispetto alla loro tribù nomade ed ecco il perché lui vive in città, parla inglese e svolge un lavoro normale, oltre ad accompagnare i turisti.

Lasciamo la strada principale diretti al villaggio ed entriamo in un altro mondo, un’altra cultura, una vita così diversa da quella a cui siamo abituati. John ci insegna il loro saluto e a chiedere “come stai?”. 

Le donne vestono in modo particolare: il loro corpo è completamente ricoperto da una sabbia rossa che ha funzione protettiva e anche i capelli sono intrecciati e dello stesso colore. 

In un recinto pieno di capre lavorano donne e ragazzini più grandi, mentre il capo villaggio rimane seduto a farsi la barba. L’uomo, infatti, generalmente non lavora e ha due o tre mogli che sceglie da altri villaggi vicini. 

Una donna mi chiede se ho qualche medicina perché si è scottata la gamba con il fuoco e la ferita sta facendo infezione. Posso solo lasciarle la crema alla calendula per farle sentire un po’ di sollievo, dato che non ho altri medicinali adeguati. Le consegno la crema in un sacchettino di plastica verde che subito una bimba riesce a trasformare in una magliettina, rompendo l’estremità inferiore. Un’altra ragazza è seduta a terra dolorante e mi indica il cielo per farmi capire che ha il ciclo e che anche lei vorrebbe qualche medicina. Non ho nulla con me purtroppo e non so come potrei aiutarla. DSC_0490

E’ chiaro che non hanno acqua, non possono lavarsi… mancano tante cose di primaria importanza.

I bambini sono davvero stupendi, giocano per terra con poco e niente, mi osservano, sono attirati dalle mie unghie colorate, le sentono lisce e se le portano vicino alla guancia. Mi studiano, mi toccano la maglietta, si prendono l’elastico per i capelli che ho al polso e se lo mettono in testa. Un bimbo piccolo di neanche un anno è seduto per terra, le capre gli passano vicino, lui si guarda intorno e inizia a piangere. Io mi avvicino e ben presto arriva anche la mamma, con la quale riesco a scambiare quattro chiacchiere grazie alla traduzione di John. Mentre sta cucinando qualcosa in un pentolone mi chiede se ho figli, se io e Tommi siamo sposati e mi dice che sono molto gentile abbracciandomi. Sembra molto giovane ma non vuole dirmi quanti anni ha. 

Abbiamo portato qualche maglietta da allenamento per loro e una palla da pallavolo con cui facciamo subito qualche scambio. Altri bimbi più piccoli invece mi prendono per mano e vogliono che io giochi con loro a “palla due fuochi” con una pallina fatta di tessuto e riempita di sabbia. Quasi tutti i souvenir da portare a casa per i nostri famigliari decidiamo di comprarli qui: braccialetti, collane e oggetti fatti da loro. 

Tornando in città ci fermiamo a prendere un caffè. Le riflessioni sono molte e ci sentiamo davvero arricchiti da un’esperienza del genere. A volte la nostra vita è davvero piena di sciocchezze. 

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Arriviamo al nostro prossimo lodge, Hobatere, un’area privata confinante con l’Etosha National Park e molto ricca di fauna. Ci raccontano che, nella notte precedente al nostro arrivo, un elefante si aggirava tra i bungalow, lasciando impronte ovunque. Non possiamo spostarci da soli, tra gli animali ci sono anche 5 leoni nella zona e quindi c’è sempre un ragazzo che ci accompagna dalla nostra stanza alla hall del lodge. La camera è piccola ma graziosa, dal letto si può guardare fuori dalla finestra. 

Un’ora e mezza vola nel rifugio sopraelevato vicino a una pozza d’acqua, il quale è raggiungibile per mezzo di una navetta gratuita in qualsiasi momento della giornata. Vediamo per la prima volta le giraffe, così affascinanti e buffe nel modo di muoversi, così lente e sempre attente ad ogni minimo rumore. La pozza è sovraffollata di zebre, springbok, orici, scimpanzé, sciacalli… un bel quadretto! 

La cena è davvero di altissimo livello, con una zuppa fredda di avocado e carne di orice al sangue. Strepitosa! Trascorriamo la serata a chiacchierare con altri due ragazzi italiani intorno al fuoco e, improvvisamente, sentiamo un animale strillare nel buio a qualche metro da noi. Vengono i brividi. “Qualcosa ha mangiato qualcos’altro”. Ci dicono che sembra il verso di una zebra. Ci addormentiamo con tanta voglia di iniziare il nostro vero safari. 

 

DAY 11 (Etosha National Park)

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E se il buongiorno si vede dal mattino…

 Mentre facciamo colazione io e Tommi diamo uno sguardo in direzione della pozza, che stamattina è stranamente vuota. Ci chiediamo cosa sia quell’animale che avanza con andatura tranquilla e io dico: “un leone!”

Subito tutti quelli che erano lì nella sala colazione con noi si alzano per vedere. Il proprietario del lodge, un signore alto e molto simpatico, mi presta il suo cannocchiale. Si vede benissimo una leonessa con il muso sporco di sangue avvicinarsi all’acqua. Il proprietario ci organizza subito un mezzo per uscire. Ci sono due leonesse sdraiate, una di loro ha tre cuccioli intorno che saltellano e giocano. Non andiamo troppo vicino, ma passando vediamo un cucciolo che cerca di venirci incontro incuriosito. Ci dicono che i leoni e gli altri animali si stanno abituando al lodge, costruito da un anno, e perciò iniziano ad avvicinarsi di più. Probabilmente in futuro dovranno mettere delle recinzioni. 

 

Oggi è il giorno in cui entriamo nell’Etosha, un parco nazionale che si sviluppa intorno a un’enorme depressione salina, l’Etosha Pan. Al gate facciamo il permesso per tre giorni (2 persone + auto) ad un costo modesto. Dormiremo all’interno del parco due notti in due camp diversi situati lungo la strada e faremo il safari in autonomia. Esiste anche la possibilità di fare safari organizzati e noi vorremmo provare a fare un “game” notturno. Ovviamente, guidando la nostra jeep, dobbiamo rimanere sempre sul percorso principale segnalato dalla mappa, non dobbiamo mai scendere dall’auto (esistono aree di sosta recintate) e non dobbiamo superare i 60 km/h. Le pozze d’acqua sono segnate sulla cartina e alla prima in cui ci fermiamo è già meraviglia. Un rinoceronte enorme beve in compagnia di zebre, giraffe, springbok e anche qualche facocero. Sembra tutto così surreale: non è un documentario, siamo proprio noi dentro il loro ambiente e così vicini.

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Haunted Forest

Passiamo attraverso la “foresta incantata”, un’area ricca di piante di meringa, che secondo la leggenda caddero al contrario perché gettate in aria da Dio dopo che Egli trovò una giusta collocazione a tutte le altre piante e animali del mondo.

Arriviamo ad Okaukuejo con molte aspettative, date le premesse di Alex. E’ davvero, davvero, la fine del mondo!! Abbiamo un Waterhole Chalet, con due stanze da letto e terrazza proprio di fronte alla famosa pozza d’acqua illuminata. Avendo prenotato così all’ultimo era l’unica sistemazione rimasta e anche più costosa rispetto a quelle standard. Bene.. è Ferragosto e vogliamo festeggiare. Dopo aver fatto un po’ di spesa al supermercato presente all’ingresso del camp, facciamo un brindisi, mentre elefanti, giraffe e zebre sostano davanti all’acqua. E’ un po’ come fossero animali domestici che giocano in giardino!DSC_0041 Scendiamo e ci sediamo sulle panchine che circondano la pozza per vedere ancora più da vicino.

Il tramonto qui… credo proprio il più bello della mia vita! 

Non appena il sole cala, esplodono i colori con tutte le loro sfumature e in lontananza si sentono fortissimi i richiami degli uccelli. Guardiamo il rinoceronte e gli elefanti fino a tarda notte. Alcuni sciacalli ci passano vicino. Ci copriamo con una coperta, ci addormentiamo sulla panchina e quando rientriamo ancora mi sembra un sogno vedere questi animali dalla finestra della camera da letto.

E’ un paradiso… una serata davvero speciale e indimenticabile!

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DAY 12
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L’aria del mattino è fresca e noi passiamo ancora qualche minuto ad osservare dal nostro terrazzo la savana che si sveglia. Mentre facciamo benzina per partire, qualcuno avvisa che ci sono due grossi maschi di leone alla pozza più vicina. Ci facciamo spazio tra camioncini e auto parcheggiate e riusciamo ad avvicinarci. Il parcheggio è affollato, tutti sono fermi e in silenzio ad osservare il re.

Alla pozza successiva troviamo un altro ingorgo… uno springbok “non troppo in forma” pende dal ramo di un albero. Uno spettacolo un po’ macabro a dire il vero, ma ciò significa che un leopardo è nei paraggi e aspetta solo di tornare su a finire il suo pranzetto domenicale. Ci armiamo di pazienza e aspettiamo, osservando tra gli alberi con il binocolo. Lo vediamo tra le foglie che guarda nella nostra direzione. Dura un attimo, ma quello sguardo è stampato nella mia memoria per sempre!! Aspettiamo ancora, passano due ore e decidiamo di proseguire. La sera stessa, a cena, una coppia di signori italiani ci mostra le foto del leopardo che mangia la sua preda sull’albero, proprio 10 minuti dopo che siamo andati via…

Per il resto della giornata vediamo famiglie di elefanti (44 sbucano dalla foresta sradicando alberi in direzione dell’acqua) e ancora giraffe, zebre, alcuni uccelli coloratissimi, tucani e perfino un avvoltoio. Un elefante ci si piazza davanti per ben due volte lungo la nostra strada. Capiamo che è molto nervoso perché sbatte le orecchie, ci viene incontro e noi siamo costretti a fare inversione velocemente e trovare una strada alternativa. Brividi e tensioni in macchina, con Tommi che pensa di sapere quale sia la distanza di sicurezza con un elefante, mentre io penso già di avere i minuti contati.

Giornata intensa che termina con il rammarico per non aver visto il leopardo dar spettacolo di sé.DSC_0138

Passiamo la notte ad “Halali Camp” e purtroppo dobbiamo rinunciare alla nostra idea di fare un safari notturno poiché tutto prenotato. 

DAY 13

Il parco è la casa di circa 300 leoni e chissà quanti altri predatori. Mi scopro davvero entusiasta e appassionata nella ricerca degli animali. Guardiamo ovunque, sugli alberi, tra le foglie, in mezzo all’erba alta. Ci vuole pazienza, bisogna rispettare il ritmo di questa natura che appare così lenta, a volte immobile. Lo stato d’animo non può che trarne vantaggio. 

Ancora tante giraffe, sempre più vicine, tanti kudu, un branco di gnu e una zebra con dei grossi tagli sul corpo che lasciano intendere una fuga ben riuscita. Sostiamo in tutte le pozze rimanenti fino ad arrivare a Namutoni e uscire dal gate verso le 13. Il safari termina ed è come alzarsi da tavola quando si ha ancora appetito… la voglia di fare un game notturno, di vedere meglio quel leopardo e magari di vedere anche un ancor più raro “cheetah” (ghepardo) rimangono, tanto da fantasticare un futuro viaggio al Kruger in Sudafrica. 

La nostra prossima meta è “Otijwa Lodge”, verso sud, sulla strada per Windhoek. Questo è per noi il punto intermedio di un tragitto molto lungo che va dall’Etosha al deserto del Kalahari.DSC_0773

Ormai abbiamo visto di tutto, eppure il nostro pensiero arrivati qui è: “certo che Alex fa sempre le cose in grande”. In effetti potremmo accontentarci di molto meno, ma è sempre un piacere scendere dalla jeep dopo tante ore in macchina e trovare l’accoglienza migliore: ambiente ricercato, arredamento in stile africano, camera con vasca da bagno, veranda con poltroncine da cui osservare le stelle e una cena ottima preparata da una cuoca molto divertente.

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Etosha Pan

 

DAY 14 (deserto del Kalahari)

DSC_0184Partiamo presto, l’alba sembra quasi un tramonto. Passiamo per Windhoek, di nuovo per Rehoboth e questa volta proseguiamo verso sud. Tanta strada asfaltata, più scorrevole, con km e km di rettilinei che sembrano non finire mai. 

Il deserto rosso del Kalahari effettivamente sarebbe stato il giusto inizio per questo itinerario. Il paesaggio è particolare, la sabbia ha un colore molto acceso e la vegetazione cresce sulle dune di questo deserto diversissimo dall’altro grande deserto del paese, il Namib

Arriviamo nel primo pomeriggio a “Bagatelle Kalahari Game Ranch” e decidiamo di fare un’escursione per visitare un po’ la zona. Vediamo qualche orice, kudu, struzzi, gnu, già visti in gran quantità nel parco che abbiamo appena lasciato. L’autista del nostro mezzo ci dice qualcosa in più ed è sempre interessante ascoltare cose nuove. Ci spiega il “meccanismo” di quei grossi nidi che abbiamo visto per tutta la vacanza: quando un serpente sale sull’albero in cerca di cibo, gli uccelli scappano da sotto facendo un gran baccano, il che è un segnale della presenza del serpente per un uccello più grosso. 

Io e Tommi però non vediamo l’ora di andare dai Cheetah, previsto nella seconda parte del nostro tour di oggi. Entriamo in un cancello e vediamo tre stupendi esemplari di ghepardo sdraiati a pochi metri da noi. Sono stati salvati poiché rimasti orfani appena nati e, di conseguenza, incapaci di procurarsi cibo autonomamente. Vediamo come li nutrono, scendiamo addirittura dal pulmino mentre mangiano il loro pezzo di carne. Siamo molto vicini ed è entusiasmante vedere un animale così agile ed elegante, anche se non è lo stesso brivido provato di fronte a un predatore in libertà, nella sua natura, che uccide per sopravvivere. 

Ci offrono un drink e ci gustiamo l’ultimo tramonto africano. 

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DAY 15

Dopo aver comprato ancora qualche regalino al Curious Shop del nostro ultimo ma non meno elegante lodge, ci mettiamo in strada verso l’aeroporto. L’album è “Circus” dei Rolling Stones. Incontriamo Alex per salutarlo e ringraziarlo. Gli dispiace per quanto successo a Swakopmund e ci dice di aver mandato una segnalazione all’autorità competente per il turismo.

Riconsegniamo l’auto in aeroporto e alle 15.30 siamo sul volo per Johannesburg. Passiamo di corsa il controllo passaporti e prendiamo il secondo volo per Abu Dhabi.

Ripartiamo con la consapevolezza di non aver visto tutto ma di aver vissuto il nostro viaggio, la “nostra” Namibia. 

Questo angolo di mondo ci ha chiamato, ci ha regalato tanto in questi giorni ed è come se i suoi magnifici paesaggi ora un po’ ci appartenessero. Abbiamo scoperto, conosciuto, cercato e guardato lì dove la nostra fantasia ci ha suggerito… abbiamo anche sbagliato, andando incontro ad un episodio spiacevole, ma che, in fin dei conti, può accadere ovunque. Non ci siamo fatti impressionare e la Namibia ha continuato a sorprenderci, a donarci un’emozione dopo l’altra. Fortunatamente non abbiamo sofferto il “mal d’Africa” al nostro ritorno, ma dentro di noi questi luoghi vivono e vivranno sempre.

Arrivederci Africa!

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DAY 16 (Abu Dhabi)

Arriviamo al mattino presto e il volo per Milano parte alle 2 di notte, quindi ci aspetta un’intera giornata in città. Proviamo a chiedere di prendere un volo prima, nel caso fossero rimasti posti liberi, ma nonostante la premura e la cortesia di tutti per accontentarci, il problema è spostare e imbarcare i bagagli in tempo. Prendiamo un caffè, ci rilassiamo un po’ e riprendiamo i contatti con il mondo, dopo aver messo parecchio da parte il telefono. Prendiamo un taxi per andare al “Ferrari Park”. Tommi non si diverte come vorrebbe a causa dell’altezza che gli impedisce di fare le principali attrazioni (il limite è di 195 cm). Io provo la “formula rossa”, il più veloce roller coaster del mondo. Quello che possiamo fare insieme sono i kart e altri intrattenimenti. Purtroppo anche il simulatore è “off limits” per l’altezza. Tutto sommato ci divertiamo, non pensando alla stanchezza del viaggio.

Decidiamo di andare a visitare questa volta anche l’interno della grande moschea di Sheikh Zayed. Prendiamo un autobus che fa un giro molto lungo della città e ci mettiamo un’ora ad arrivare (gli uomini e le donne nei mezzi pubblici devono stare in spazi separati). All’entrata della moschea devo coprirmi con una tunica nera con cappuccio e, con questo caldo afoso, è davvero l’ultima cosa che vorrei. La moschea illuminata di sera è davvero una meraviglia per i nostri occhi e da qualche parte leggiamo che l’illuminazione funziona in relazione alle fasi lunari. Rimaniamo estasiati davanti alla grandezza, all’architettura e alle decorazioni presenti in questo luogo sacro in grado di accogliere 40.000 fedeli. Le cupole sono 80, le colonne 1000, i lampadari sono i più grandi che io abbia mai visto. Ovunque si possono notare dettagli in oro e madre perla e su tutto il pavimento è posato un unico tappeto, il più grande del mondo! Impossibile descrivere tanto splendore. L’aria calda diventa davvero insopportabile e noi prendiamo un taxi per l’aeroporto. Troviamo un Irish Pub all’interno e aspettiamo il nostro volo, stanchissimi ma con mille immagini che ci passano per la mente. Dormiamo per tutta la durata del volo e ci risvegliamo in Italia.

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