Colombia

L’anima dei viaggiatori avventurosi ha sempre sete di nuove esperienze e, chissà, anche coloro che generalmente prediligono vacanze più tradizionali potrebbero decidere un giorno di esplorare di più e di prendere in considerazione mete insolite. E’ sempre il momento di pensare ai prossimi passi in giro per il mondo. Ecco perché questa idea è per tutti, sperando possiate lasciare da parte i pregiudizi legati al terribile passato di questo Paese e che, come noi, possiate avere il cuore pronto ad innamorarsi della Colombia.

La ricetta è sempre la stessa: prendiamo spunto da altri diari di viaggio su internet, studiamo la guida, segniamo i punti di interesse e immaginiamo un giro a grandi linee in base al nostro tempo.

VOLI E ALLOGGI:

La vastità della Colombia non ci consente nelle tre settimane a nostra disposizione di vedere tutto quello che vorremmo. Con grande dispiacere dobbiamo sacrificare diverse aree e concordare una tabella di marcia serrata. E’ stato fondamentale prenotare dall’Italia non solo i voli di lunga tratta ma anche quelli interni, veramente molto comodi ed economici. Per questi ultimi il bagaglio in stiva ha un prezzo extra, per cui abbiamo scelto di viaggiare sin dall’inizio con un bagaglio a mano a testa e un solo zaino grosso da imbarcare. Tramite il sito booking.com abbiamo riservato qualche struttura nelle località in cui eravamo sicuri di fare tappa, seppur con la modalità di cancellazione gratuita fino a pochi giorni prima del soggiorno stesso. Gli ostelli si sono rivelati gli ambienti migliori in Colombia, superando per qualità anche gli hotel della stessa fascia di prezzo. Abbiamo optato sempre per camere private con bagno ad uso esclusivo.

Questo è il nostro itinerario, solo una delle infinite possibilità. Si parte carichi di entusiasmo e di vestiti comodi.

DAY 1 Bogotà

Partiamo di mattina da Milano Malpensa e arriviamo a Bogotà nel tardo pomeriggio, dopo uno scalo di due ore a Madrid. Durante il volo abbiamo modo di leggere e capire come raggiungere il centro della capitale con i mezzi pubblici.

Prendiamo una navetta dall’aeroporto internazionale “El Dorado” fino alla stazione centrale degli autobus e quindi uno verso il quartiere La Candelaria. Alloggiamo nel B&B “Chorro De Quevedo”, a cui arriviamo a piedi chiedendo indicazioni ad alcuni passanti. Il primo consiglio che ci arriva è quello di non camminare da soli per le strade dopo le 9 di sera, per cui, una volta sistemati i bagagli, chiamiamo un taxi per andare a cena nel quartiere La Macarena. Scopriremo in seguito che questo accorgimento si riferisce solamente alla capitale, dato che in nessuna altra città ci verrà detto questo, né vivremo sensazioni di pericolo.

DAY 2 Monserrate

Ci svegliamo presto e decidiamo di smaltire le tante ore di viaggio con una stupenda passeggiata in cima a Monserrate, la vetta che dalla città tocca i 3152 m di altitudine (Bogotà si trova a 2640 m). Il santuario posto nel punto più alto e dedicato al Cristo Caduto si può raggiungere o attraverso un percorso di 1500 gradini, oppure tramite una funivia. Per noi la scelta è scontata, saliamo a piedi e incrociamo persino alcuni atleti che utilizzano questa via per allenarsi. Dalla vetta sembra quasi di riuscire a vedere tutti i 7,8 milioni di abitanti. I confini non si vedono chiaramente, come se la città si espandesse fin dove l’occhio non riesce ad arrivare. E’ impressionante pensare all’altitudine a cui ci troviamo. Il santuario non è degno di nota, ma appena fuori si susseguono chioschi e negozietti di street food dove l’atmosfera è tutta da vivere. Ci fermiamo nell’unico dotato di televisore per seguire la finale dei mondiali di calcio e facciamo amicizia con i locali. Tommi fa uno spuntino con il tipico “Tamal” a base di riso e carne avvolti in foglie di banano e insieme proviamo il dolce più venduto a base di gelatina bianca e marmellata. 

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La vista su Bogotà da Monserrate

IMG_0703Per pranzo vi consiglio il “Gato Gris”, un ristorante moderno e raccomandatissimo, dove abbiamo la fortuna di ascoltare due musiciste suonare dal vivo. Durante il pomeriggio visitiamo l’interessantissimo Museo di Botero prima di concederci un drink nella Plazoleta Chorro De Quevedo, a due passi dal nostro alloggio.

Il “canelazo” è una bevanda calda tipica della capitale, che si può comprare da venditori ambulanti o nei pub. E’ a base di spezie, limone, cannella e volendo può essere gustata nella sua variante alcolica.

Abbiamo letto sulla nostra guida (Lonely Planet) di una serata in un locale molto eccentrico che si trova a circa un’ora di auto dal centro città. Si chiama “Andres Carne De Res”, ma purtroppo apre solo dal giovedì al sabato. Un tassista ci convince a provare lo stesso, ma è domenica e la corsa risulta una perdita di tempo e denaro. Un vero peccato non poter approfittare di questo ambiente.

DAY 3 Miniera di sale di Zipaquirà

Altra importante fermata a Bogotà è sicuramente il Museo dell’Oro, che però rimane chiuso il lunedì. Avremo modo di vederlo alla fine della vacanza nell’ultima mezza giornata prima di rientrare in Italia, per cui oggi non ci rimane che improvvisare un’uscita.

Dalla Stazione del Norte parte un autobus per Zipaquirà, località distante 49 km dalla capitale. Qui una maestosa cattedrale di sale preceduta da una vera e propria Via Crucis è stata costruita all’interno di una miniera, ad una profondità di 180 metri. L’idea in origine era quella di costruire una cappella per i minatori, mentre ora è diventata uno dei siti più turistici del Paese.

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Pranziamo in una specie di ristorante che sembra più la casa privata di un signore del posto, in cui ci sono altri colombiani fermi per un pasto veloce. Il proprietario è gentilissimo, quasi sorpreso che abbiamo scelto di sederci proprio qui. Non sa evidentemente che siamo attratti dalle cose autentiche e che odiamo i menù esposti sulla strada. Ci ha preparato subito una zuppa, un piatto unico e un bicchierone di succo di frutta al prezzo di pochissimi pesos (ricordo circa 3 euro a testa). Personalmente adoro più vivere questi momenti in cui si entra in contatto con una cultura diversa, piuttosto che i percorsi guidati da logiche palesemente turistiche e “finte”.

Tornati a Bogotà ceniamo al “Origen Bistrot” sempre nel nostro quartiere La Candelaria

DAY 4 volo per Medellín

Scopriamo che il proprietario del B&B che ci ha ospitato è italiano e ne approfittiamo per riservare una stanza per l’ultima notte prima del nostro volo di ritorno a Milano previsto da Bogotà fra tre settimane.

Oggi voliamo su Medellín. Arriviamo a “61 Prado Guest House” con il viso appiccicato al finestrino del nostro taxi e la colonna sonora della serie “Narcos” che ci risuona in testa. Adoro quel brano ed è elettrizzante trovarci in una città già conosciuta attraverso lo schermo. Ci viene in mente il passato tremendo che queste mura, strade, persone hanno vissuto solo una trentina di anni fa e ci sentiamo fortunati oggi a poter venire qui senza paura. Non so come descriverla, Medellín ha qualcosa di affascinante. Sembra sia stata costruita in maniera totalmente disordinata in una vallata lunga e stretta per poi espandersi  incontrollata sulle pendici delle montagne che la chiudono. La caratteristica “Metrocable” permette di raggiungere tutte le zone della città fino ai quartieri più poveri in alto. Simile alla nostra metropolitana, questa rete di 4 linee e 13 stazioni anziché essere sottoterra ha cabinovie sospese che passano sopra i tetti delle case. 

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img_0781Pranziamo nel grande mercato coperto in Plaza Minorista. Il clima è caldissimo e afoso, completamente diverso da quello di Bogotà. Cerchiamo una palestra per fare un po’ di pesi, visto che tre settimane senza allenamento per noi sportivi sono un po’ troppe. Domani ci aspetta un “viaggio nel viaggio” per poi rientrare in città e proseguire la visita.

Di sera usciamo alla ricerca di un locale segnalato sulla guida. “Eslabon Prendido” in realtà sembra più un garage visto da fuori, ma una volta entrati ci lasciamo coinvolgere dalla gente del posto improvvisando qualche passo di salsa.

DAY 5 Costa del Pacifico

Lasciamo la nostra valigia più grande nel deposito dell’hotel che ci ha ospitato e portiamo con noi solo il minimo indispensabile per i successivi tre giorni. Un taxi ci accompagna all’aeroporto cittadino “Enrique Olaya Herrera”. Tommi è gasatissimo, io preoccupatissima nel prendere un piccolo, minuscolo aeroplano diretto sulla Costa del Pacifico. Sono mesi che penso a questa parte del viaggio immaginando finali tragici. Non esistono strade fino a Bahia Solano e l’unica alternativa sarebbe raggiungere con qualche mezzo un punto più a sud della Costa per poi imbarcarsi in una nave mercantile e navigare per oltre 14 ore. Il nostro obiettivo dichiarato, ovvero quello di avvistare le balene, è stato più forte del timore al momento della prenotazione, per cui abbiamo fermato due dei pochi posti disponibili su questo velivolo ultraleggero. Si tratta dello spostamento più dispendioso di tutta la vacanza (circa 300 euro a coppia A/R).

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 Al gate siamo con altri 7 ragazzi, straniti quanto noi per l’insolito imbarco (pesano addirittura Tommi su una bilancia!). Ci sediamo nella prima fila dell’aereo e abbiamo le ginocchia dentro la cabina di pilotaggio, in mezzo ai due piloti. Per fortuna il tempo è sereno e non c’è vento. Studiamo le mosse dei piloti, sbirciamo i comandi in fase di decollo e vediamo che a 120 km/h il velivolo si alza. Dopo un’ora di tensione atterriamo senza problemi su una pista in mezzo alla foresta, l’aeroporto di Bahia Solano.

Appena usciti contrattiamo per un passaggio fino a El Valle sul tipico taxi a tre ruote chiamato “Tuc Tuc”, che impiega circa 45 minuti per raggiungere l’unico apparente alloggio sulla spiaggia, “The Humpback Turtle”. Mai come in questo caso si può dire che il viaggio è stato avventuroso tanto quanto la meta. Alcuni tratti di strada non sono asfaltati e il Tuc Tuc si immerge quasi fino ai nostri piedi nelle moltissime pozzanghere di fango, sobbalzando e facendoci urtare contro il tettuccio. Lo stupore finale di trovarci in una spiaggia immensa piena di scogli che la bassa marea rende interamente visibili, ripaga di qualsiasi scomodità.

IMG_0945La nostra stanza è di legno, semplice e con un letto confortevole. Il bagno in comune è essenziale, pulito e con doccia all’aperto.
Pranziamo e ci gustiamo una birra sull’amaca nell’attesa di partecipare all’escursione organizzata per il pomeriggio alla vicina cascata El Tigre. Seguiamo una guida dentro una vegetazione fitta, rigogliosa, dove vediamo formiche giganti trasportare foglie grandi il triplo del loro corpo. Tommi scivola e cade nell’acqua con lo zaino e la macchina fotografica (che riusciamo comunque a salvare). Io cado svariate volte. Consiglio vivamente scarpe da trekking possibilmente impermeabili.

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Questo è il posto più piovoso al mondo e tutti gli abitanti qui lo ribadiscono contenti e orgogliosi. I vestiti non si asciugano mai e la costante condizione di fradicio e umido è la normalità. Gli acquazzoni passano in fretta, mutando i colori al paesaggio. 

L’unico ristorante degno di nota si trova nel centro di El Valle, circa 15/20 minuti a piedi dalla nostra sistemazione. Si chiama “Rosa del mar” e lo troviamo chiedendo alle persone che incontriamo. Dalle abitazioni, il cui interno è quasi sempre visibile dalla strada, proviene musica ad alto volume e i bambini entrano ed escono liberi. L’impressione è quella che non ci siano porte, come se fosse una grande famiglia in un villaggio di altri tempi. Ovviamente tutti conoscono la cucina di Rosa. Il suo menu è il tipico menu che si può gustare nelle cittadine sul mare: zuppa di pesce per cominciare, seguita dal piatto unico di riso, pesce fritto o “a la plancha” (ovvero grigliato), avocado e platano fritto di accompagnamento (le famose patacones). In alternativa per i vegetariani la cuoca propone uova e fagioli, anche se sembra sollevata di sapere che non lo siamo. E’ una donna semplice e sincera che pare aver realizzato, nel suo piccolo posto isolato e sconosciuto, qualcosa di grande. Tutto è cucinato bene e con amore, mentre sua figlia in sala ci riempie sempre il bicchiere con la loro limonata ghiacciata (buonissima!).

Ci avevano avvertito di non tornare tardi perché l’alta marea avrebbe isolato ancora di più il nostro alloggio. Infatti ci tocca superare uno scoglio nel buio più totale ed entrare in acqua per metà cercando di non farci travolgere dalle onde.

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DAY 6 Avvistamento balene

Alla reception abbiamo concordato l’escursione per la giornata di oggi. Si parte alle 6.30 del mattino con una barca carica di una decina di persone. Per gran parte della mattinata cerchiamo le balene e ne vediamo tantissime nuotare con grande calma. Le seguiamo, cerchiamo di rispettarle spegnendo il motore dell’imbarcazione e addirittura ci tuffiamo in acqua vicino a loro. Un’esperienza indimenticabile! 

Ci fermiamo per un paio d’ore nel Parque Nacional Natural Utrìa. Questa parte purtroppo si rivela deludente in quanto consiste unicamente in una passeggiata sulla passerella di legno tra le foreste di mangrovie che, per quanto esse creino un paesaggio bellissimo, non soddisfa la nostra voglia di avventura. Insieme ad altre ragazze francesi ci lamentiamo, soprattutto a fronte del costo della giornata. L’aiutante del barcaiolo risolve la controversia accompagnandoci in una lunga camminata non prevista dentro la giungla fittissima che termina nella spiaggia di Cochalito. La nostra guida si arrampica su una palma per prenderci delle noci di cocco con le quali dissetarci.
Pranziamo a Playa Blanca con una zuppa a base di tapioca che ricordo ancora per quanto fosse deliziosa.

Il ritorno in barca è ancora più movimentato ed entusiasmante dell’andata. Il mare si è fatto più grosso e la balene saltano davanti a noi infrangendosi sull’acqua. Sono enormi e un paio di volte, quando le guide ci dicono di tenere la macchina fotografica pronta, rimango talmente a bocca aperta da non riuscire nemmeno a scattare. Ne vediamo altre saltare persino dalla spiaggia una volta tornati e con le luci ormai del tramonto. La giornata è stata davvero ricca, il tempo perfetto anche se per pochi minuti ovviamente ha piovuto. Dopo cena qualcuno suona la chitarra e i ragazzi del posto improvvisano canzoni rap.

DAY 7 Festa popolare di El Valle

Alle 7 di mattina ci facciamo trovare in spiaggia in attesa di una barca che ci avrebbe dovuto portare a pescare le aragoste. La sera precedente un ragazzo si è avvicinato a noi per proporci l’affare e gli abbiamo dato dei soldi (in realtà pochi pesos colombiani) per permettergli di fare benzina alla sua imbarcazione prima di passare a prenderci. Non si è mai presentato e scopriamo dagli altri ragazzi del posto che questo personaggio è povero, un po’ pazzo e che non possiede nemmeno una barca. 

La giornata è piovosa e c’è foschia. Non abbiamo più vestiti asciutti e il sole oggi proprio non vuole farsi vedere. Tommi esce con la tavola a fare surf mentre io leggo un libro sull’amaca. Paesaggio e clima infondono una calma quasi surreale, quella che nelle giornate invernali si ricerca con così tanto sforzo. Ci godiamo ogni singolo minuto di questo posto e ci rendiamo conto che venire qui sul Pacifico è stata la scelta migliore che potessimo fare.

img_1014Verso le 16 abbiamo appuntamento con i soliti ragazzi francesi con cui abbiamo condiviso le escursioni di questi giorni per andare questa volta all’attesissima Festa del Paese. Si aggiungono una ragazza canadese, una svizzera e una coppia formata da una colombiana e un inglese. I ragazzi colombiani conosciuti al nostro alloggio ci accompagnano per tutta la serata, spiegandoci ogni cosa della loro tradizione. Per parlare alterniamo un po’ di inglese e un po’ di spagnolo.

Le famiglie locali sono vestite per l’occasione con abiti puliti e colorati, ma quello che colpisce di più sono le infinite varianti di treccine e acconciature fatte alle bambine. Siamo curiosissimi di assistere al momento clou di questa festa, la sfida per “matar el gallo”. Chi vuole partecipare viene bendato e girato su se stesso prima di camminare, armato di machete, in direzione di un gallo che è stato sotterrato per metà e che può essere colpito in massimo tre tentativi. Siamo tutti basiti, a dire il vero anche dispiaciuti per il povero gallo, ma soprattutto affascinati da una cultura così diversa.

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L’usanza di “matar el gallo”

Ceniamo tutti insieme ancora da Rosa per poi terminare la serata in ben due “discoteche”, in realtà ampie terrazze al primo piano di due edifici munite di casse per la musica e qualche panca di legno per sedersi. I locali sono scatenati e hanno davvero il ritmo ne sangue.

DAY 8 Ritorno a Medellín

Uno dei ragazzi che ha trascorso con noi la serata ci porta all’aeroporto con il suo Tuc Tuc e ci intrattiene durante il viaggio cantandoci le canzoni che ha scritto. Ci dice che il testo parla di storie realmente vissute e che fra due settimane andrà a Medellin per inciderle nello studio di registrazione di un suo amico. Gli auguriamo la più grande fortuna perché ha negli occhi una passione genuina e ci ispira davvero tanta simpatia.

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Nell’aeroporto più improbabile mangiamo la miglior ceviche di tutta la nostra vita. Mentre siamo seduti ad aspettare il nostro imbarco, una signora dietro al bancone del bar ci chiede se vogliamo assaggiare la sua speciale ceviche di gamberi. La prepara ogni mattina fresca e ci sono poche porzioni. Se doveste trovarvi a Bahia Solano, provatela. Non potete sbagliarvi, di bar nella sala d’attesa ce n’è solo uno.

A Medellín recuperiamo il nostro bagaglio e ci spostiamo nel quartiere El Poblado. Non abbiamo prenotato nulla per cui ci mettiamo alla ricerca di un ostello con una camera privata disponibile. Dopo 4-5 tentativi troviamo “Hostel Tamarindo”, perfetto per noi. Prendiamo un taxi e pranziamo all’aperto al Parque Bolivar con frutta tropicale e le classiche empanadas prese d’asporto al panificio “Versalles”, qui molto conosciuto e apprezzato. El Poblado è il quartiere della movida, per cui usciamo e ci diamo appuntamento con le ragazze (la canadese e la svizzera) conosciute sul Pacifico. Ricordando la serata del giorno prima a El Valle, ci sembra così strano ritrovarci a distanza di neanche 24 ore in questo contesto scintillante e mondano.

DAY 9 Medellín

Ottima colazione al “Pergamino” a base di toast con avocado e feta. Acquistiamo qui del caffè colombiano, bevibile solamente se si prepara come caffè americano e non con la classica moka.

Eccitatissimi di provare la corsa in Metrocable, raggiungiamo il rinomato quartiere Comuna 13. Una volta fuori dalla stazione, camminiamo seguendo i diversi gruppi che partecipano ai tour guidati. Raggiungiamo le scale mobili e da lì iniziamo ad esplorare la zona in autonomia. Su tutte le pareti ci sono murales bellissimi e ad ogni angolo qualche ragazzino si improvvisa artista di strada.

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Questo barrio è l’emblema della città, un cuore pulsante che ha trovato la rinascita dopo essere stato teatro di episodi cruenti negli anni di Pablo Escobar e del narcotraffico. Si percepiscono forza e vitalità, ma non possiamo neanche vagamente immaginare il prezzo che questi abitanti hanno dovuto pagare prima di diventare il luogo che è ora. Terminiamo il nostro soggiorno con un giro nella Plazoleta de Las Esculturas di Botero.

DAY 10 Palomino

Giorno di spostamento. Un taxi ci conduce fino alla stazione di San Diego, da dove partono gli shuttle per l’aeroporto e poi voliamo su Santa Marta, a nord del Paese. Prendiamo un autobus fino al mercado, snodo centrale dei mezzi diretti verso altre destinazioni. Ne approfittiamo per pranzare e fare una piccola spesa di frutta prima di salire su uno dei tanti e frequenti bus diretti a Palomino. Anche in questo caso lasciamo in deposito a pagamento la nostra valigia grande in un hotel qualsiasi di Santa Marta, scelto per vicinanza al mercato. Da Palomino entreremo al Parco Tayrona dove dormiremo in tenda, per cui è necessario essere leggeri.

Il viaggio fino alla piccola cittadina è esattamente quello che ci si aspetta se si scelgono i mezzi pubblici in Sudamerica: caldo torrido, finestrini e in alcuni tratti anche la porta dell’autobus aperti, più persone a bordo rispetto ai posti a sedere e cariche di qualsiasi merce, animaletti domestici, bambini e valigie. Ad ogni fermata sale qualcuno per vendere snack, soprattutto dei ghiaccioli al cocco, mango e altri gusti, oppure non salgono nemmeno e cercano di venderli dal finestrino. Per due ore ci fa compagnia un buon libro, anche se la miglior cosa è sempre alzare lo sguardo e scrutare la realtà variegata che ci passa davanti.

Giunti a Palomino ci sistemiamo nella guest house “La media luna”. La stanza carinissima e la doccia parzialmente all’aperto con vista sui campi ci rigenera dopo il tragitto. Tutto intorno alla struttura ci sono alberi di mango piccoli e gustosissimi, che il proprietario ci dice di prendere e mangiare a volontà. L’unica pecca della struttura è quella di non essere vicina alla spiaggia come tante altre. Sono necessari 20 minuti di camminata prima di sederci in uno dei locali sulla sabbia molto romantici.

DAY 11 Parco Tayrona

Non riusciamo a fermarci a Palomino per più di una sera ed è davvero un peccato. L’ambiente è molto rilassato, con tanti turisti e locali originali sulla spiaggia.

Oggi entriamo nel Parco Naturale Tayrona dall’ingresso di El Zaìno. Prenotiamo la nostra tenda per due notti in uno dei camp all’interno dell’area e ci incamminiamo verso il mare. Un’alternativa per risparmiare un po’ sarebbe scegliere l’amaca con cassetta di sicurezza.

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Su consiglio del nostro albergatore a Palomino ci fermiamo a fare colazione/pranzo nella “Panaderia Berenice”. Si tratta di una casa con all’esterno un enorme forno a legna in cui vengono cotti dei panini farciti in diversa maniera, dolci o salati. La pasta è simile a quella dei rustici siciliani, ma un po’ più spessa. Una signora anziana ce li mostra mentre stanno ancora lievitando in forno. E’ conosciuto come il “pane di Tayrona” e si può comprare anche da alcuni venditori ambulanti direttamente nelle spiagge, anche se in questo panificio immerso nel verde della natura è molto più buono!

Arrivati a Cabo San Juan del Guìa, ci assegnano la nostra tenda. Tommi con i suoi 206 cm ovviamente non ci sta e sarà costretto a dormire rannicchiato se vogliamo chiudere la cerniera ed evitare le punture dei mosquitos. Il repellente è fondamentale per sopravvivere dentro il parco! In alta stagione si perde parecchio tempo in fila per fare la doccia, per andare in bagno e per andare a cena. Il menu dell’unico ristorante dell’accampamento ha vasta scelta ma prezzi alti rispetto alla media in Colombia.

DAY 12

Ci svegliamo presto, stanchi dell’aria calda che si comincia a respirare in tenda. Facciamo colazione su un tronco d’albero davanti al mare e decidiamo che oggi andremo a perlustrare la zona. Torniamo indietro al panificio del giorno prima per comprare dei panini, un po’ di frutta e poter stare in giro fino al tramonto. Nonostante la folla nei luoghi più accessibili, le spiagge in cui godere della natura e isolarsi completamente ci sono eccome, basta solo camminare un po’.

Troviamo il nostro paradiso in fondo a quella che la cartina indica come una spiaggia per nudisti. Le persone avvistate su questa striscia lunghissima di spiaggia dorata si possono contare sulle dita di una mano. A due passi da onde e scogli creiamo il nostro angolino di benessere con la nostra musica preferita. Per quanto ci riguarda, molto meglio di un resort a 5 stelle! Tommi con un pezzo di legno butta giù noci di cocco dalle palme e le spacca su un tronco per aprirle così da poter bere e mangiare il frutto. Sembra un uomo primitivo e questo fonderci con la natura ci diverte.

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Torniamo indietro  prima che faccia buio. La spiaggia del nostro accampamento è formata da due piccole baie, separate da una scogliera su cui si erge una casetta in legno dotata di poche amache “di lusso” per dormire. I grandi massi lisci non sono altro che l’inizio della Sierra Nevada de Santa Marta, la catena costiera più alta al mondo. Alcune persone stanno ancora facendo il bagno nell’acqua cristallina. Da un lato la spiaggia è illuminata dai fiochi raggi di un sole basso e leggero, colpevole di dipingere il cielo di rosa, dall’altro è controllata da una luna che permette di continuare a sognare ad occhi aperti. Per una romantica come me decidere se fare il bagno al tramonto o al chiaro di luna è davvero difficile.

Dopo cena ci addormentiamo in spiaggia, dove fa più fresco e dove l’infrangersi delle onde è il brano che accompagna i titoli di coda di una giornata perfetta.

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DAY 13 Pueblito

9a05972b-e0a8-44b8-94a3-1cd584f2eb30La strada che intraprendiamo oggi per uscire dal Parco passa per un villaggio della tribù dei Tayrona. Il percorso è in salita e in alcuni scorci molto suggestivo. Ci arrampichiamo quasi su alcuni massi rocciosi per proseguire, passiamo accanto ad alberi secolari altissimi e tutto in un fantastico silenzio. Non è un percorso facilissimo, il caldo è insopportabile e Tommi mi aiuta portando i due zaini. Per quanto cerchiamo di riempirli con lo stretto necessario, esageriamo sempre con cose inutili che rimangono inutilizzate.

Giungiamo al Pueblito dopo quasi due ore, assetati e affamati. Compriamo dell’acqua e ci lasciamo tentare da un albero di maracuja giganteschi. Veniamo subito rimproverati da un signore della tribù, ma facciamo in tempo ad assaggiare almeno uno di questi incredibili frutti. Essendo molto grandi rispetto a quelli che si trovano in commercio in Italia, nei giorni seguenti li acquistiamo e prendiamo l’abitudine di aprirli a metà e di aggiungere dello yogurt bianco creando una ciotola per fare colazione. Il Pueblito è una sorta di Ciudad Perdida in versione ridotta. Quest’ultima infatti è la meta di una delle escursioni più belle da fare nel nord della Colombia, a cui noi purtroppo rinunciamo perché ha una durata di 4 giorni. Camminiamo altre due ore fino all’uscita di Calabazo. Sprovvisti di cibo, ci sfamiamo grazie ai numerosi mango che troviamo lungo la strada.

Un autobus ci riporta a Santa Marta. Nuovamente dal mercato camminiamo per riprendere il nostro bagaglio depositato all’hotel, ma decidiamo per la notte di recarci in taxi in un alloggio più confortevole e grazioso, “Aluna Hostel”. A piedi si arriva velocemente nel centro vivace e colorato, pieno di artisti da strada e musica. Ceniamo all’aperto in una cevicheria lungo il corso principale.

DAY 14 Cartagena De Indias

La compagnia “Marsol”, indicata dal nostro albergatore, ci consente con un pulmino di effettuare comodamente lo spostamento da Santa Marta all’alloggio prenotato a Cartagena, in cui ci fermeremo 3 giorni. Siamo all’hotel “La Magdalena” in posizione ottima, nel quartiere Getsemanì a due passi dal centro. Personale molto cordiale, però la struttura offre camere senza finestre e il comfort non è il massimo. Ci sono ostelli o guest house più completi e, date le temperature di questo periodo, sarebbe azzeccato sceglierlo con piscina.

Cartagena de Indias al solo nominarla richiama quel senso di esotico che spinge ad andare dall’altra parte del mondo. Le aspettative sono alte e sappiamo che non verranno di certo deluse in quanto ci affideremo completamente ad Amanda, mia ex compagna di squadra che ormai da qualche anno gioca in club italiani. Lei è originaria di Cartagena, dove torna nei pochi giorni liberi dagli impegni estivi con la nazionale colombiana. Finora l’abbiamo seguita in tv nella Coppa Panamericana, ogniqualvolta si trovava uno schermo nei bar o nei locali. Una sera abbiamo persino visto una sua partita in compagnia del personale del Parco Tayrona.

Passeggiamo lungo le mura della città fino al “Caffè del Mar”, dove prendiamo un aperitivo. Giriamo il centro gremito di turisti, negozi, bancarelle e ceniamo in un buonissimo ristorante peruviano, “Peru Mar”.

DAY 15 Isla del Rosario

Ci diamo appuntamento la mattina presto con Ami  e ci dirigiamo a piedi al porto. Facciamo i biglietti per una gita su Isla del Rosario, a pochi km di navigazione da Cartagena. La città è stupenda vista dal mare, ma l’acqua cristallina e le spiagge paradisiache che troviamo poco dopo sono davvero oltre ogni aspettativa. Mi sembra di non aver mai visto un azzurro più azzurro, risaltato dalla vegetazione di un verde brillante e dalle palafitte in legno.

Ami sceglie di scendere a vedere l’acquario, mentre noi facciamo snorkeling. Arriviamo in un punto del mare dove sostano altre barche e c’è una gran folla di gente. Una volta in acqua attiriamo moltissimi pesci con del cibo che vengono a strapparcelo direttamente dalle mani. La difficoltà a rimanere insieme al proprio gruppo, la quantità di persone e l’incontro estremamente ravvicinato con i pesci rendono l’esperienza per noi non così piacevole.

La barca torna a prendere Ami e altri passeggeri all’acquario e poi si dirige verso Playa Blanca dove è compreso il pranzo. Nel pomeriggio ci divertiamo tantissimo guidando per la prima volta la moto d’acqua. Prima di ripartire proviamo il mango con sale, pepe e limone, venduto in spiaggia come si fa da noi per il cocco.

Tornati in città ci cambiamo per la serata. Dopo aver cenato nell’ottima “Cevicheria”, Ami ci porta in una discoteca insieme ai suoi amici. La compagnia è strepitosa nei balli latino americani e alcuni provano con tanta pazienza a insegnarci qualche passo.

DAY 16

Ci svegliamo tardi, piove, ma decidiamo di fare un giro lo stesso. Andiamo a vedere il Palazzo dell’Inquisizione e poi a visitare il Castello di San Felipe de Barajas. Nel frattempo il meteo migliora e ci spostiamo in macchina con Ami nei quartieri di Bocagrande, Castillo Grande e Laguito. Un luogo da cartolina! I palazzi alti a ridosso della spiaggia, gli hotel di lusso e i centri commerciali sono la modernità che insieme ai siti più antichi e al fascino della città vecchia formano una mappa di segni evidenti della ricchezza culturale raggiunta nei secoli da uno dei porti più importanti di tutto il Mar dei Caraibi.

Ceniamo in uno dei ristoranti migliori della città, il “Carmen”, presente anche a Medellin ma chiuso nei giorni in cui ci trovavamo noi. La cucina è di altissimo livello e il piatto tipico caraibico viene riproposto in chiave gourmet. Il prezzo è abbastanza alto e l’ambiente elegante.

DAY 17 San Andrés

Ami ci accompagna all’aeroporto e ci salutiamo, certi di vederci presto in Italia quando ricominceranno i campionati. Ci aspetta un volo per San Andrés, una piccola isola che insieme a Providencia appartiene alla Colombia nonostante siano entrambe molto più vicine geograficamente alla costa del Nicaragua. Il nostro ostello, prenotato pochi giorni prima su Booking si chiama “El Viajero” e dista pochi minuti a piedi dall’aeroporto. Troviamo tantissimi giovani che alloggiano qui e la sera vengono organizzate feste e serate con musica dal vivo nel bar dell’ultimo piano. La nostra stanza matrimoniale con bagno privato è comoda e spaziosa.

Su consiglio di un ragazzo della reception, ci muoviamo in autobus verso il “Raggae Roots”, una sorta di stabilimento vicino al più conosciuto sull’isola “West View”. Al nostro arrivo troviamo il proprietario, sosia perfetto di Bob Marley. Pranziamo in questo luogo stupendo di pace, facciamo il bagno e ottengo persino un giro in moto d’acqua con un ragazzo del posto che sfreccia a tutta velocità sul mare piatto.

TENTATIVO PER PROVDENCIA:

Nel centro del paese cerchiamo nelle agenzie turistiche di prenotare lo spostamento verso l’isola di Providencia. Abbiamo letto ovunque che quest’ultima è più selvaggia e ancora più incontaminata di San Andrés. Fare sub sarebbe un’esperienza indimenticabile e la limitata presenza di turisti rende il soggiorno più esclusivo. Ci restano tre giorni prima del volo di rientro da San Andrés a Bogotà e quest’ultima tappa purtroppo non eravamo riusciti a programmarla dall’Italia. Avevamo trovato informazioni confuse e speravamo di fare chiarezza o di avere più successo direttamente sul posto. Tentiamo di acquistare in agenzia un volo aereo della durata di 30 minuti per la mattina seguente, ma, oltre al costo eccessivo, non ci sono posti poiché alcuni passeggeri dei giorni precedenti sono stati spostati a causa delle condizioni metereologiche. Anche i traghetti sono pieni e inoltre non partono ogni giorno, bensì solo tre volte alla settimana. Ipotizziamo qualsiasi combinazione un po’ preoccupati per i possibili imprevisti legati ai mezzi di trasporto e al meteo, ma soprattutto vincolati dal nostro volo di rientro. Non ci sono soluzioni per noi. Ci consigliano di provare a recarci in aeroporto o al porto marittimo la mattina presto alle 5 per farci inserire in una “lista d’attesa” nel caso qualcuno rinunciasse al suo viaggio. Anche quest’ultimo tentativo fallisce, per cui rimaniamo a San Andrès e prolunghiamo il nostro soggiorno a “El Viajero”. 

DAY 18

img_1292I viaggi permettono di conoscere se stessi, di scoprirsi di fronte a quello che si scopre del mondo. Adoro fare cose che pensavo non avrei mai fatto nella vita e il sub è una di queste. Non mi ha mai ispirato, eppure devo ricredermi. Dopo un mini corso in piscina in cui ci spiegano le regole base di questa attività, i ragazzi di una scuola di sub ci portano in mare ad una profondità di 10 metri. Ci siamo divertiti tantissimo, ma riguardando le mie foto non mi stupirei se le usassero per metterci un grande croce sopra e mostrarle come esempio di “cose da non fare”. Nello specifico ho camminato, nuotato a rana e sono quasi risalita in superficie come un palloncino poiché non riuscivo a stabilizzare l’aria nel giubbotto. Insomma un disastro che conferma la mia scarsa predisposizione all’ambiente acquatico.

Pranziamo al “West View” e visitiamo il vicino Eco Park, dove si trova una casa costruita interamente con il cocco.  Torniamo al nostro “Reggae Roots” per il resto del pomeriggio e più tardi a cena al “Gourmet Shop Assho”, locale originale che offre insalatone e piatti particolari accompagnati da un magnifico frullato di cocco.

DAY 19

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Per la giornata abbiamo programmato dall’ostello un’escursione in un isolotto chiamato Acquario e visibile dalla costa. Il ritrovo è al porto, ma prima di salire in barca facciamo una spesa di frutta tropicale per il pranzo. Arriviamo in una striscia di terra minuscola purtroppo affollata, dove c’è la possibilità di lasciare gli effetti personali in cassette di sicurezza a pagamento. Il mare e la sabbia sono incredibili, ma in generale la proposta non rientra nel genere “avventuroso” che piace a me e Tommi.  La cosa più entusiasmante è che prima di rientrare ci portano a vedere e tenere in braccio una manta, che posso dire essere la cosa più soffice al mondo.

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Per l’ultima sera qui scegliamo il ristorante di pesce “La Regatta”, dove vi consiglio di provare l’aragosta a buon prezzo.

DAY 20

 Noleggiamo quindi un motorino e spendiamo la giornata facendo un giro completo dell’isola per cercare altre spiagge. Troviamo un punto da cui ci si può tuffare, chiamato Salto del Tigre. Il vento si alza e cerchiamo di ripararci nella spiaggia di San Luis. Incontriamo due argentini in viaggio da mesi per il Sudamerica e che a loro volta si sono conosciuti per caso. Uno è diretto a Providencia per il giorno seguente, mentre l’altro ha l’aereo in serata come noi. Si chiude il cerchio, si torna al punto di partenza Bogotà con il rammarico di non aver raggiunto l’ultima isola tanto desiderata.

Arriviamo a Bogotà che è già tardi e fa freddissimo. Il cambio di temperatura è davvero traumatico e non vediamo l’ora di scaldarci e sistemarci nell’hotel del primo giorno. In realtà ci spostano nella struttura convenzionata accanto, anch’essa molto confortevole.

DAY 21 Bogotà

Abbronzati e ricaricati di energie dopo questi giorni di mare, diamo un ultimo sguardo alla città e visitiamo il famosissimo Museo del Oro. Dopo pranzo prendiamo il taxi per l’aeroporto e salutiamo questa terra meravigliosa.

A volte dopo i lunghi viaggi si ha voglia di tornare a casa, ma questa volta noi lo facciamo con la sensazione di aver lasciato indietro qualcosa. Il tempo è poco e il mondo così vasto. Come nella vita bisogna scegliere e questa necessità di voler vedere ancora e ancora non significa non sapersi accontentare o non stare bene dove ci si trova, piuttosto significa dare nutrimento a una delle qualità più forti e incontrollabili che abbiamo e che ci permette di comprendere il pianeta che ci ospita, ovvero la curiosità.

LUOGHI NON VISTI

Ci dispiace soprattutto non aver raggiunto l’isola di Providencia; il fiume Caño Cristales, che in alcuni periodi dell’anno si colora per via delle alghe creando panorami mozzafiato; Leticia, punta sud nell’area amazzonica al confine con il Brasile e il Perù; la Zona Cafetera a sud di Medellín; le cittadine di Silvia e Popayan; la Ciudad Perdida; il deserto del Tatacoa.

Tre settimane sono veramente un tempo troppo ridotto per godere della natura e della bellezza di questo Paese. Tuttavia questa è stata la nostra idea e l’abbiamo vissuta intensamente, da soli, conoscendoci meglio e gioendo per aver depennato dalla lista un altro piccolo desiderio. Rinnovo la speranza che possa incuriosire e ispirare i lettori, i viaggiatori e anche chi diffida di questi luoghi o di alcuni modi di viaggiare.

A presto e buona estate di avventure!

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Malesia

SI PARTE PER KUALA LUMPUR

Malesia, Singapore e Indonesia… è la proposta dei nostri inediti compagni di viaggio Nina e Camillo. Mete che in realtà io e Tommi non stavamo prendendo in considerazione, ma che ben presto ci convincono.

Il mio primo viaggio nel sud-est asiatico inizia a prendere forma la scorsa primavera. La creazione è uno dei momenti che mi appassiona di più, quando tutto ancora può essere plasmato e modificato senza limiti all’immaginazione. Entro nel negozio Mondadori chiedendo cartine stradali improbabili e acquisto le Lonely Planet che rimarranno sul mio comodino nei prossimi mesi quasi fossero dei romanzi più che degli strumenti. Nelle serate a casa di Tommi le idee emergono a volte anche in maniera azzardata, senza dubbio divertente. Come sempre vogliamo programmare ma non troppo, lasciare spazio a quello che troveremo dall’altra parte del mondo e che darà motore giornaliero alla nostra curiosità. Permettiamo a una foto su Instagram, a un documentario o ai consigli degli amici di influenzarci un po’, finché, dopo vari tentativi, concordiamo il nostro itinerario.

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Io e Tommi avremo a disposizione tre settimane nel periodo tra luglio e agosto, mentre l’altra coppia rimarrà una settimana in più. I posti da vedere sono davvero tanti, considerata la scelta di toccare tre Stati. Una volta stabiliti il volo di andata da Milano a Kuala Lumpur e il ritorno, scegliamo alcune tappe obbligate prenotando la maggior parte delle strutture alberghiere su Booking.com e qualche volo interno molto economico.  23 Luglio… Si parte!

Day 1 – Kuala Lumpur

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Petaling Street

Arriviamo nella capitale malese al mattino dopo un breve scalo in Arabia Saudita. Per andare in città dall’aeroporto parte il treno veloce KLIA Ekspres, che in 30minuti raggiunge la stazione di Kuala Lumpur Sentral. Da qui è possibile spostarsi tra i diversi quartieri con la sopraelevata Monorail o con la metropolitana. Il nostro hotel si trova a Bukit Bintang, il triangolo commerciale, una zona molto frequentata e gremita di gente a qualsiasi ora del giorno e della notte.

KL è una metropoli in evoluzione che mantiene il suo fulcro caratteristico in Chinatown, il quartiere più “vivo”, sempre affollato e pieno di bancarelle di qualsiasi genere. Siamo letteralmente attirati dai cibi, dai colori, dalle stranezze in vendita, dagli odori, e vaghiamo con gli occhi sbarrati di due bambini attenti a non farsi sfuggire nulla.

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Il primo “morso” in terra straniera è una delle cose più attese di una vacanza (dopo il mare ovviamente!). Cerchiamo di comunicare con un venditore, il cui inglese è approssimativo, ma che appare molto contento di farci assaggiare alcune varietà di frutta a noi sconosciute. E’ il primo vero contatto con una cultura profondamente diversa dalla nostra per quanto riguarda l’alimentazione. Jackfruit, Litchis, Durian e frutto del drago, che qui ha la polpa di un viola intenso, sono solo alcuni tra i frutti tropicali presenti in questo grande mercato a cielo aperto. Io e Tommi abbiamo davvero fame dopo il lungo viaggio e decidiamo di ordinare un piatto di noodles in quello che potremmo definire un ristorante, con tavoli e sedie di plastica in mezzo a Petaling Street, la via principale del quartiere. Ovunque è possibile trovare questo piatto tipico, sano e a bassissimo prezzo (circa 2,50 euro). Le diverse varianti accontentano sempre tutti: con carne o pesce, vegetariani, con spaghetti di riso o di soia, fritti o in brodo.

 

Continuiamo il tour con una breve passeggiata sulla Canopy Walkway, un passerella sospesa che attraversa la piccola foresta tropicale di Bukit Nanas, nel cuore della città, circondata e sovrastata dai grattacieli.

Successivamente ci dirigiamo a Merdeka Square, l’immensa piazza centrale attorniata da bellissimi edifici tra cui il palazzo del sultano Abdul Samad e altri risalenti all’epoca coloniale britannica. Il prato una volta era utilizzato per le partite di cricket e di polo.

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“Merdeka Square” in linguaggio Malay  significa “piazza dell’indipendenza” e qui è issata la bandiera più alta al mondo, a ben 95 metri d’altezza.

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Si fa buio e decidiamo di vedere le famosissime Petronas Towers illuminate, simbolo non solo della città ma anche del progresso dell’intero paese. Saliamo quindi su un autobus gratuito che ci informano faccia il giro della città. Anche se i tempi di percorrenza si rivelano molto lunghi a causa del traffico, optare per i mezzi pubblici è sicuramente un modo per conoscere meglio usanze e costumi dei locali.

Di sera è d’obbligo un passaggio in Jalan Alor, la via dello street food, dove assaggiamo spiedini di “qualsiasi cosa”, ovvero pesce, verdura, rane, e ravioli di diversi gusti. Qui ci siamo dati appuntamento con Camillo e Nina, che hanno preso un volo diverso dall’Italia e che avranno modo di visitare meglio la città alla fine della loro vacanza. Un brindisi per l’inizio, l’entusiasmo che ci tiene svegli nonostante il jet-lag, il corpo che vuole godere di ogni attimo e quella favolosa sensazione di essere solo all’inizio di un’avventura… Domani si riparte!!

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MY BORNEO

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Day 2

Lasciamo subito la capitale malese e prendiamo un volo interno per… il Borneo! Già solo nominarlo aveva entusiasmato i ragazzi del gruppo, forse perché così “wild” o forse per via di “Mai dire Gol”.

Il Borneo è la terza isola al mondo per estensione ed è diviso politicamente tra la parte malese, la parte indonesiana e il Brunei. Bisogna tenere in considerazione che si trovano voli diretti solo dal rispettivo Stato, per cui da Kuala Lumpur possiamo agevolmente volare senza scali sul Borneo malese.

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Atterriamo nella città di Sandakan e un auto privata ci porta al nostro alloggio, il “Paganakan Dii Tropical Retreat”, che si trova a 30 km dalla città e non è altro che un armonioso insieme di palafitte di legno immerse nella tranquillità della natura con letti a baldacchino e docce all’aperto. Lo staff è gentilissimo e per cena ci consiglia il ristorante “Ba Lin”, molto chic rispetto allo standard del luogo, dove si possono degustare i piatti più ricercati della stupenda cucina malese e dove ci si può rilassare sorseggiando ottimi cocktail sulla terrazza all’ultimo piano.

Day 3

La giornata inizia al “Orangutan Rehabilitation Centre” di Sepilok, una cittadina poco distante che raggiungiamo grazie alla navetta messa a disposizione dal nostro albergo. All’interno del centro vi è una nursery all’aperto e un punto di osservazione per vedere gli oranghi mangiare ogni giorno in due orari prestabiliti.

DSC_0431 L’esperienza va oltre le aspettative. Davanti ai nostri occhi una mamma con il suo cucciolo si nutrono di una quantità di frutta incalcolabile, avendo la meglio su un macaco che cerca di rubargliela. Durante il pasto il piccolo si arrampica sulle braccia lunghissime della madre e si danno un bacio affettuoso con un atteggiamento che ha ben poco di diverso rispetto a quello umano.

Verso mezzogiorno il parco chiude e ci invitano ad uscire, ma è proprio in questo momento che alcuni di questi primati prendono coraggio e camminano sulla passerella di legno insieme a noi, tenuti sotto controllo dai guardiani. Incontrare il loro sguardo, nonostante alcune leggende affermino che guardarli negli occhi attragga mala sorte, è un’emozione unica e irripetibile.

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Entusiasti per la visita e dopo aver mangiato un piatto dei nostri adorati noodles nel ristorante all’ingresso del parco, ci spostiamo nel vicino “Sun Bear Conservation Centre”. Appena entrati un video ci mostra il maltrattamento degli Orsi della Luna in paesi come la Cina, il Vietnam o la Corea del Nord, dove si estrae la bile dall’animale vivo attraverso una pratica atroce e in condizioni orrende.

 Oggi esistono diverse associazioni per salvare gli orsi e in questo centro si possono ammirare liberi mentre gironzolano o dormono sugli alberi. E’ molto frequente inoltre fare incontri con i macachi, dai quali bisogna stare all’erta per evitare che si avvicinino troppo e prendano “in prestito” qualche oggetto.

 

Il giro non richiede più di un’oretta, per cui riusciamo a prendere un taxi e a dirigerci verso il “Labuk Bay Proboscis Monkey Sanctuary”. Si tratta di una tenuta privata in cui numerosi esemplari di scimmie nasiche si avvicinano ormai con disinvoltura ai visitatori. Le vediamo mangiare, saltare, addormentarsi appoggiate a qualche staccionata e sentiamo il loro verso amplificato dall’enorme naso. Siamo increduli di fronte a una specie in pericolo di estinzione che qui sembra quasi un animale domestico.

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Gli Orangutan oggi vivono solo in due isole al mondo, Borneo e Sumatra, mentre le scimmie nasiche sono presenti solo nelle foreste del Borneo.

 

 

Ceniamo a Sim Sim, un villaggio di palafitte sull’acqua alle porte di Sandakan, dove ci sono un paio di ristoranti di pesce uno accanto all’altro. Si percepisce una forte influenza cinese e il luogo sembra poco turistico, ma ancora una volta il consiglio del personale del nostro ostello non ci delude. Con una spesa minima (circa 40 euro per 4 persone) non ci facciamo mancare niente e troviamo una qualità davvero sorprendente di granchi, gamberi al lime, zuppa di pesce e calamari in salsa agrodolce. Una delle cene più ricche della vacanza!

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I prezzi per mangiare e dormire nel Borneo, come in tutta la Malesia, sono molto economici. In alta stagione è possibile trovare camere doppie a 25 euro a notte, pranzare con meno di 3 euro a testa e cenare a base di pesce con soli 10 euro. Il cambio con il Ringgit malese è di 1 euro = 5 MYR. Nel Borneo è consigliato avere a disposizione contanti.

Day 4

Il balcone della stanza si affaccia su una foresta fitta e, avendo lasciato la finestra spalancata dalla sera prima, ci lasciamo svegliare dalle sfumature di un’alba delicata che si insinua tra i verdi brillanti delle foglie. Rimaniamo in contemplazione della natura e dei suoi rumori dal nostro letto, ritrovando lo stesso sottofondo che ci ha cullati nel sonno. Una doccia fresca all’aperto è l’unico buon motivo per alzarsi.

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Il programma di oggi prevede una gita in barca sul Kinabatangan River, il fiume più lungo della regione del Sabah. Per raggiungerlo facciamo due ore di macchina e durante il tragitto purtroppo vediamo quasi esclusivamente coltivazioni di palme da olio, le quali causano deforestazione e costringono gli animali a rifugiarsi nelle ormai sottili strisce di vegetazione in prossimità dei fiumi. Lo scenario è davvero triste. La consapevolezza che questo luogo accoglie specie in via di estinzione e possiede una ricchezza faunistica unica al mondo rende l’opera umana ancora più grave. I locali sembrano rassegnati, non intenzionati a combattere contro le violenze sulla loro terra, consci del fatto che l’olio è una risorsa che porta soldi e sviluppo al paese.

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Martin Pescatore

Arrivati al fiume saliamo su un’imbarcazione che può trasportare una decina di passeggeri e ci addentriamo nella foresta alla ricerca di animali, qui totalmente liberi nel loro habitat. Con un pizzico di fortuna si potrebbero avvistare orangutan, scimmie nasiche, elefanti pigmei, coccodrilli e uccelli variopinti.

Ben presto ci fermiamo per osservare tre enormi esemplari adulti di orangutan che si muovono sulla cima di un albero e che superano di gran lunga per dimensioni quelli visti in cattività il giorno prima. Proseguendo avvistiamo un martin pescatore e un “Hornbill Bird”,una specie di tucano molto grande. Infine arriviamo in prossimità di un grande albero dove un’intera famiglia di scimmie nasiche, dalla più piccola alla più grande, ci mostra le sue abitudini quotidiane.

Il sole comincia a calare e i suoni della foresta a farsi più intensi. Un’altra barca è ferma perché hanno scorto un alligatore. Tutti cercano silenziosi di avvistarlo tra i rami bassi a filo dell’acqua, ma purtroppo non si fa più vedere.

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dsc_0732.jpgSembra di essere dentro un documentario. La pazienza impiegata e l’attenzione nel cercare gli animali è come se calmassero l’anima aumentando allo stesso tempo l’adrenalina. Quadri di una natura selvaggia e meravigliosa che purtroppo non riusciamo ad immortalare nella maniera giusta attraverso la macchina fotografica, ma che rivivremo sempre nel nostro cuore. Il Borneo richiederebbe intere settimane per essere esplorato e meriterebbe una vacanza intera all’avventura, ma, come dirà poi una persona speciale che incontreremo in Indonesia, noi facciamo solo “kiss kiss” in questa terra, giusto il tempo per innamorarcene e sapere di volerci tornare.

 

“Mano nella Mano” in Uganda

DAY 1

Tutto inizia con una telefonata del Presidente della Lega Pallavolo Serie A Femminile e con la nostra disponibilità a fare immediatamente le valigie e le vaccinazioni. Destinazione Uganda, più precisamente a Entebbe, per il meraviglioso progetto “Mano nella Mano”, che vede per la prima volta volley e medicina profondamente legati. L’iniziativa è promossa e coordinata dall’unione tra Lega Pallavolo appunto e “Gicam”, Gruppo Internazionale Chirurghi Amici della Mano. L’equipe medica del Professor Lanzetta sarà impegnata in delicate operazioni chirurgiche agli arti superiori di bambini con gravi malformazioni, dando un futuro a queste giovani vite già così segnate. Nostro compito nel frattempo sarà quello di fare un camp di pallavolo per ragazze dai 14 ai 18 anni che condivideranno con noi gli allenamenti e la passione per questo sport. Le persone che vivranno con me quest’esperienza sono le atlete Elisa Cella e Tereza Matuszkova, il coach Maurizio Latelli e il responsabile di Lega Alessandro Spigno.

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Il “gruppo volley” in partenza con il Professor Lanzetta

Il giorno della partenza è il momento più bello. Il viaggiatore si perde e si sorprende immerso nei suoi pensieri, nelle sue aspettative. La domanda più frequente nei giorni scorsi è stata: “cosa porterai di tuo in Africa?” Difficile rispondere perché l’Africa dona, regala, come nessun posto sa fare meglio. Per gli altri protagonisti della spedizione è la prima volta in questo magnifico continente, per me è un ritorno, proprio nel momento in cui iniziavo a sentire quella rinomata sensazione di “mal d’Africa”. Non pensavo sarei tornata così presto, a soli due anni dal viaggio in Namibia che ha ispirato la creazione di questo blog. E’ bastato poco per convincermi e già, se respiro forte e chiudo gli occhi, sento quel profumo di terra così intensa. Impossibile descrivere il turbinio di sensazioni che abbiamo nel cuore. Non sappiamo esattamente cosa aspettarci e l’attesa ci rende riflessivi, motivati ed entusiasti. Il potente mezzo dello sport ha un linguaggio universale e vedere i miei compagni di viaggio così emozionati mi fa capire che saremo un gruppo, una squadra, che giocherà insieme una partita importantissima che non dimenticheremo mai.

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DAY 2

Dopo tantissime ore di volo e poche ore di sonno arriviamo a destinazione e ci sentiamo più elettrizzati che stanchi. Il professor Lanzetta ci presenta a giornalisti e tv locali per fare una prima intervista.

Ci informano che l’intero SOS Children’s Village di Entebbe, sede del camp, non sta più nella pelle da stamattina per via del nostro arrivo e noi non vogliamo farli attendere oltre. Scendere dal pulmino è stata una scarica di emozioni non indifferente e tutti noi avevamo quasi le lacrime agli occhi. I ragazzi ci sono saltati addosso dalla felicità, abbracciandoci e salutandoci nella maniera più calorosa e sincera possibile. Volevano fare foto e iniziare subito con la palla. Sono certa che questo primo contatto sarà significativo di tutta la nostra esperienza qui, perché, credetemi, il cuore si è riempito in un istante.

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E’ seguita una breve riunione di presentazione con lo staff della società sportiva di Kampala, composta anche da numerosi allenatori e atlete ex nazionale ugandese, per poi procedere con un primo allenamento sui fondamentali del volley. Per alcuni sono i primi bagher e palleggi e quello che più mi ha colpito è stata la concentrazione e la passione degli allenatori nello spiegare i gesti tecnici. Le persone non hanno fatto altro che ripeterci di sentirci come a casa e hanno voluto prendersi un attimo di noi tutto per sé, così come noi un attimo di loro, parlando, in quei frangenti, la stessa identica lingua. Dopo aver rotto il ghiaccio, da domani si lavorerà a pieno regime.

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Ex giocatrice della nazionale ugandese nel ruolo di libero. Ora head-coach e mamma di tre figli.


DAY 3

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Nella guest house di Claire e Paul

La giornata inizia con lo stupore di avere in giardino delle simpatiche scimmiette che saltano tra gli alberi. Parliamo un po’ con Claire, la proprietaria della nostra Guest House, ringraziandola per l’ottima colazione a base di pancakes e frutta esotica. Claire è una ragazza madre che ci racconta di essere rimasta purtroppo vedova. Osserviamo suo figlio Paul aspettare impaziente il pulmino per andare a scuola e la sua tenerezza è disarmante.

Il camp prosegue con un allenamento mattutino per il gruppo di ragazze più piccole, le quali hanno avuto un permesso per poter uscire dalla scuola. Scherzando, chiedo loro se sono contente di saltare le lezioni e prontamente mi rispondono di no perché gli piace andarci. Sono più felici però di stare con noi e hanno voglia di allenarsi e migliorare. Ancora bagher e palleggi per consolidare il lavoro di ieri, comunicando sempre in inglese che è la lingua ufficiale del Paese. Riusciamo a salutare anche i bimbi più piccoli, che escono dalle classi con le loro uniformi per giocare un po’ nel prato… a dir poco fantastici.

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Le ragazze gonfiano i palloni prima dell’allenamento

Pranziamo sul lago al ristorante “2 Friends”. Frutta, insalata di avocado e bevande esotiche rinfrescano questa giornata caldissima, ma c’è anche chi vuole provare la pizza o qualche pietanza in cui il curry la fa sempre da padrone.

Nel pomeriggio riprendono gli allenamenti con un gruppo ampio composto da ragazze più grandi che hanno già qualche base di volley. Le più giovani vogliono comunque inserirsi e ci tengono a mostrarci i miglioramenti fatti durante queste tre ore in cui siamo mancati. Probabilmente avranno ripetuto i gesti infinite volte per fare una bella figura quando saremmo tornati. Qualche passaggio per cominciare e in conclusione una partita a cui prendiamo parte anche noi.

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Questo pomeriggio ho avuto modo di parlare molto anche con Tracy e Tizo, due ragazzi simpaticissimi di 23 anni che mi spiegano come si vive qui la pallavolo di livello più alto. Tracy va al college, è una schiacciatrice, e mi mostra la foto della sua squadra con le divise blu e rosse come i colori della nostra spedizione. Tizo mi dice che Tracy è molto grintosa e lui stesso è super appassionato, tanto da conoscere tutti i giocatori della nazionale italiana. Entrambi fanno gli allenatori dei più piccoli alla mattina e poi si allenano dalle 17 alle 21 nella palestra di Kampala. Tizo mi racconta che la cosa che ama fare di più è ricevere e attaccare nella stessa azione e che il suo giocatore preferito è Lanza. L’allenatore della sua squadra organizza persino delle riunioni in cui si ritrovano tutti insieme per vedere le partite in streaming, prendendo come esempio proprio il nostro campionato.

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Con Tizo e i bimbi in uniforme

Mi dice che in settimana non sono abituati a fare pesi, ma corrono e saltano tantissimo. Secondo lui non c’entra la questione delle fibre muscolari. Per saltare in alto come loro dice che dovremmo semplicemente allenarci più duramente e andare al palazzetto a piedi, non in auto con il cambio automatico!
Il discorso continua e tocca tematiche culturali più generali. Lui fa parte della tribù Bantu, una delle più grandi in Africa insieme agli Zulú, ed è convinto che noi invecchiamo prima di loro perché sorridiamo poco e pensiamo solo al lavoro. Questi giovani mi stanno insegnando tanto e io sono grata di averli incontrati.

 

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Con la giocatrice-allenatrice Tracy

Non vediamo l’ora di incontrare l’equipe medica per cena poiché siamo ansiose di sapere come sono andate le operazioni. Ci confermano che tutte hanno avuto successo e passiamo insieme una piacevolissima serata. La provenienza, l’età, il mestiere sembrano non contare nulla quando condividi un’esperienza così profonda. Uno di loro mi dice di dargli del tu perché insomma “siamo in Africa insieme” e questa frase ha avuto più senso per me solo una volta tornata in Italia, quando ho realizzato quanta intensità c’era in quello che ognuno di noi stava facendo. La nostra passione è molto simile e sono davvero onorata di far parte di questo gruppo.

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DAY 4

La sveglia è prestissimo per dirigerci in macchina verso la capitale Kampala e far visita all’ambasciatore. Ci aspetta per le 10.30 ma ci consigliano di partire in anticipo perché la strada è sempre molto trafficata. Durante il tragitto possiamo osservare bancarelle di frutta, uomini che trasportano materiali pesanti in bicicletta, veri e proprio mercati di arredamento all’aperto e tantissimi “boda boda”, ovvero moto taxi tipici dell’Uganda, che ci sfrecciano di fianco. Una miriade di colori, rumori, odori diversi, che non mi permette di staccare gli occhi un secondo da quello che mi circonda. Alcuni uomini vendono quotidiani gironzolando tra le auto incolonnate nel traffico. Ne acquisto uno che ho promesso ad un amico giornalista e scopriamo con grande piacere che in seconda pagina c’è la nostra Terry alle prese con l’insegnamento del bagher alle giovani del camp.

 

 

 

L’incontro all’ambasciata si rivela davvero interessante. Scopriamo di più su questo paese speciale considerato la “perla dell’Africa”, su come vive lo sport e lo sviluppo. L’ambasciatore Domenico Fornara ci racconta l’episodio poco noto del primo italiano in Uganda, il duca degli Abruzzi, il quale nel 1906 ha portato a termine la scalata del Monte Ruwenzori (5109 m). Ci ringrazia per quello che stiamo facendo, noi regaliamo un pallone firmato e facciamo le foto di rito.

 

 

 

Una volta rientrati a Entebbe, andiamo al villaggio e pranziamo insieme agli altri allenatori. Ci offrono delle mini banane che qui hanno un gusto unico e ci preparano la loro pietanza tipica, ovvero riso basmati con fagioli e carne. Ci spiegano che qui alloggiano bambini e ragazzi rimasti orfani o con gravi problemi in famiglia. Il villaggio permette loro di studiare e fare diversi sport come basket e calcio, oltre ovviamente alla pallavolo.

L’allenamento del pomeriggio è molto intenso. Oggi proviamo a chiedere di più alle ragazze e loro rispondono positivamente ai nuovi stimoli. Difesa e gioco sono i temi principali. Migliorano a vista d’occhio, si sentono felici se riescono a portare a termine l’esercizio e alcune correggono addirittura le loro compagne, ripetendo le nostre indicazioni. L’impegno e il coinvolgimento è totale da entrambe le parti. Non trovo le parole per descrivere i loro occhi, la gratitudine che fanno trasparire, l’attenzione che impiegano.

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La fine dell’allenamento coincide purtroppo con il momento dei saluti e con le domande che le ragazze si sono preparate per noi in questi giorni. Ci chiedono quanto ci alleniamo, a che età abbiamo iniziato, ma soprattutto vogliono capire il perché siamo qui nel loro Paese. Comprendere che siamo volontari, che abbiamo avuto il desiderio di incontrarle e di passare questa settimana con loro è motivo di una contentezza incredula e sincera.

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La visita dell’equipe medica

L’apice della giornata avviene quando anche l’equipe medica ci raggiunge al villaggio, unendosi al nostro cerchio e raccontando le grandi cose che hanno fatto nell’ospedale della loro città. Il professor Lanzetta presenta la sua “squadra”. Le ragazze lo ammirano, qualcuna ammette di voler diventare un’infermiera mentre altre aspirano ad essere delle giocatrici di pallavolo professioniste. Per il progetto “Mano nella Mano” non poteva esserci riscontro migliore.
Si fa quasi buio ma la proposta di un’amichevole “giocatrici contro dottori” entusiasma tutti. Hanno la meglio le pallavoliste per questa volta, ma chissà forse potrà esserci una rivincita in futuro, magari in un altro Paese bisognoso della nostra splendida unione.

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Le bimbe ci regalano un disegno fatto con le loro mani colorate. Ci dicono che gli mancheremo, che sperano di riaverci qui l’anno prossimo per mostrarci i loro miglioramenti, ci abbracciano e vogliono assolutamente impedirci di prendere quel bus che ci dividerà. Una ragazzina addirittura vuole l’ultimo bacio e sale sul pullman per prenderselo da tutti noi. Lasciamo loro in regalo borsoni pieni di abbigliamento sportivo dei club in cui abbiamo giocato che si potranno dividere tra loro. Ma il regalo più grande saranno le immagini, le sensazioni e i sorrisi che rimarranno sempre impressi nella nostra memoria così come nella loro, ne sono certa.

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DAY 5

Nell’ultima mattinata in Uganda abbiamo in programma la visita all’ospedale “Corsu”, dove operano i nostri medici. La struttura è quella di un tipico ospedale africano, disposta su un solo piano con corridoi all’aperto che collegano i reparti, ma questo è uno dei pochissimi specializzato per bambini. Prima di entrare in sala operatoria, i pazienti e le mamme con intere famiglie al seguito a volte aspettano seduti per terra, portandosi qualcosa da fare durante l’attesa.

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L’impatto è forte, le persone e i problemi sono tanti, ma è impressionante come il professor Lanzetta riesca a coinvolgerci e a spiegarci cosa sono riusciti a fare in questi pochi giorni. Le prospettive di questi bimbi sarebbero state ben diverse se non fosse arrivata l’equipe di “Gicam”. La realtà che ci si presenta davanti è dura, difficile e finché non la si vede con i propri occhi non ci si può rendere conto. E’ soprattuto la storia di Vivian che ha colpito tutti. Vivian è un ragazzino di 13 anni a cui si era formato un tumore benigno sulla spalla, una vera e propria massa del peso di 2,2 kg, che stava per lacerargli la pelle. L’operazione era delicata, lunga, e i medici hanno vissuto anche momenti di sconforto quando hanno pensato che forse non avrebbe potuto più muovere le dita della mano. Una volta sveglio, quando gli è stato chiesto se gli piacesse un pupazzo, Vivian ha risposto alzando il pollice. Al solo sentirlo raccontare, a me e alle altre ragazze sono spuntate lacrime di gioia. Tutto è andato ancor meglio del previsto e senza nessuna complicazione. Conoscere Vivian e vedere il suo sorriso così lieve è stata una delle cose più belle di questo viaggio.

 

 

 

Il dottor Lanzetta fa autografare a Vivian un libro con una storia davvero unica legata ai concetti di “compassion” e “forgiveness”, al Dalai Lama e ad altre persone molto speciali per lui. Ci racconta le loro storie e ci trasmette una forza incredibile. Ho deciso di non riportarle in questo diario perché credo sia un regalo che il Professore ci abbia voluto fare in quel momento. Le condividerò ovviamente, ma soprattutto le custodirò nel mio cuore per sempre, così come i volti, i sorrisi, gli occhi di questo popolo favoloso che  mi ha fatto vivere una delle più grandi esperienze che si possano fare al mondo.

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Il professor Lanzetta

Si torna quindi al punto in cui questa avventura è iniziata, ovvero a noi e ai nostri pensieri, però questa volta sappiamo esattamente dove dirigerli. Per un po’ di tempo le domande che ci porremo saranno quelle giuste, l’affetto che abbiamo sentito migliorerà le nostre giornate e i sentimenti più veri non lasceranno spazio a tutte le cose inutili. Per un po’ di tempo… fino a che il “mal d’Africa” non sarà insostenibile e allora dovremmo fare ritorno.

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Ringrazio la Lega Pallavolo Serie A femminile, l’associazione “Gicam” e il Professor Lanzetta per questa esperienza. Un ringraziamento speciale a SOS Children’s Village di Entebbe, dove ho lasciato un pezzo di cuore e alla società di pallavolo di Kampala per l’accoglienza e il buon lavoro fatto. Grazie all’equipe medica per i momenti insieme, ai drivers, a Claire e Paul junior per l’ospitalità. Infine un GRAZIE immenso ai miei compagni di viaggio Tereza Matuszkova, Elisa Cella, Maurizio Latelli, Alessandro Spigno e… fluffy 😉

We will miss you ❤

Alla prossima

Fabiola Facchinetti

Amsterdam

Una festa da Re

Sta per arrivare la primavera. Si ha voglia di un week end fuori porta, di organizzare qualcosa di diverso con gli amici o di visitare una capitale europea. Manca solo il pretesto giusto, il buon motivo che convince a scegliere la meta. Eccolo: la Festa del Re ad Amsterdam!

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Il Koningsdag è festa nazionale e dalla sera prima nella città esplode lo street-party più coinvolgente dell’anno. Ogni angolo di strada si colora di arancione. Dj-set, musica dal vivo, party e bancarelle di ogni genere riempiono letteralmente ogni spazio disponibile. Il cosiddetto “orgoglio arancio” contagia anche gli stranieri che si trovano in città, i quali vengono travolti da un’atmosfera entusiasmante.

BREVISSIMI CENNI STORICI:

La città inizia a festeggiare il Giorno della Regina (Koninginnedag) dall’agosto 1885 per onorare la nascita della regina Wilhelmina. Con l’ascesa al trono della figlia Juliana la data viene fissata il 30 Aprile, compleanno della nuova regnante, ed è mantenuta in seguito anche dalla regina Beatrice in onore della propria madre. Nel 2014 il Giorno della Regina diventa Giorno del Re (Koningsdag) e si festeggia ogni 27 Aprile in corrispondenza del compleanno del re in carica Willem Alexander.

 

Come ogni anno, essendo di Aprile tutti e due, io e Tommi decidiamo di farci il regalo di compleanno concedendoci una mini-vacanza da qualche parte. I campionati di pallavolo sono appena finiti e quindi possiamo programmare una fuga per il fine settimana. Questa volta mi occupo io di acquistare i voli e Tommi mi lascia carta bianca. Non ha idea di dove andremo e riesco a tenerglielo nascosto perfino all’aeroporto. Durante il viaggio cerca indizi, osserva le persone, ma non riesce a indovinare fino a quando non stiamo per atterrare. Il tipico paesaggio olandese è inconfondibile e la scelta si rivela di suo gradimento.

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Arriviamo ad Amsterdam il pomeriggio del 26, prendiamo un treno dall’aeroporto alla stazione e poi un taxi verso il nostro hotel. Lo avevo scelto in una zona centrale dato che durante la festività i mezzi pubblici si fermano.

Rimango subito piacevolmente colpita dall’architettura del posto, non essendo mai stata in una città del nord. Il tassista ci preannuncia che in poche ore sarebbe iniziato il caos. Non sappiamo esattamente cosa aspettarci, abbiamo letto qualche articolo e visto qualche immagine ma non abbiamo idea della grandezza e dell’unicità di questo evento. Appoggiamo i bagagli, ci mettiamo addosso più vestiti possibili poiché la temperatura è molto bassa e siamo pronti per affrontare la Notte del Re.

 Impossibile non rimanere esterrefatti dalla folla di gente vestita di arancione che si riversa nelle strade. Ci guardiamo in giro a bocca aperta e rimaniamo rapiti dal senso nazionale e dalla voglia di divertirsi che hanno gli olandesi. Consiglio di dare un’occhiata in anticipo al programma della serata per non perdervi i biglietti per qualche festa esclusiva, ma se vi piace fare come noi e improvvisare non vi resta che gironzolare tra i vari quartieri per passare una notte che vi ricorderete per tutta la vita. Alle 4 sembra che ancora nessuno abbia intenzione di tornare a casa. Questa serata non ha niente di meno di un Capodanno, musica e tamburi continuano a spostarsi e non c’è nemmeno lo spazio per camminare. Ci perdiamo tra le vie finché stanchi e infreddoliti ritorniamo al nostro hotel.

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La mattina seguente usciamo intorno alle 11. La città sembra ancora volersi riprendere dalla notte appena passata. Decidiamo di goderci Amsterdam con la luce del sole e iniziamo la nostra passeggiata. Ogni angolino di questa magica città potrebbe lasciarvi con il fiato sospeso. Le biciclette, i fiori e le case galleggianti illudono di essere dentro a un dipinto. A proposito di arte, i principali musei (il Rijksmuseum, il museo di Van Gogh e la casa di Anna Frank) durante la festività rimangono aperti, anche se è bene verificare gli orari.

Ben presto ricomincia la festa e le piazze sono nuovamente gremite di gente. Concerti e street-food attirano persone di tutte le età. Pare che proprio nessuno voglia rimanere a casa in questo giorno. Per le strade e sui ponti tutti sorridono, ballano, bevono birra e si divertono. Ma il vero spettacolo è dato dalle barche che affollano i canali. Il risultato è davvero grandioso! Volendo, è possibile noleggiare un battello per godersi la festa da un’altra prospettiva.

 

 

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Durante questa giornata i parchi e le strade si trasformano nel più grande mercato delle pulci del mondo, noto come Vrijmarkt (mercato libero). E’ concesso vendere qualsiasi cosa
a parte alcolici e chi vuole predispone la propria bancarella con oggetti di seconda mano, dolci e biscotti fatti in casa, preparandosi a contrattare con i passanti desiderosi di fare buoni affari.

Verso sera la folla diminuisce. Io e Tommi avremo fatto non so quanti km a piedi, rifugiandoci di tanto in tanto in qualche locale per scaldarci un po’. Torniamo in hotel per trascorrere l’ultima notte.

La mattina seguente la città si mostra  a noi diversa, pulitissima e ordinata, i mezzi pubblici riempiono le strade e le persone riprendono la loro routine. Tappa obbligatoria è il famoso mercato dei fiori galleggiante, il Bloemenmarkt, sul canale Singel.  Qui si trovano in particolar modo tulipani di ogni varietà e colore e c’è davvero l’imbarazzo della scelta! Compriamo qualche bulbo come souvenir, soprattutto per la nonna di Tommi, una vera appassionata di giardinaggio.IMG_6657

Ci resta giusto il tempo di mangiare qualcosa prima di prendere l’autobus verso l’aeroporto. Tommi non fa che parlare di un chiosco di aringhe in cui era stato anni fa e finalmente lo troviamo proprio a pochi passi dal mercato dei fiori. Effettivamente aveva ragione, le aringhe sono ottime e vale la pena fare una sosta.

Come ogni nostro viaggio… il nostro solito imprevisto! L’autobus per l’aeroporto a metà strada si rompe, prendiamo quello dopo e una volta arrivati ci mettiamo in fila per il nostro volo. Ad un tratto sul tabellone la meta cambia e l’hostess ci dice che per Milano il check-in è chiuso già da 10 minuti. Proviamo in tutti i modi a passare ma non c’è verso.  Abbiamo calcolato un po’ male i tempi e siamo arrivati proprio all’ultimo secondo, o meglio, un secondo dopo. Perdiamo il volo e ne dobbiamo acquistare uno per l’indomani mattina.

Cerchiamo subito il lato positivo e decidiamo di andare fuori città per trascorrere il pomeriggio al Keukenhof, il parco floreale più grande al mondo, aperto da marzo a maggio, in cui si trovano 7 milioni di fiori da bulbo.

Prendiamo un autobus dall’aeroporto verso Lisse, comodissimo e che ferma proprio davanti alle biglietterie. Avendo poche ore a disposizione, scegliamo di non entrare nel parco ma di fare un tour in bicicletta nei dintorni. Il noleggio bici è situato vicino all’ingresso e consiglia vari itinerari a seconda del tempo a disposizione. Ci consegnano una mappa e iniziamo a seguire un percorso di circa due ore che si snoda tra i campi di tulipani in piena fioritura.

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Il clima è mite e piacevole e l’occhio si perde ad ammirare i quadrati di terra variopinti. Immaginatevi quindi un giro romantico e rilassante immersi nella campagna di Lisse nel suo periodo migliore, nella sua giornata migliore, aria fresca e profumo di fiori, fotografie incredibili. D’un tratto la magia svanisce perché scopriamo di essere ancora a metà strada e di avere pochissimo tempo per riconsegnare le bici prima che il deposito chiuda. Diventa così una gara, una corsa contro il tempo, una fatica. Situazione emblematica del weekend o della nostra vita in generale… sempre costantemente in ritardo.

Alla fine ce la facciamo, ma dobbiamo rinunciare ad immortalare alcuni scenari meravigliosi. Il campo di tulipani arancioni, i miei fiori preferiti, rimane un ricordo stampato purtroppo solo nella mia mente. Una giornata che nel complesso ci ha fatto arrabbiare e poi ci ha riscaldato il cuore buttandoci dentro a un quadro di Monet. Di sicuro un’altra giornata che non scorderemo mai.

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Torniamo in pullman verso Amsterdam e prenotiamo una notte in un hotel vicino all’aeroporto, a poche fermate di metropolitana, in una zona un po’ fuori dal centro. Stanchissimi e ancora increduli per tutto quello che ci è accaduto, ceniamo in camera e il giorno seguente ci presentiamo in aeroporto 4 ore prima del volo. =)

Un’esperienza assolutamente da rifare magari in gruppo e che consiglio a persone di qualsiasi fascia di età. Impossibile non rimanere colpiti dalla cultura di questo paese e dall’unicità di questo evento. Non mi resta che augurarvi… Buona Festa del Re!

Panama

Voglio parlare di un posto speciale per me. Un posto che ha quel sapore inconfondibile di frutta tropicale e l’odore di una foresta verdissima e fitta che lascia poi spazio al calore di spiagge splendide. Voglio parlare di Panama. E inizio proprio così, cercando di trasmettervi attraverso i sensi quello che provo se chiudo gli occhi e ripenso a quei giorni meravigliosi di luglio.

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Iniziamo prenotando solo i voli aerei di andata e ritorno in Italia e la prima notte a Panama City. Pazzi? Coraggiosi? Probabilmente si. Aggiungiamo però un’auto per i primi 4 giorni del nostro viaggio. Il periodo è la fine di luglio e coincide con la stagione delle piogge, ma, a parte qualche cielo coperto e qualche temporale di breve durata, il clima è piacevolissimo.
Arriviamo che è già sera e, stanchissimi dopo le 12 ore di aereo con scalo a New York City, ritiriamo la macchina e arriviamo al nostro hotel.

DAY 1. La città avremo tempo di visitarla più avanti e quindi partiamo subito alla scoperta di questa sottile striscia di terra bagnata da due oceani. La nostra destinazione finale della giornata sarà Santa Catalina, località sull’Oceano Pacifico che dista dalla capitale quasi 400 km.

In mattinata la prima fermata è al canale di Panama. Dalle chiuse di Leonardo Da Vinci della Brianza alle chiuse di Miraflores. La visita è interessantissima e il museo al suo interno racconta la storia e spiega il funzionamento di questa spettacolare opera idraulica artificiale. Negli orari giusti è possibile vedere il passaggio di una nave e il sistema delle chiuse in azione.

 

Altra tappa obbligatoria è Penonomè, paesino molto famoso per i tipici e famosissimi cappelli Panama. Qui troviamo numerosi mercati e ovviamente non possiamo non acquistare un cappello per noi e qualcuno da portare a casa come souvenir. Il prezzo è modesto e ce ne sono di diversi modelli.

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mercato a Penonomè

La strada è ancora lunga e nell’ultimo tratto siamo letteralmente immersi nella foresta pluviale. Sbagliamo i calcoli e ci ritroviamo in riserva quando inizia a fare buio. Raggiungiamo un paesino, ci rivolgiamo ad alcuni passanti nel nostro mix inglese/spagnolo e un ragazzo ci dice che dobbiamo seguirlo se vogliamo fare il pieno. Ci accompagna davanti ad una villetta, dove il padrone di casa è seduto sulla poltroncina della veranda a guardare la televisione. Al nostro arrivo si scomoda volentieri, va sul retro e torna dopo un po’ con delle taniche di gasolio, riempendoci il serbatoio. Niente di più semplice! In realtà essere in un villaggio nella foresta con la macchina carica di bagagli e l’impossibilità di procedere non è stato così divertente. Il consiglio in questo caso è di fare rifornimento all’auto ogni qual volta ne avete la possibilità, dato che le aree di sosta scarseggiano non appena si lascia la Panamericana.

Arriviamo a Santa Catalina e troviamo posto per due notti al “Cabanas Las Palmeras”. Il prezzo è di 40 dollari a notte per una camera piccolina e semplice a due passi dal mare. Facciamo una passeggiata molto romantica sulla spiaggia, che si mostra a noi nella sua più silenziosa natura, illuminata solo dal chiaro di luna.

DAY 2. A Santa Catalina troviamo un Info Point per le escursioni nella selvaggia isola di Coiba, la quale si trova all’interno del Parco Nazionale che porta lo stesso nome. La mattina stessa, dopo aver fatto una super colazione a base di omelette, ci uniamo a un gruppo e partiamo con una barca. Essendo in due abbiamo trovato posto facilmente, ma si consiglia di prenotare qualche giorno prima per essere sicuri.
Durante il tragitto ci avviciniamo a numerosi delfini che saltano e si esibiscono davanti a noi nel loro paradiso acquatico. Qualcuno riesce a vedere una balena in lontananza, proviamo ad avvicinarci ma ci sfugge.
Ci fermiamo a fare snorkeling intorno ad una piccola isoletta. Nuotiamo con tartarughe marine e pesci coloratissimi, riusciamo a scorgere un’aragosta nascosta tra le rocce e un piccolo squalo. Credetemi, essere in acqua con quello squalo, seppur piccolo, ci ha dato un gran brivido.

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Coiba

Giunti a destinazione ci viene servito il pranzo e facciamo un giro a piedi. Rimaniamo nei paraggi perché ci è stato raccontato di una coppia di ragazzi avventurosi che non sono stati più ritrovati. La vegetazione è rigogliosa e d’improvviso arriva un’acquazzone che però non ferma la nostra passeggiata. Abbiamo letto che l’isola è abitata da innumerevoli specie di animali tra cui scimmie urlatrici, coccodrilli e uccelli rari, quindi vogliamo fare un tentativo e avvistare qualcosa … Purtroppo non siamo stati molto fortunati. Prenotando in anticipo, volendo, si può anche pernottare sull’isola e avere maggiori occasioni per vedere gli animali.
Al nostro ritorno conosciamo dei californiani e ci fermiamo a bere una birra nella loro capanna in riva al mare, all’Oasis Surf Camp, raggiungibile in questo periodo solo a piedi o con un 4×4 poiché bisogna guadare un fiume. Questa zona è ottimale per gli amanti del surf. Una cenetta stupenda a base di pesce, platano fritto e un bicchiere di vino bianco in uno dei ristoranti sulla scogliera conclude in bellezza questa lunghissima giornata.

DAY 3. Prima di riprendere il nostro itinerario troviamo un negozietto di amache, ne acquistiamo una e ripartiamo alla volta di Changuinola. Purtroppo non riusciamo a visitare la zona di Boquete, che leggiamo essere davvero molto bella, anch’essa parco naturale che si estende intorno ad un vulcano e dove si trovano alcune cascate.

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Sulla strada ci fermiamo a comprare caffè e cacao da venditori diretti.
Nella regione di Changuinola si coltivano banane e platani e proprio qui vi è la sede della multinazionale Chiquita.

Riconsegniamo l’auto e ci fermiamo per una notte in questo paese molto affollato. Il pomeriggio inizia a piovere più forte, ma d’altronde qualche temporale passeggero è da mettere in conto.

DAY 4. La mattina seguente un taxi ci accompagna ad Almirante, dove ci imbarchiamo su uno dei traghetti diretti all’arcipelago di Bocas del Toro.
Tre giorni favolosi all’insegna del relax e del divertimento. Gente giovane, spiagge diversissime tra loro, possibilità di fare escursioni, locali e discoteche aperte tutta la notte… Bocas del Toro offre molto ai turisti.
Il nostro hotel si trova sull’isola principale di Bocas, ma tra le varie spiagge ci si può spostare con le barche ad un costo di circa 10/15 dollari.
Visitiamo Red Frog, la spiaggia delle rane rosse su Isla Bastimiento, anche se in questo periodo è difficile vederle.

Pranziamo sulla spiaggia sorseggiando il nostro primo “CocoLoco” della vacanza (al frutto viene aggiunto il rum). Un ragazzo del posto ci apre anche la noce di cocco per poter gustare il frutto non ancora formato, che si presenta come una membrana morbida e gustosa.
Verso sedsc_0545-2ra facciamo un giro per le bancarelle del paese, mangiamo qualcosa e più tardi ascoltiamo musica dal vivo fuori da un locale molto affollato. L’atmosfera è unica e ci sono tantissimi giovani che vogliono fare festa fino a notte inoltrata. Ci spostiamo poi in una discoteca sul molo e rimaniamo a ballare fino a tardi.

DAY 5. Prendiamo una navetta poco lontano dal nostro hotel e arriviamo a Playa Estrella, la spiaggia delle stelle marine. Sembrano quasi finte, ce ne sono tantissime, colorate e di dimensioni diverse.

Conosciamo un signore molto allegro che ci prende subito in simpatia. Ha un bar sulla spiaggia e ci facciamo preparare la piñacolada più buona della nostra vita! Ce la prepara frullando un ananas giallo e dolcissimo e il risultato è davvero indimenticabile.

Verso l’ora di pranzo, una barca di pescatori viene a mostrarci il “pescado del dia” e il nostro uomo è disposto a cucinarci quello che vogliamo. Tra le tante aragoste tenute in una rete nel mare scegliamo la più grossa al costo di soli 35 dollari. Ci apparecchiano un tavolo per due nell’acqua e gustiamo questa prelibatezza insieme ad altre due piñacoladas. Io e Tommi siamo al settimo cielo e di più non potremmo desiderare.

Per la sera abbiamo in programma un’escursione. Luglio/Agosto è il periodo in cui le tartarughe escono dall’acqua quando è buio per depositare le uova e quindi, insieme ad un gruppetto di 10 persone guidate da un panamense, camminiamo più di un’ora con le torce sulla testa lungo la spiaggia di Isla Bastimiento. Rimane un sogno e ci facciamo bastare i racconti perché purtroppo non vediamo niente.

DAY 6. Ci svegliamo con calma, facciamo un po’ di spesa di frutta tropicale e andiamo ancora su Isla Bastimiento con un traghetto. Camminiamo molto, la spiaggia è lunghissima, troviamo un posto per sistemarci e rimaniamo tutto il giorno immersi nella natura.

Il verde delle piante contrasta con la spiaggia dorata, giallissima, che viene accarezzata dalla schiuma bianca delle onde. Il calore del sole e il cielo limpido fanno il resto e rendono tutto perfetto. Prendiamo il sole, giochiamo nell’acqua con le onde fino a stancarci, riposiamo all’ombra e gustiamo ananas, mango e avocado che non sono nemmeno lontanamente paragonabili a quelli che troviamo da noi.

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Isla Bastimiento

Cenetta tranquilla a Bocas con cheesecake al maracuja finale in uno dei tanti ristoranti sul molo.

DAY 7. Ci sono molti voli da Bocas Del Toro a Panama City e i prezzi sono abbordabili anche se si acquistano all’ultimo momento. Alle 11 della mattina siamo in aeroporto e viaggiamo verso la capitale.
Una volta arrivati cerchiamo di partire subito per le isole San Blas con un altro volo interno, ma purtroppo non troviamo posto.
Rimandiamo questo spostamento al giorno successivo e nel frattempo giriamo un po’ la città.
Troviamo un hotel a prezzo medio e prendiamo un taxi per uscire a goderci la serata in questa metropoli fatta di contrasti. Lo skyline è in continua evoluzione, il nucleo è costituito da palazzi ricchi e moderni, mentre appena si esce dal centro le case lasciano spazio ad agglomerati di capanne e baracche. Una circonvallazione molto moderna gira intorno alla città passando sul mare.
Visitiamo la zona del mercato del pesce che di sera chiude, ma offre localini al suo esterno dove poter mangiare alcuni piatti tipici. Il dopo cena lo passiamo in un locale su una terrazza nella città vecchia gremita di gente.

DAY 9. Tentativo vano all’aeroporto, infatti anche il giorno dopo l’aereo è pieno e dobbiamo recarci in un’agenzia viaggi (non così facile da trovare, ma in città qualcuno vi saprà indirizzare) per programmare il nostro spostamento e il nostro soggiorno alle paradisiache isole San Blas.

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Isla Del Diablo

Ci danno appuntamento per partire alle 12, abbiamo giusto il tempo di tornare in hotel a prendere le nostre valigie.
L’arcipelago delle San Blas si trova all’interno di un’area chiamata la comarca di Guna Yala, una provincia indipendente dallo stato panamense e abitata dagli indigeni Kuna, che mantengono le abitudini e i vestiti tradizionali. Questa comunità chiede una tassa di 10/15 dollari a tutti coloro che vogliono entrare nella loro area.
Ci stringiamo in una macchina da 8 carica di bagagli nel baule e sul tetto. Un viaggio infernale! Ci addentriamo in una zona collinare, la strada è un saliscendi pieno di curve e il nostro veicolo sfreccia tra questi dislivelli. Arriviamo finalmente sulla costa e una famiglia di Kuna Yala ci aspetta per il trasferimento in barca sulla loro isola, “Isla del Diablo”.
Le prime due isole che oltrepassiamo sono piene zeppe di capanne e case rimediate con materiali diversi. Ci spiegano che su questi due fazzoletti di terra
vivono 300 persone, mentre altre isole sono turistiche e appositamente scelte per ospitare i viaggiatori che qui si fermano per non più di 2/3 giorni. Le famiglie che lavorano nel settore terziario non si stabiliscono definitivamente in un luogo ma ruotano e traslocano ogni 6 mesi da un’isola all’altra.
Una volta arrivati l’immagine è quella della classica isoletta disegnata: sabbia bianca e palme. Le persone sembrano molto accoglienti e ci torna il sorriso dopo il viaggio della speranza.

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con i Kuna Yala

Su Isla del Diablo ci sono capanne con letti singoli, qualche capanna per due e anche la possibilità di stabilirsi in tenda. Tutte le “cabañas” hanno il suolo di sabbia, un letto al centro, due cesti per appoggiare le valigie e la porta non si chiude. La parte più divertente è sicuramente la doccia: ci sono due bagni in comune sull’isola e un grosso contenitore d’acqua con cui possiamo lavarci, quindi ci aiutiamo a vicenda versandoci dei secchi d’acqua. Specchi non esistono e la corrente va usata moderatamente, solo per ricaricare il cellulare che comunque per 3 giorni rimane inattivo.
La formula è all-inclusive, con colazione, pranzo e cena serviti ad un tavolo per tutti gli ospiti quando la donna Kuna chiama. La “comida” comprende riso, pesce e platano fritto o verdure. A colazione omelette o uova strapazzate e caffè americano. Ogni giorno è inoltre inclusa un’escursione in altre isole.
dsc_0970Arriviamo che è già pomeriggio, quindi
ci rilassiamo sull’amaca ammirando un
tramonto rosa e azzurro pastello.
Alle 7 fa già buio e la prima sera ci ritroviamo in tre a tavola, noi e un argentino che viaggia in tenda. Chiacchieriamo un po’ in spagnolo e alle 10 la luce artificiale si spegne.

DAY 10. La prima escursione la proponiamo proprio io e Tommi, pagando un sovrapprezzo e chiedendo di poter visitare l’isola dell’olandese, la più lontana dalla costa, vergine, pacifica e con un mare cristallino. Facciamo delle foto mentre i Kuna raccolgono dei paguri che poi ci prepareranno x cena. Deliziosi!

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Isola dell’olandese

Una volta tornati alla base passiamo il resto della giornata facendo due tiri a beach volley nel campetto fuori dalla nostra capanna. Un temporale passeggero rinfresca la temperatura e ci offre uno spettacolo molto suggestivo.

Salutiamo l’argentino e la barca ritorna carica di nuovi visitatori. A cena questa volta siamo molti di più e ci raccogliamo intorno ad una ragazza americana che canta e suona un mandolino. Oltre a lei, il suo ragazzo, una coppia di svizzeri, una coppia di portoghesi e due ragazzi, uno svedese e uno polacco, che viaggiano da soli con itinerari differenti per tutto il Centro e il Sudamerica. Il polacco ci offre una bottiglia di rum e dei sigari cubani comprati qualche settimana prima a Cuba. L’atmosfera è magica, parliamo in inglese e ci scambiamo esperienze. Al nostro rientro in camera una bel ragno ad aspettarci sul letto.

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DAY 11. I rumorini durante la notte e le impronte trovate al mattino non sono per niente di conforto. Chissà quali piccoli animaletti hanno condiviso con noi la capanna stanotte.

I Kuna ci portano a trascorrere un paio d’ore in un’isoletta vicina. Si possono girare tutte a piedi e ognuna ha qualche angolino che merita di essere fotografato. Nel pomeriggio invece decidiamo di andare a fare snorkeling intorno al relitto di una piccola nave affondata proprio a pochi metri dalla nostra isola. Lo spettacolo è davvero indescrivibile: pesciolini colorati e altri esemplari più grossi escono dagli oblò e dalle spaccature dell’imbarcazione ricoperta di alghe.

L’ultimo fiabesco tramonto sul mare prima di replicare la bellissima serata del giorno prima. Ancora “pescado del dia”, ananas, musica e tanto relax intorno al falò sulla spiaggia che preparano i Kuna per salutarci.

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DAY 12. Abbiamo trascorso tre fantastiche giornate in paradiso. Il contatto con una natura così pura ci ha disteso e appagato, ma ora è arrivato il momento di tornare, di dare notizia a casa che siamo ancora vivi e, devo ammettere, inizio a sentire la necessità di un bagno vero e di uno specchio. Staccare da tutto il resto del mondo e adattarsi un po’ non è stato per niente male. Salutiamo i nostri Kuna, i compagni di isola e affrontiamo un viaggio di ritorno sicuramente migliore di quello di andata.

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Hard Rock Cafè

Arrivati a Panama City prenotiamo una stanza di hotel molto carina. Nel bagno oltre a una doccia gigante e tutto l’occorrente per lavarsi c’è addirittura il bollitore dell’acqua con un’ampia scelta di tisane… Posso asciugarmi i capelli, truccarmi e mettermi un vestito per la sera. Tommi invece, che si trovava più a suo agio da selvaggio, sente più che altro la mancanza di mangiare della carne dopo 4 giorni di riso e pesce.
Dopo aver cenato vicino all’albergo saliamo nella terrazza al 69° piano dell’Hard Rock Cafè. E’ pieno di gente che balla musica latino-americana e anche noi ci proviamo con scarsi risultati. Ci divertiamo tantissimo e nonostante la sveglia prevista alle 6 per andare in aeroporto, tiriamo tardi e riusciamo a dormire solo due ore. Non vogliamo andare via da questa Panama, ce la vogliamo gustare fino alla fine, nelle sue contraddizioni, nelle sue varietà e nella sua bellezza.

 

Vorrei concludere dicendo che due settimane probabilmente sarebbero state necessarie per questo viaggio. Forse sarebbe meglio passare una notte in più a Bocas del Toro o a Santa Catalina, togliendone una alle San Blas. Quattro notti lì sono state più che sufficienti, anche se gli amanti del relax totale sapranno apprezzare. Ci rimane il dispiacere di non aver visto Boquete ed, essendo stati vicino aldsc_0031_2 confine, di non aver allungato un po’ il viaggio includendo la Costa Rica. Per quanto riguarda invece la parte ovest del Paese, avevamo già deciso di non prenderla in considerazione. Ci tornerei? Eccome! Un viaggio in cui la ricerca dell’esotico è soddisfatta in tutto e per tutto, un viaggio che riempie di emozioni contrastanti e che lascia un segno. Sarà la magia del Sudamerica, ma il fascino di Panama, se avrete la voglia e la fortuna di andarci, vi lascerà stregati.

 

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Namibia

Finalmente è Agosto e possiamo pensare alla vacanza. Nessuna prenotazione, solo idee. Da una parte può sembrare difficile e frettoloso organizzare qualcosa adesso, ma quanto è bello svegliarsi e dire “quindi? dove andiamo?”. “Possiamo andare dove ci va!” 

Un foglio bianco… un mondo intero! 

Africa, Cambogia, Cuba, costa meridionale della Francia e della Spagna fino in Portogallo???

E’ domenica, mi sveglio più tardi io, e già Tommi sta pensando alla Namibia. Gli piace il nome forse… mi convince! Non ci vuole molto, chi non vorrebbe andare in Namibia?!?! Suona così dolce, così lontano, così diverso… un gioiello africano pieno zeppo di paesaggi unici. 

E’ pur sempre domenica, nessuno ci risponde alle mail e le agenzie di viaggio possono completare una proposta solo il giorno dopo. Noi dobbiamo partire subito, al rientro ci aspetta la preparazione atletica per la nuova stagione sportiva. Qualcuno risponde che è impossibile organizzare in così poco tempo, qualcuno non trova soluzioni, qualcuno non si mette neanche a cercarle. Ad eccezione di Alessandro di “African Footprints”! http://www.afootours.com

Fantastico! Non potevamo chiedere di meglio. Alex è un ragazzo italiano che vive da tanti anni con la famiglia a Windhoek e che, in collegamento Skype con noi, organizza tutto in una mattinata!! Il volo lo cerchiamo da soli sui motori di ricerca, rischiando di far schizzare il prezzo alle stelle se non ci sbrighiamo. Non servono vaccinazioni, non serve patente internazionale, non servono precauzioni particolari. Il difficile è far combaciare tutte le cose (volo, auto, sistemazioni) in tempi così ristretti. Dobbiamo avere la conferma di tutto quasi simultaneamente. Alessandro ci riesce, trova la Jeep 4×4 e quindi non ci resta che procedere nell’acquisto del biglietto aereo. Dopo un lunedì un po’ stressante finalmente lo troviamo, ma siamo costretti a posticipare la partenza di un giorno, e questo implica una leggera modifica dell’itinerario proposto da Alessandro. Avevamo quasi perso le speranze, ma ormai la nostra testa era là, per cui riuscirci è stata la prima emozione di un viaggio che si rivelerà indimenticabile!!!  

Versione 2

DAY 1 (5 agosto 2015)

Partenza in mattinata da Milano Malpensa con Etihad Airways, destinazione Abu Dhabi, dove arriviamo alle 19.30. Approfittiamo per fare un giro all’Emirates Palace, davvero sontuoso. Tommi ha dei pantaloni corti, perciò è costretto a indossare sopra una lunga tunica bianca. Ceniamo in un ristorante arabo all’interno del Marina Mall (un grande centro commerciale) e sulla strada di ritorno all’aeroporto scattiamo qualche foto allo skyline e alla grande moschea di Sheikh Zayed, che vedremo meglio al ritorno quando avremo una giornata intera di scalo nella città. Per il resto della notte proviamo a dormire sui divani appena fuori dall’aeroporto.

DAY 2

Altri due voli per noi oggi: per Johannesburg (Sudafrica) e subito dopo per Windhoek, la capitale della Namibia. Arriviamo che è già sera. Alessandro ci aspetta per accompagnarci nella nostra Guest House e ci diamo appuntamento per la mattina seguente. Io e Tommi non vediamo l’ora di salire in macchina e partire. Assaggiamo la birra del posto, la Windhoek Lager, e ci buttiamo finalmente a letto.

DAY 3 (inizio del viaggio)
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Incontriamo Alessandro a colazione, il quale ci mostra passo dopo passo l’itinerario e ci porta a ritirare la nostra auto 4×4. Abbiamo concordato un giro in senso orario per la maggior parte nel nord della Namibia, la zona più ricca di paesaggi e fauna, un vero e proprio crescendo di sensazioni, a detta di Alex. Regole semplici: si guida dall’alba al tramonto e mi raccomando… a sinistra!! Qualche raccomandazione nel caso ci fosse capitato di forare una gomma o rompere il parabrezza. In effetti è da mettere in conto qualche problemino poichè le strade non sono asfaltate, sono solo battute, per questo è consigliabile spendere qualcosa in più ma noleggiare almeno una jeep. La spesa prevista per la benzina è di 40 dollari namibiani al giorno. 

La Namibia è una delle mete in Africa in cui il Self Drive può essere fatto in sicurezza e in maniera totalmente indipendente. Abbiamo tutte le notti prenotate nei lodge da Alex, quindi non abbiamo pensieri, dobbiamo solo arrivarci entro il tramonto, altrimenti Alex verrà avvisato, ma abbiamo quasi sempre molto margine. 

La nostra auto ha carattere, dice Tommi… facciamo una piccola spesa di acqua e generi per la sopravvivenza e saltiamo su, direzione Sossusvlei, passando per Rehoboth e poi attraversando verso ovest. 

I viaggi in macchina sono un pezzo importante della nostra vacanza, ce li vogliamo gustare e ovunque ci piace… ci fermiamo!! Non ci pesano i km, ci piace scoprire ogni angolo. Doors o Pearl Jam in sottofondo. 

La prima meta avrebbe dovuto essere il deserto del Kalahari, ma noi dobbiamo metterlo “in coda” a causa del posticipo della partenza dall’Italia. La strada oggi è lunga ma molto bella: facciamo il passo di Spreetshoogte, vediamo qualche animale in lontananza (antilopi, zebre, gnu) e arriviamo al nostro primo lodge all’ora del tramonto. “Le Mirage” offre camere incantevoli con letto a baldacchino e doccia con vista sulla savana. Una deliziosa cena ci viene servita al ristorante, dove assaggiamo per la prima volta la carne di orice. Addirittura il cameriere, per spiegarmi, mi accompagna fuori a vedere proprio un orice che si aggira a pochi metri da noi. Un buon bicchiere di vino rosso, intrattenimento con musica e balli africani e un cielo di stelle che nessuna foto o descrizione potrà mai raccontare.

DAY 4 (Sossusvlei)

DSC_0575Sveglia prestissimo, 5:30, con quella costante voglia di vedere che succede là fuori alle prime luci del giorno. I cancelli per arrivare nel nostro punto di interesse a Sossusvlei aprono alle 6:45 e c’è un piccolissimo pagamento da effettuare all’ingresso. La strada è asfaltata per diversi km. Passiamo vicino alla rinomata Duna 45, ma decidiamo di non salirci. Vogliamo riservare tutte le energie per la Big Daddy, la duna più alta del mondo con i suoi 380 metri (la scommessa sull’altezza di questa duna la perdo io, ovviamente, “sparando” troppo grosso e conquistando un bel bagno nell’oceano da fare non appena ce ne sarà occasione). L’ultimo tratto di strada è molto sabbioso e si può percorrere solo se dotati di un 4×4 oppure per mezzo delle navette messe a disposizione dai lodge.

La camminata fino alla vetta è lunga e faticosa, ma una volta raggiunta siamo ripagati di tutto. Io e Tommi riusciamo a fare tardi anche nel deserto e ci ritroviamo ad essere in cima proprio nell’orario più caldo, 12-13, quando tutti sono già scesi. La temperatura è elevata, ci sembra di essere molto vicini al sole. Nota positiva: eravamo noi in cima al deserto. L’inizio di un grande deserto, quello del Namib, con le sue dune di sabbia rossa che sembrano giocare con le luci e le ombre. Pronti per la discesa, ci lanciamo, corriamo forte, ci rotoliamo, scivoliamo e facciamo “ruggire” la duna… sì, letteralmente, perchè la sabbia sotto di noi fa un rumore incredibile e quasi spaventoso, tanto da essere definito un “ruggito”. Ci ritroviamo in una distesa arida, più avanti alberi secchi dal tronco scuro, dietro di noi… un muro di sabbia! Questo luogo viene indicato come Deadvlei, un tempo un’oasi di acacie, ed è davvero impressionante camminare in una desolazione simile. Siamo esterrefatti, continuiamo a chiederci che razza di posto sia mai questo. Ci copriamo dal sole che non perdona. Ripartiamo e rimaniamo bloccati nella sabbia con la nostra jeep e siamo costretti a pagare un’autista delle navette per tirarci fuori dall’impaccio. Ci avevano avvisato del rischio, ma comunque il problema si risolve in pochi minuti.

Versione 2
Deadvlei

Sulla via del ritorno facciamo un giro veloce nel Canyon River fino ad arrivare a una pozza d’acqua dove vive un Catfish da moltissimi anni (dicono il più vecchio del mondo). Con un po’ di pazienza, buttando qualche pezzettino di legno, riusciamo a vederlo quasi in superficie. Torniamo al nostro lodge e ci rilassiamo in piscina, concedendoci anche un massaggio prima di un’altra stupenda cenetta a base di carne.

Le stelle qui ti fanno sentire piccolo piccolo, come un granello di sabbia nel deserto del Namib.

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DAY 5 (Swakopmund)

Colazione a base di Guava, che scopro essere un frutto buonissimo, e prendiamo qualcosa dal buffet per sopravvivere durante la giornata di viaggio che ci aspetta. Destinazione: SwakopmundI km sono tanti, ma davanti a noi gli scenari continuano a cambiare, come diapositive, senza neanche darci il tempo di rendercene conto. Lasciamo le dune e incontriamo montagne, attraversiamo il passo del Kuiseb Canyon e ci troviamo a fare su e giù tra dune più basse e, questa volta, rocciose e aspre. Poi pianura a perdita d’occhio e un’autostrada in mezzo al niente, sulla quale oltrepassiamo la linea del Tropico del Capricorno.

La sensazione, che so mi mancherà una volta tornata a casa, è quella di non percepire una fine! Se ci si guarda intorno, a 360°, non c’è ostacolo alla visione, solo orizzonte che poi si sfuma e non ha confini netti. Non riusciamo proprio ad abituarci a questo panorama. Guido un po’ anche io, mi diverto.

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Arriviamo a Walvis Bay, intravediamo i fenicotteri rosa e altre dune di sabbia per il Sandboarding. Sarebbe bello farlo! Questa è la fine di quel deserto iniziato a Sossusvlei e questa cittadina, così come Swakopmund, gode di un clima diverso, molto umido alla sera e alla mattina, caratterizzato da nebbie che rendono più rigogliosa la vegetazione, almeno in prossimità dell’oceano. Ancora una mezz’oretta di strada asfaltata e raggiungiamo Swakopmund e il nostro alloggio. Il “Brigadoon” è un B&B molto carino e ad accoglierci c’è una gentilissima signora scozzese. Ci prepariamo e usciamo a bere una birra al “Kucki’s Pub”. Non sembra proprio di essere in Africa, sembra molto una cittadina tedesca di altri tempi. Per la strada non passa quasi nessuno, ma i locali sono tutti strapieni, tanto da non trovare facilmente un posto per mangiare. Ovunque consigliano “The Tug”, un ristorante a forma di barca vicino al mare, ma per questa sera è pieno e quindi dobbiamo ripiegare sul ristorante in fondo al molo, poco più avanti. Una cena tranquilla, con ostriche molto buone e pesce del giorno a prezzi decisamente diversi dai nostri in Italia.

Tornando al nostro alloggio commettiamo un grave errore… prendiamo una via un po’ buia e tre uomini ci aggrediscono, cercando di derubarci. Un uomo, dal balcone di casa, riesce a farli scappare e ci riporta al B&B in macchina. Tantissima paura e un piccolo taglio sulla testa per Tommi, che andiamo subito a curare all’ospedale più vicino. La microcriminalità purtroppo esiste nelle città, i vicini si aiutano come successo a noi e fuori da ogni locale, ristorante, albergo o B&B ci sono guardie dalle 7 di sera per tutta la notte. L’accorgimento è quello di spostarsi sempre con l’auto, anche se la distanza è di poche centinaia di metri. 

Questo avvenimento, che rischiava di rovinarci la vacanza, rimane una nota molto negativa in mezzo a tanta meraviglia. 

 

DAY 6 (catamarano e Sandwich Harbour)

DSC_0848Per dimenticare non poteva esserci modo migliore che viverci intensamente una giornata come quella che sto per raccontarvi.

Le escursioni di oggi sono state precedentemente prenotate da Alex. 

Ci copriamo parecchio, a Swakopmund piove ma già dopo aver fatto colazione con bacon e uova si apre una gradevole giornata di sole. Ci sarà vento comunque e noi siamo pronti. 

Arriviamo giusto in tempo al porto di Walvis Bay per imbarcarci sul catamarano. “Lo sai vero che non vedremo neanche una balena?”… e così è stato, nonostante questo sia il loro periodo di migrazione verso sud, il che significa maggiori probabilità di avvistarle nelle acque della Namibia. In compenso, pellicani, delfini e foche a non finire… anche ostriche a non finire! Una piacevolissima mattinata in mare conclusa con l’aperitivo. Scambiamo qualche chiacchiera con il ragazzo sul catamarano che prepara le ostriche e che intanto continua a versarci sherry (molto simpatico!)

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colonia di foche

Scendiamo e raggiungiamo un altro gruppo diretto a Sandwich Harbour. La jeep 4×4 con a bordo noi e una famiglia francese parte veloce per affrontare le dune. Una breve sosta per vedere la salina e poi dritto dentro il deserto. Tommi si addormenta. Sembra tutto molto tranquillo e un po’ noioso finché le dune non diventano veramente immense. Prendiamo la rincorsa ed è puro divertimento.

La vista è qualcosa che toglie il fiato, non c’è luogo al mondo dove avviene una cosa simile. Due giganti che si incontrano: il deserto e l’oceano.

Siamo in cima ad osservare, siamo dentro una cartolina. I colori, il rumore del vento sulla sabbia e il profumo del mare sono sensazioni che rimangono dentro di me. 

Saltiamo sulle dune, ridiamo, ci abbracciamo, ci sentiamo liberi e proprio dove avremmo voluto così tanto essere.

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Ci offrono di nuovo un aperitivo, questa volta in mezzo al deserto, sempre a base di ostriche e champagne! Al ritorno ci fermiamo in prossimità del mare, dove ci fanno saltare tutti insieme in cerchio e nello stesso senso. Scopriamo di essere nelle “paludi di Anichab” e sprofondiamo fino alle ginocchia. Ci divertiamo come due bambini.

In conclusione, una super cenetta di pesce finalmente al ristorante “The Tug”. In un’atmosfera rilassante gustiamo una zuppa di pesce incantevole, filetto di pesce del giorno e astice. Personale molto cortese e generoso. Non si meritano proprio che la mia opinione sul loro Paese cambi per colpa di tre delinquenti.

 

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paludi di Anichab
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Sandwich Harbour

 

 

 

 

 

 

 

 

 

DAY 7

Lasciamo Swakopmund dopo essere passati alla polizia e aver provato ad identificare un ragazzo che avevano appena arrestato a causa di un altro tentativo di rapina ad altri due turisti. Non riusciamo ad affermare niente con certezza, ma cerchiamo di dare una mano con la nostra testimonianza. L’agente della polizia è molto comprensivo e dispiaciuto per quello che è successo e ci augura un buon proseguimento di vacanza.

Salutiamo la dolce signora scozzese e ci rimettiamo in viaggio lungo la costa. Pago la mia scommessa ed entro nelle acque gelide dell’oceano pensando a cosa potrebbe esserci solo un po’ più in là. I brividi forse sono dati da quel pensiero.

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Lasciamo la costa un po’ a malincuore, all’altezza di Henties Bay. Se avessimo proseguito, saremmo arrivati a Cape Cross, dove si trova una famosa colonia di foche e successivamente avremmo raggiunto la Skeleton Coast con tutti i suoi relitti. Non sappiamo come sia la strada né i tempi di percorrenza, quindi decidiamo di non discostarci dal tragitto indicato sulla nostra cartina. Il paesaggio cambia ancora: alberi, massi enormi, montagne di roccia. Guido un po’ io totalizzando un punteggio da record nel prendere tutte le buche dell’Africa.

Arriviamo a “Twyfelfontain Country Lodge”. Spettacolare la sua ubicazione tra le rocce, le camere con il tetto di paglia, la piscina e un cielo stellato ancora più suggestivo. Ci sentiamo al sicuro, a differenza della città, e anche il clima è migliore dopo tutta quella nebbia. 

 

DAY 8 (Twyfelfontain)

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Organ Pipes
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pitture rupestri

Significa “sorgente dubbia” e in questo luogo si può fare
un’interessantissima visita guidata alle pitture rupestri. La guida ci spiega l’origine di questo sito dichiarato patrimonio dell’Unesco e l’intero tour non impiega più di un’oretta della nostra mattinata. Ce la prendiamo con calma, dato che resteremo un’altra notte qui. Andiamo a vedere la Burnt Mountain e le Organ Pipes, affascinanti luoghi soprattutto dal punto di vista geologico. In mezz’oretta riusciamo a vedere entrambi e non è necessaria la guida. La Burnt Mountain si presenta come una montagna dal colore nero, formata da calcare e lava vulcanica; le Organ Pipes sono colonne verticali di dolerite, simili alle canne di un organo, che si formarono 120 milioni di anni fa come la suddetta montagna.

Torniamo in albergo, abbiamo il tempo per un bagno in piscina veloce e poi ci prepariamo per un’escursione alla ricerca degli elefanti che hanno scelto di vivere proprio in questa zona, in assoluta libertà. Il nostro pulmino è alto e ben rinforzato e non ci serve fare molta strada per vederne uno. Immenso, calmo… ecco il primo dei nostri Big 5! Scattiamo foto mentre distrugge gli alberi per mangiarne le foglie e stiamo lì in silenzio ad osservarlo per un po’. 

Sul pulmino conosciamo due ragazzi italiani, i quali ci raccontano entusiasti della loro precedente vacanza in Sudafrica e del safari al Kruger Park.

Tommi dorme alle 10, io preparo la valigia, altrimenti mi sgrida perché partiamo sempre tardi. 

 

DAY 9

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Mi sveglio alle 5.30 sperando di vedere qualche animale alla pozza d’acqua vicino alla nostra stanza. E’ ancora buio, sono infreddolita e quasi ho un po’ di timore a passeggiare da sola qui intorno. Mi avvicino alla pozza, nessun animale, ma un vero e proprio spettacolo ha inizio davanti ai miei occhi. Verso le 5.45 il buio lascia spazio alla luce e piano piano il sole si fa intravedere, mentre lo spicchio di luna non vuole scomparire. Respiro aria buona, mi godo quel momento tutto mio, assisto alla natura che fa una cosa così semplice e quotidiana. All’improvviso una stella cadente. Da non credere… attimi in cui coesistono davanti a me la notte e l’alba in uno spazio così grande ma, in fin dei conti, anche così piccolo dato che noi esseri umani possiamo essere gli spettatori. Mi sento fortunata e felice.

Partiamo alla volta di Opuwo (che significa “la fine”) ed è il punto più a nord che raggiungiamo nel nostro viaggio. Alex ci aveva consigliato un percorso alternativo rispetto alla strada principale. Il bivio è poco segnalato, ci mettiamo un po’ a trovarlo, attraversando perfino qualche letto di fiume che in questa stagione rimane prosciugato. Ancora paesaggi da togliere il fiato, ancora molte ore di viaggio. Mentre Tommi guida, io leggo ad alta voce la Lonely Planet: conosciamo la storia, ci informiamo su flora e fauna del luogo, segniamo i posti da visitare e le cose che vogliamo fare… e poi un po’ di Johnny Cash. Guardiamo il tramonto a bordo della piscina a sfioro presente nel nostro lodge. Aperitivo e cena ottimi in compagnia dei nostri amici italiani conosciuti a Twyfelfontain. I nostri itinerari sono leggermente diversi, in quanto loro domani partiranno in direzione nord per raggiungere le Epupa Falls, al confine con l’Angola.

 

DAY 10 (villaggio Himba)

 

DSC_0441Contattiamo telefonicamente un certo John, una guida del posto raccomandataci da Alex, e ci accordiamo sull’orario e il luogo di ritrovo per andare a far visita ad un villaggio della tribù Himba. Siamo curiosi, non sappiamo esattamente cosa aspettarci, ma sappiamo che sarà un’esperienza forte. John è il nostro intermediario, senza di lui non riusciremmo ad entrare in questo villaggio, né a comunicare con queste persone. La sua tariffa è di circa 350 dollari namibiani e con lui ci fermiamo a fare una spesa di altri 250 NAD per il villaggio che andremo a “disturbare” nella sua quotidianità. Portiamo generi di prima necessità come farina di mais, fagioli, pane… Durante il tragitto John ci spiega moltissime cose riguardanti l’organizzazione di un villaggio Himba. I suoi genitori avevano scelto di cambiare stile di vita rispetto alla loro tribù nomade ed ecco il perché lui vive in città, parla inglese e svolge un lavoro normale, oltre ad accompagnare i turisti.

Lasciamo la strada principale diretti al villaggio ed entriamo in un altro mondo, un’altra cultura, una vita così diversa da quella a cui siamo abituati. John ci insegna il loro saluto e a chiedere “come stai?”. 

Le donne vestono in modo particolare: il loro corpo è completamente ricoperto da una sabbia rossa che ha funzione protettiva e anche i capelli sono intrecciati e dello stesso colore. 

In un recinto pieno di capre lavorano donne e ragazzini più grandi, mentre il capo villaggio rimane seduto a farsi la barba. L’uomo, infatti, generalmente non lavora e ha due o tre mogli che sceglie da altri villaggi vicini. 

Una donna mi chiede se ho qualche medicina perché si è scottata la gamba con il fuoco e la ferita sta facendo infezione. Posso solo lasciarle la crema alla calendula per farle sentire un po’ di sollievo, dato che non ho altri medicinali adeguati. Le consegno la crema in un sacchettino di plastica verde che subito una bimba riesce a trasformare in una magliettina, rompendo l’estremità inferiore. Un’altra ragazza è seduta a terra dolorante e mi indica il cielo per farmi capire che ha il ciclo e che anche lei vorrebbe qualche medicina. Non ho nulla con me purtroppo e non so come potrei aiutarla. DSC_0490

E’ chiaro che non hanno acqua, non possono lavarsi… mancano tante cose di primaria importanza.

I bambini sono davvero stupendi, giocano per terra con poco e niente, mi osservano, sono attirati dalle mie unghie colorate, le sentono lisce e se le portano vicino alla guancia. Mi studiano, mi toccano la maglietta, si prendono l’elastico per i capelli che ho al polso e se lo mettono in testa. Un bimbo piccolo di neanche un anno è seduto per terra, le capre gli passano vicino, lui si guarda intorno e inizia a piangere. Io mi avvicino e ben presto arriva anche la mamma, con la quale riesco a scambiare quattro chiacchiere grazie alla traduzione di John. Mentre sta cucinando qualcosa in un pentolone mi chiede se ho figli, se io e Tommi siamo sposati e mi dice che sono molto gentile abbracciandomi. Sembra molto giovane ma non vuole dirmi quanti anni ha. 

Abbiamo portato qualche maglietta da allenamento per loro e una palla da pallavolo con cui facciamo subito qualche scambio. Altri bimbi più piccoli invece mi prendono per mano e vogliono che io giochi con loro a “palla due fuochi” con una pallina fatta di tessuto e riempita di sabbia. Quasi tutti i souvenir da portare a casa per i nostri famigliari decidiamo di comprarli qui: braccialetti, collane e oggetti fatti da loro. 

Tornando in città ci fermiamo a prendere un caffè. Le riflessioni sono molte e ci sentiamo davvero arricchiti da un’esperienza del genere. A volte la nostra vita è davvero piena di sciocchezze. 

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Arriviamo al nostro prossimo lodge, Hobatere, un’area privata confinante con l’Etosha National Park e molto ricca di fauna. Ci raccontano che, nella notte precedente al nostro arrivo, un elefante si aggirava tra i bungalow, lasciando impronte ovunque. Non possiamo spostarci da soli, tra gli animali ci sono anche 5 leoni nella zona e quindi c’è sempre un ragazzo che ci accompagna dalla nostra stanza alla hall del lodge. La camera è piccola ma graziosa, dal letto si può guardare fuori dalla finestra. 

Un’ora e mezza vola nel rifugio sopraelevato vicino a una pozza d’acqua, il quale è raggiungibile per mezzo di una navetta gratuita in qualsiasi momento della giornata. Vediamo per la prima volta le giraffe, così affascinanti e buffe nel modo di muoversi, così lente e sempre attente ad ogni minimo rumore. La pozza è sovraffollata di zebre, springbok, orici, scimpanzé, sciacalli… un bel quadretto! 

La cena è davvero di altissimo livello, con una zuppa fredda di avocado e carne di orice al sangue. Strepitosa! Trascorriamo la serata a chiacchierare con altri due ragazzi italiani intorno al fuoco e, improvvisamente, sentiamo un animale strillare nel buio a qualche metro da noi. Vengono i brividi. “Qualcosa ha mangiato qualcos’altro”. Ci dicono che sembra il verso di una zebra. Ci addormentiamo con tanta voglia di iniziare il nostro vero safari. 

 

DAY 11 (Etosha National Park)

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E se il buongiorno si vede dal mattino…

 Mentre facciamo colazione io e Tommi diamo uno sguardo in direzione della pozza, che stamattina è stranamente vuota. Ci chiediamo cosa sia quell’animale che avanza con andatura tranquilla e io dico: “un leone!”

Subito tutti quelli che erano lì nella sala colazione con noi si alzano per vedere. Il proprietario del lodge, un signore alto e molto simpatico, mi presta il suo cannocchiale. Si vede benissimo una leonessa con il muso sporco di sangue avvicinarsi all’acqua. Il proprietario ci organizza subito un mezzo per uscire. Ci sono due leonesse sdraiate, una di loro ha tre cuccioli intorno che saltellano e giocano. Non andiamo troppo vicino, ma passando vediamo un cucciolo che cerca di venirci incontro incuriosito. Ci dicono che i leoni e gli altri animali si stanno abituando al lodge, costruito da un anno, e perciò iniziano ad avvicinarsi di più. Probabilmente in futuro dovranno mettere delle recinzioni. 

 

Oggi è il giorno in cui entriamo nell’Etosha, un parco nazionale che si sviluppa intorno a un’enorme depressione salina, l’Etosha Pan. Al gate facciamo il permesso per tre giorni (2 persone + auto) ad un costo modesto. Dormiremo all’interno del parco due notti in due camp diversi situati lungo la strada e faremo il safari in autonomia. Esiste anche la possibilità di fare safari organizzati e noi vorremmo provare a fare un “game” notturno. Ovviamente, guidando la nostra jeep, dobbiamo rimanere sempre sul percorso principale segnalato dalla mappa, non dobbiamo mai scendere dall’auto (esistono aree di sosta recintate) e non dobbiamo superare i 60 km/h. Le pozze d’acqua sono segnate sulla cartina e alla prima in cui ci fermiamo è già meraviglia. Un rinoceronte enorme beve in compagnia di zebre, giraffe, springbok e anche qualche facocero. Sembra tutto così surreale: non è un documentario, siamo proprio noi dentro il loro ambiente e così vicini.

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Haunted Forest

Passiamo attraverso la “foresta incantata”, un’area ricca di piante di meringa, che secondo la leggenda caddero al contrario perché gettate in aria da Dio dopo che Egli trovò una giusta collocazione a tutte le altre piante e animali del mondo.

Arriviamo ad Okaukuejo con molte aspettative, date le premesse di Alex. E’ davvero, davvero, la fine del mondo!! Abbiamo un Waterhole Chalet, con due stanze da letto e terrazza proprio di fronte alla famosa pozza d’acqua illuminata. Avendo prenotato così all’ultimo era l’unica sistemazione rimasta e anche più costosa rispetto a quelle standard. Bene.. è Ferragosto e vogliamo festeggiare. Dopo aver fatto un po’ di spesa al supermercato presente all’ingresso del camp, facciamo un brindisi, mentre elefanti, giraffe e zebre sostano davanti all’acqua. E’ un po’ come fossero animali domestici che giocano in giardino!DSC_0041 Scendiamo e ci sediamo sulle panchine che circondano la pozza per vedere ancora più da vicino.

Il tramonto qui… credo proprio il più bello della mia vita! 

Non appena il sole cala, esplodono i colori con tutte le loro sfumature e in lontananza si sentono fortissimi i richiami degli uccelli. Guardiamo il rinoceronte e gli elefanti fino a tarda notte. Alcuni sciacalli ci passano vicino. Ci copriamo con una coperta, ci addormentiamo sulla panchina e quando rientriamo ancora mi sembra un sogno vedere questi animali dalla finestra della camera da letto.

E’ un paradiso… una serata davvero speciale e indimenticabile!

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DAY 12
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L’aria del mattino è fresca e noi passiamo ancora qualche minuto ad osservare dal nostro terrazzo la savana che si sveglia. Mentre facciamo benzina per partire, qualcuno avvisa che ci sono due grossi maschi di leone alla pozza più vicina. Ci facciamo spazio tra camioncini e auto parcheggiate e riusciamo ad avvicinarci. Il parcheggio è affollato, tutti sono fermi e in silenzio ad osservare il re.

Alla pozza successiva troviamo un altro ingorgo… uno springbok “non troppo in forma” pende dal ramo di un albero. Uno spettacolo un po’ macabro a dire il vero, ma ciò significa che un leopardo è nei paraggi e aspetta solo di tornare su a finire il suo pranzetto domenicale. Ci armiamo di pazienza e aspettiamo, osservando tra gli alberi con il binocolo. Lo vediamo tra le foglie che guarda nella nostra direzione. Dura un attimo, ma quello sguardo è stampato nella mia memoria per sempre!! Aspettiamo ancora, passano due ore e decidiamo di proseguire. La sera stessa, a cena, una coppia di signori italiani ci mostra le foto del leopardo che mangia la sua preda sull’albero, proprio 10 minuti dopo che siamo andati via…

Per il resto della giornata vediamo famiglie di elefanti (44 sbucano dalla foresta sradicando alberi in direzione dell’acqua) e ancora giraffe, zebre, alcuni uccelli coloratissimi, tucani e perfino un avvoltoio. Un elefante ci si piazza davanti per ben due volte lungo la nostra strada. Capiamo che è molto nervoso perché sbatte le orecchie, ci viene incontro e noi siamo costretti a fare inversione velocemente e trovare una strada alternativa. Brividi e tensioni in macchina, con Tommi che pensa di sapere quale sia la distanza di sicurezza con un elefante, mentre io penso già di avere i minuti contati.

Giornata intensa che termina con il rammarico per non aver visto il leopardo dar spettacolo di sé.DSC_0138

Passiamo la notte ad “Halali Camp” e purtroppo dobbiamo rinunciare alla nostra idea di fare un safari notturno poiché tutto prenotato. 

DAY 13

Il parco è la casa di circa 300 leoni e chissà quanti altri predatori. Mi scopro davvero entusiasta e appassionata nella ricerca degli animali. Guardiamo ovunque, sugli alberi, tra le foglie, in mezzo all’erba alta. Ci vuole pazienza, bisogna rispettare il ritmo di questa natura che appare così lenta, a volte immobile. Lo stato d’animo non può che trarne vantaggio. 

Ancora tante giraffe, sempre più vicine, tanti kudu, un branco di gnu e una zebra con dei grossi tagli sul corpo che lasciano intendere una fuga ben riuscita. Sostiamo in tutte le pozze rimanenti fino ad arrivare a Namutoni e uscire dal gate verso le 13. Il safari termina ed è come alzarsi da tavola quando si ha ancora appetito… la voglia di fare un game notturno, di vedere meglio quel leopardo e magari di vedere anche un ancor più raro “cheetah” (ghepardo) rimangono, tanto da fantasticare un futuro viaggio al Kruger in Sudafrica. 

La nostra prossima meta è “Otijwa Lodge”, verso sud, sulla strada per Windhoek. Questo è per noi il punto intermedio di un tragitto molto lungo che va dall’Etosha al deserto del Kalahari.DSC_0773

Ormai abbiamo visto di tutto, eppure il nostro pensiero arrivati qui è: “certo che Alex fa sempre le cose in grande”. In effetti potremmo accontentarci di molto meno, ma è sempre un piacere scendere dalla jeep dopo tante ore in macchina e trovare l’accoglienza migliore: ambiente ricercato, arredamento in stile africano, camera con vasca da bagno, veranda con poltroncine da cui osservare le stelle e una cena ottima preparata da una cuoca molto divertente.

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Etosha Pan

 

DAY 14 (deserto del Kalahari)

DSC_0184Partiamo presto, l’alba sembra quasi un tramonto. Passiamo per Windhoek, di nuovo per Rehoboth e questa volta proseguiamo verso sud. Tanta strada asfaltata, più scorrevole, con km e km di rettilinei che sembrano non finire mai. 

Il deserto rosso del Kalahari effettivamente sarebbe stato il giusto inizio per questo itinerario. Il paesaggio è particolare, la sabbia ha un colore molto acceso e la vegetazione cresce sulle dune di questo deserto diversissimo dall’altro grande deserto del paese, il Namib

Arriviamo nel primo pomeriggio a “Bagatelle Kalahari Game Ranch” e decidiamo di fare un’escursione per visitare un po’ la zona. Vediamo qualche orice, kudu, struzzi, gnu, già visti in gran quantità nel parco che abbiamo appena lasciato. L’autista del nostro mezzo ci dice qualcosa in più ed è sempre interessante ascoltare cose nuove. Ci spiega il “meccanismo” di quei grossi nidi che abbiamo visto per tutta la vacanza: quando un serpente sale sull’albero in cerca di cibo, gli uccelli scappano da sotto facendo un gran baccano, il che è un segnale della presenza del serpente per un uccello più grosso. 

Io e Tommi però non vediamo l’ora di andare dai Cheetah, previsto nella seconda parte del nostro tour di oggi. Entriamo in un cancello e vediamo tre stupendi esemplari di ghepardo sdraiati a pochi metri da noi. Sono stati salvati poiché rimasti orfani appena nati e, di conseguenza, incapaci di procurarsi cibo autonomamente. Vediamo come li nutrono, scendiamo addirittura dal pulmino mentre mangiano il loro pezzo di carne. Siamo molto vicini ed è entusiasmante vedere un animale così agile ed elegante, anche se non è lo stesso brivido provato di fronte a un predatore in libertà, nella sua natura, che uccide per sopravvivere. 

Ci offrono un drink e ci gustiamo l’ultimo tramonto africano. 

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DAY 15

Dopo aver comprato ancora qualche regalino al Curious Shop del nostro ultimo ma non meno elegante lodge, ci mettiamo in strada verso l’aeroporto. L’album è “Circus” dei Rolling Stones. Incontriamo Alex per salutarlo e ringraziarlo. Gli dispiace per quanto successo a Swakopmund e ci dice di aver mandato una segnalazione all’autorità competente per il turismo.

Riconsegniamo l’auto in aeroporto e alle 15.30 siamo sul volo per Johannesburg. Passiamo di corsa il controllo passaporti e prendiamo il secondo volo per Abu Dhabi.

Ripartiamo con la consapevolezza di non aver visto tutto ma di aver vissuto il nostro viaggio, la “nostra” Namibia. 

Questo angolo di mondo ci ha chiamato, ci ha regalato tanto in questi giorni ed è come se i suoi magnifici paesaggi ora un po’ ci appartenessero. Abbiamo scoperto, conosciuto, cercato e guardato lì dove la nostra fantasia ci ha suggerito… abbiamo anche sbagliato, andando incontro ad un episodio spiacevole, ma che, in fin dei conti, può accadere ovunque. Non ci siamo fatti impressionare e la Namibia ha continuato a sorprenderci, a donarci un’emozione dopo l’altra. Fortunatamente non abbiamo sofferto il “mal d’Africa” al nostro ritorno, ma dentro di noi questi luoghi vivono e vivranno sempre.

Arrivederci Africa!

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DAY 16 (Abu Dhabi)

Arriviamo al mattino presto e il volo per Milano parte alle 2 di notte, quindi ci aspetta un’intera giornata in città. Proviamo a chiedere di prendere un volo prima, nel caso fossero rimasti posti liberi, ma nonostante la premura e la cortesia di tutti per accontentarci, il problema è spostare e imbarcare i bagagli in tempo. Prendiamo un caffè, ci rilassiamo un po’ e riprendiamo i contatti con il mondo, dopo aver messo parecchio da parte il telefono. Prendiamo un taxi per andare al “Ferrari Park”. Tommi non si diverte come vorrebbe a causa dell’altezza che gli impedisce di fare le principali attrazioni (il limite è di 195 cm). Io provo la “formula rossa”, il più veloce roller coaster del mondo. Quello che possiamo fare insieme sono i kart e altri intrattenimenti. Purtroppo anche il simulatore è “off limits” per l’altezza. Tutto sommato ci divertiamo, non pensando alla stanchezza del viaggio.

Decidiamo di andare a visitare questa volta anche l’interno della grande moschea di Sheikh Zayed. Prendiamo un autobus che fa un giro molto lungo della città e ci mettiamo un’ora ad arrivare (gli uomini e le donne nei mezzi pubblici devono stare in spazi separati). All’entrata della moschea devo coprirmi con una tunica nera con cappuccio e, con questo caldo afoso, è davvero l’ultima cosa che vorrei. La moschea illuminata di sera è davvero una meraviglia per i nostri occhi e da qualche parte leggiamo che l’illuminazione funziona in relazione alle fasi lunari. Rimaniamo estasiati davanti alla grandezza, all’architettura e alle decorazioni presenti in questo luogo sacro in grado di accogliere 40.000 fedeli. Le cupole sono 80, le colonne 1000, i lampadari sono i più grandi che io abbia mai visto. Ovunque si possono notare dettagli in oro e madre perla e su tutto il pavimento è posato un unico tappeto, il più grande del mondo! Impossibile descrivere tanto splendore. L’aria calda diventa davvero insopportabile e noi prendiamo un taxi per l’aeroporto. Troviamo un Irish Pub all’interno e aspettiamo il nostro volo, stanchissimi ma con mille immagini che ci passano per la mente. Dormiamo per tutta la durata del volo e ci risvegliamo in Italia.

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